IL MONTENEGRO SCEGLIE ANCORA DJUKANOVIC
(22 Ottobre 2016)

PODGORICA. La dissoluzione dei regimi comunisti ha determinato in modo più o meno pacifico la nascita d’una serie di piccoli Stati che oggi fanno da cuscinetto tra i grandi dell’Occidente e la gigantesca Russia.

Si tratta d’un caleidoscopio di realtà che pochi riescono davvero a seguire nel loro faticoso cammino.

E’, tra l’altro, ambizione di questo blog, proprio quella di tenere acceso un piccolo osservatorio su ciò che avviene nell’Europa orientale, Russia compresa, perché siamo convinti che una parte del futuro del nostro continente si giochi in quest’area.

Le non rare occasioni elettorali ci permettono, allora, di focalizzare la nostra attenzione su Paesi che raramente occupano le prime pagine dei giornali.

Il Montenegro, nato come Stato indipendente nel 2007 dal divorzio con la Serbia, domenica 16 ottobre è stato chiamato alle urne per rinnovare il Parlamento nazionale.

Il vincitore parziale dello scrutinio è il DPS (Demokratska partija socijalista) che col 41,4% dei voti (36 seggi su 81 dell’Assemblea Nazionale) è arrivato primo. E’ dal 1991, ossia da quando nel Montenegro si tengono elezioni pluripartitiche che il DPS è la forza politica più votata. Di conseguenza Milo Djukanovic sarà reincoronato Primo Ministro e uomo forte del Paese.

Ha agevolato il successo di Djukanovic la frammentazione delle opposizioni che si sono presentate divise al voto: il Fronte Democratico (DF) ha raccolto un magro 20,3% (18 seggi), mentre la coalizione “Chiave”, composta da Demos, Ura e Snp” ha ottenuto l’11,1% (9 seggi).
Chiudono la graduatoria Montenegro Democratico col 10% (8 seggi) e i socialdemocratici col 5,2% (4 seggi).
La partecipazione al voto è stata del 63,3%.

Djukanovic ha già annunciato d’aver i voti sufficienti per formare una maggioranza: in particolare dovrebbe allearsi coi socialdemocratici ed i rappresentanti delle minoranze linguistiche (6 seggi).

La caccia al leader. Il Fronte Democratico ha imperniato tutta la campagna elettorale sullo slogan “noi o lui” ed ha cercato in tutti i modi di raccogliere consensi sufficienti per scacciare l’uomo che da venticinque anni controlla il potere in questo Paese da 630.000 abitanti.

Djukanovic, che assunse la guida del Montenegro quando aveva 29 anni, fonda la sua leadership su una rete capillare di relazioni che coinvolge la famiglia, i conoscenti ed i beni dello Stato.

Il suo partito si vanta d’aver condotto il Montenegro alla piena indipendenza dalla Serbia e d’averlo trasformato in una meta turistica ambita da tutto il mondo.
Sostiene, inoltre, di portarlo dritto sulla via dell’integrazione euro-atlantica, aprendo la strada ad un ingresso prossimo nella NATO ed in futuro nell’Unione Europea.

Le accuse di corruzione, di traffico di sigarette o di vicinanza con la criminalità organizzata non sono servite per porre fine al governo del leader più longevo d’Europa.

Quindi, almeno per il momento la caccia ingaggiata da tante parti per liberare il Montenegro dal suo padre padrone
non ha dato l’esito sperato.

Abusi di potere. Nemmeno stavolta sono mancate le accuse di abusi di potere sia durante la campagna elettorale, che durante le operazioni di voto.

In campagna elettorale, il DPS è stato accusato del reato di compravendita di voti: in particolare, gli attivisti del partito avrebbero redatto liste di persone disposte, per denaro, a votare per il governo;
inoltre, biglietti aerei di andata e ritorno sarebbero stati offerti a emigranti montenegrini affinché tornassero in patria per votare per Djukanovic.

Nella domenica elettorale, poi, secondo l’organizzazione non-governativa anti-corruzione Mans si sarebbero verificate 117 violazioni della segretezza del voto.

Tutto questo conferma lo stato di grave fragilità della democrazia montenegrina e forse allontana, malgrado le speranze di Djukanovic e soci, di una piena e sollecita integrazione della piccola repubblica balcanica in Europa.

PIER LUIGI GIACOMONI