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MALAYSIA. TORNA MAHATIR

Mag 14, 2018 • Pierluigi Giacomoni
Mahathir bin Mohamad, ex primo ministro della Malesia

Mahathir bin Mohamad, ex primo ministro della Malesia (1981-2003) Autore Rillke (Origine), Southsudan-licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

MALAYSIA. TORNA MAHATIR
(14 Maggio 2018)

KUALA LUMPUR. Sorprendente risultato alle elezioni legislative federali tenutesi in Malaysia lo scorso 9 maggio: i sondaggi della vigilia prevedevano la riconferma al potere del Barisan Nasional (Fronte Nazionale), la coalizione di tredici partiti che governava il Paese fin dall’indipendenza, ma dalle urne è uscita vincitrice un’altra coalizione: Pakatan Harapan (Alleanza per la speranza) che ha conquistato la maggioranza assoluta.

In base ai risultati definitivi resi noti con sollecitudine dalla Commissione Elettorale, PH ha conseguito 122 seggi sui 222 che compongono la Camera bassa di Kuala Lumpur. .

Barisan Nasional ne ha conseguiti solo 79 ed il primo ministro Najib Razak ha dovuto rassegnar le dimissioni nelle mani del Re Muhammad V.

Il cambio della guardia al vertice dell’esecutivo è stato rapido: il Re, preso atto dell’esito delle urne ha nominato il nuovo Primo Ministro: si Tratta di Mahatir Muhammad, 92 anni,  già leader del Paese dal 1981 al 2003.

Mahatir ha promesso che rimarrà in carica due anni, poi lascerà il posto al numero due della coalizione: anwar Ibrahim, attualmente in prigione, ma che dovrebbe esser rilasciato il prossimo 8 giugno.
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La “ricetta” di Mahatir. Si può dire che da più di un trentennio Mahatir è l’uomo che fa sulla scena politica malese il bello e il cattivo tempo.

Dopo esser stato Premier per un ventennio, come leader incontrastato di Barisan Nasional e, soprattutto di UMNO (United Malay National Organisation), il partito dei malesi, nel 2003 lasciò il potere ad uno dei suoi pupilli: Najib Razak.

Nello stesso ventennio, Mahatir fece fuori Anwar Ibrahim, oggi suo numero due, facendolo processare per sodomia e corruzione: la colpa di Anwar era quella di voler scalzare dal potere l’uomo forte del Paese.

Ora Razak è all’indice e Anwar è sul punto di raggiungere il vertice dello Stato.

Mahatir, noto per il suo autoritarismo, ha a suo merito la rivoluzione economica che ha investito la Malaysia: durante gli anni del suo lungo regime, il Paese è uscito dal sottosviluppo ed è divenuta una delle “tigri asiatiche.

Inoltre, tutte le principali componenti etnico-religiose sono state coinvolte nella gestione del potere e dei flussi di denaro provenienti dall’estero in modo da superare gli attriti che in passato erano sfociati in scontri, per esempio, tra malesi musulmani e cinesi buddisti.

Mahatir ha combattuto ogni forma d’integralismo religioso e qualunque tentativo di trasformare la Malaysia in uno Stato islamico, come vorrebbero diversi gruppi islamisti, è andato a vuoto.

Malgrado ciò, sono talvolta riemersi conflitti tra musulmani e le piccole comunità cristiane. Pretesto, l’uso da parte dei cristiani della parola “Allah” per riferirsi a Dio.
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le colpe di Razak. I motivi per i quali Mahatir ha tolto il proprio appoggio a Razak ed ha acettato di mettersi a capo dell’Alleanza della Speranza sono principalmente due:

1. la corruzione ed il nepotismo, peraltro endemici nel Paese;
2. l’uso strumentale dell’Islam per mantenere il controllo di BN.

Relativamente al primo punto, Razak è accusato d’aver dirottato ingenti somme di denaro dal fondo sovrano malese 1Malaysia Development Bank (1MDB), da lui stesso fondato nel 2009, al punto da mandarlo in default nel 2016.

Infatti, il 26 aprile 2016 1MDB è stato dichiarato insolvente per non aver rimborsato 50 milioni di dollari di interessi su un’obbligazione di 1,75 miliardi, garantita dal fondo sovrano di Abu Dhabi Ipic.

Il fondo malese, che ha accumulato debiti per 11 miliardi di dollari, è accusato inoltre d’essersi appropriato di 687 milioni appartenenti a diverse aziende pubbliche malesi e d’averli in parte smistati, prima delle elezioni generali del 2013, anche sui conti privati dell’ormai ex premier Razak.

1MDB ha cercato di rassicurar i mercati sostenendo di avere ampia liquidità e di poter rimborsare tutti i suoi obbligazionisti, ma la vicenda è probabilmente all’origine della sconfitta politica del leader di Barisan Nasional. D’altra parte l’inchiesta promossa dalla magistratura malese non ha prodotto alcun risultato: secondo il Procuratore Generale, il denaro è una donazione della famiglia reale saudita che avrebbe finanziato Razak
per promuovere nel Paese un Islam moderato.

L’opposizione malese ha definito priva di solide basi giuridiche l’assoluzione di Razak, ricordando che lo stesso premier aveva destituito, nell’estate del 2015, il precedente procuratore generale, silurando anche alcuni ministri.

Riguardo  al secondo argomento, l’ex premier, si sostiene, ha cercato di islamizzare il partito-Stato a danno di tutte le altre comunità etnico-religiose. Barisan Nasional è infatti una coalizione della quale fanno parte, oltre che la UMNO che riscuote il consenso dei malesi,  anche la Malay Chinese Association (MCA) che raccoglie i voti dei cinesi, l’Indian Congress (IC), votato dagli Indiani, oltre che da una serie di partiti politici regionali.

Eppure, la pietra su cui probabilmente è inciampato Razak è il più che fondato timore che dopo decenni di successi in economia, la Malaysia possa entrare in una fase di recessione con conseguente dissoluzione del modello che finora ha fatto la fortuna di questo Paese del Sud-Est Asiatico.
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La Malaysia. Nata nel 1957, la Federazione Malaysiana è la riunione di 13 Stati e tre territori federali. La maggior parte del suo territorio è situata nella penisola di Malacca, tuttavia gli Stati di Sarawak e Sabah occupano la parte settentrionale dell’isola del Borneo.

Divenuta indipendente il 31 agosto 1957, fino al 1965 comprendeva anche l’isola-Stato di Singapore che fu espulsa dalla Federazione e divenne indipendente.

Oggi la Malaysia è una federazione di sedici soggetti: nove sono dei sultanati, quattro dei governatorati e tre, territori federali.

A livello federale, il capo dello Stato porta il titolo di Re: ogni cinque anni i nove sultani eleggono al loro interno il nuovo Yang di-Pertuan Agong che per un lustro rappresenterà l’unità del Paese.

Il suo potere è tuttavia limitato alla firma delle leggi ed alla nomina del Primo Ministro che esercita le funzioni di guida effettiva dello Stato.

Il potere legislativo è esercitato da due camere: Dewan Rakyat (Camera dei Rappresentanti) ed Dewan Negara (Senato).

La Camera, composta da 222 membri eletti ogni cinque anni a suffragio universale ha il potere di stendere le leggi ed esprimere il Primo Ministro, il Senato, eletto dalle assemblee dei 16 Stati, ha la possibilità di controllare le proposte provenienti dall’altro ramo del Parlamento.

A livello statale, ciascuno dei 16 componenti della federazione ha unapropria assemblea locale ed un proprio gabinetto, espressione della maggioranza uscita dalle elezioni.

Da un punto di vista etnico, la Malaysia,  abitata da circa 30 milioni di persone, si compone di malesi (50% della popolazione), cinesi, indiani, europei ed indigeni; sul piano religioso, oltre ai musulmani, vi sono buddisti, induisti, cristiani e devoti di fedi locali.

In economia la Malaysia è considerata una potenza di media grandezza: il suo PIL è al decimo posto fra i Paesi dell’Asia ed al 29° su scala mondiale; tra le nazioni di nuova industrializzazione (NIC) è al quarto posto.

Negli ultimi trent’anni, s’è trasformata da Nazione produttrice di materie prime, destinate all’esportazione ad uno degli Stati in grado di produrre merci. Ciò l’ha trasformata in una delle nazioni più avanzate del sud-Est asiatico, non più dipendente dall’andamento delle commodities sui mercati internazionali.

Con la Nuova politica economica (NEP), la Malaysia è divenuta leader mondiale nella produzione di componenti elettronici e primo Paese del Sud-Est asiatico per l’assemblaggio e l’esportazione di autoveicoli.

Rimane irrisolto il problema della diseguaglianza nella distribuzione delle ricchezze per cui accanto ad una borghesia, che ha potuto sfruttare appieno le opportunità dello sviluppo, vi è una grande massa di agricoltori poveri che faticano a produrre reddito.

Inoltre, il ceto politico è accusato di corruzione e di conflitto d’interessi, dati i forti legami con mondo degli affari. E questo è probabilmente uno dei motivi che ha determinato il cambio della guardia al vertice del governo: si tratta ora di vedere se il vecchio Mahatir riuscirà nel miracolo di ridare credibilità ad un’élite che si è molto screditata negli ultimi anni.

PIER LUIGI GIACOMONI

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