LO YUAN CINESE MONETA DELLO ZIMBABWE
(27 dicembre 2015)

HARARE. Molti stanno investendo in Africa, anche perché gli Stati sono talmente disastrati che le risorse disponibili si possono ottenere a buon mercato od addirittura senza sborsare un centesimo.

E’, ad esempio, il caso dello Zimbabwe, governato, si fa per dire, dall’autocrate Robert Mugabe.
Una volta esempio di convivenza feconda tra bianchi e neri, ora un Paese totalmente allo sfascio e quindi disponibile per chiunque ne voglia fare una sua “colonia”.

Lì, la moneta nazionale, il dollaro Zimbabwese, si è polverizzato e la gente può, per i propri acquisti, usare il dollaro statunitense.

Da gennaio 2016, però, si cambia! Diverrà moneta corrente lo yuan renminbi cinese.

«Nei giorni scorsi – scrive il sito geopolitica.net – sono stati resi noti i termini dell’accordo in base al quale, da gennaio prossimo, lo Zimbabwe cambierà la propria valuta e comincerà ad utilizzare la moneta cinese, lo yuan.
Per convincere il governo dello stato africano a compiere il passo decisivo, Pechino ha utilizzato uno strumento efficace: la Cina si è impegnata a cancellare il debito dello Zimbabwe, che ammonta a circa 40 milioni di dollari.

Oggi la Cina è il primo partner commerciale del paese e gli scambi superano il miliardo di dollari. Per questo “L’uso dello yuan sarà funzionale al mercato con la Cina”, ha dichiarato il ministro delle finanze dello Zimbabwe Patrick Chinamasa.»

DSP. Il 2016 sarà un anno importante per la moneta cinese: dal 1° ottobre 2016, infatti, il renminbi
andrà ad aggiungersi a quelle che sono considerate valute liberamente utilizzabili (dollaro statunitense, euro, yen giapponese e sterlina britannica) per gli scambi commerciali internazionali, inoltre
entrerà a far parte del paniere delle valute utilizzate per la definizione del valore dei Diritti Speciali di Prelievo (DSP), lo strumento di riserva internazionale, che risale agli accordi di Giamaica 1969.

Quella del prossimo anno sarà la prima modifica nella composizione di questo paniere dopo 15 anni.

I DSP non sono una moneta, ma un titolo, che è possibile scambiare, contro una o più valute liberamente utilizzabili, in due modi:
1. sottoscrivendo un accordo bilaterale, in base al quale la Banca centrale d’un Paese membro dell’FMI è disposta ad acquistare DSP in cambio d’una somma di denaro proveniente dalle proprie riserve valutarie;
2. L’FMI può indicare un Paese membro con forte posizione esterna, ossia con un forte avanzo nella bilancia commerciale, che, intervenendo, si fa carico dello scambio di valuta contro DSP, offerti da un altro Paese, con posizione esterna debole, ossia con una bilancia commerciale molto deficitaria..

E’ per questo che, nell’ultimo periodo, la Cina ha intensificato i propri sforzi per far aumentare il peso della propria valuta in quanti più paesi possibile.

Un cambiamento di rilevanza non secondaria.
Come testimoniano le parole di Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, che ha definito l’inclusione del renminbi nei DSP un “riconoscimento degli sforzi operati dall’élite politica cinese nel processo di riforma che ha coinvolto il sistema monetario e finanziario della Repubblica Popolare Cinese nel corso degli ultimi anni”.

La Cina in Africa. Pechino ha fatto di tutto per aumentare il proprio peso e la propria presenza in Africa: nell’ultimo periodo sono stati completati 1.046 progetti nel continente nero,
sono state costruite ferrovie per una lunghezza totale di 2.233 km. ed autostrade per un totale di 3.530 km.
E poi, quartieri residenziali, completi di appartamenti, fognature e linee elettriche, cavi a banda larga per favorire la connessione ad Internet e così via.

Mentre l’Europa e gli Stati Uniti si disinteressavano dell’Africa, Pechino sviluppava una politica di penetrazione di lungo periodo con frequenti viaggi di propri uomini di governo nelle capitali, presso le corti dei vari leader, anche quelli inseguiti da mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per gravi crimini contro l’umanità.
(vedi il caso di Omar al Bashir, da venticinque anni al potere in Sudan, ritenuto responsabile dei massacri nel dar Fur e nel Sud Sudan).

I cinesi offrivano infrastrutture a buon mercato senza chiedere conto dell’operato delle varie élites e senza preoccuparsi del trattamento che veniva riservato ai dissidenti politici od alle etnie ritenute oppositrici.

Per il momento, questa diplomazia “del cemento e della banda larga” ha fruttato a Pechino accesso facilitato alle materie prime di cui l’Africa è ricchissima e ne ha semplificato l’ingresso nel club più esclusivo delle Nazioni che contano.

E’ difficile dire se quest’interventismo cinese nel continente più povero e malgovernato del mondo porterà dei cambiamenti proficui nelle società africane: può essere sia un viatico verso una nuova alba di cambiamento, sia un ulteriore boccata d’ossigeno per le cleptocrazie dominanti che hanno spogliato le risorse umane e materiali dell’Africa, ben più di quanto avevano fatto in passato gli schiavisti ed i colonizzatori.

PIERLUIGI GIACOMONI