L’IMPRESA DEL KAMIKAZE
(7 Settembre 2016).

1. l’esplosione fu spavensosa: il grande centro commerciale venne giù travolgendo tutti coloro che vi erano dentro e fuori, le vetrate dei negozi divennero pericolose lame che tagliavano tutto ciò che si trovava intorno.

Lo spettacolo che si presentò ai soccorritori era apocalittico. Gli investigatori ci misero un po’ per capire cos’era successo: un giovane kamikaze si era fatto esplodere all’interno del centro commerciale ed aveva provocato tutto quel cataclisma.

2. Mentre tutto ciò accadeva, l’anima di Ahmed, il kamikaze, volava alta, lanciata in orbita come un razzo e giunse nell’alto dei cieli. Nel salire pensava che sarebbe stata accolta in Paradiso con applausi e festeggiamenti. Invece… Appena arrivata a destinazione fu rinchiusa in uno stanzone lungo e stretto, buio e coi muri gelidi.
Vicino a lei c’erano altre anime di giovani martiri che si erano dati la morte nello stesso modo: facendosi esplodere vicino alle fermate degli autobus, nei mercati, ai giardini pubblci. Ad un certo punto una guardia entrò e diede alla nuova anima, appena arrivata, una veste grigia.

Solo allora Ahmed si rese conto che anche gli altri portavano quella veste di stoffa ruvida: evidentemente, si disse, era una divisa che tutti dovevano portare!

Ahmed la indossò, ma era sempre più sconcertato: e i festeggiamenti? E le 72 vergini? e gli acini d’uva? E le mille delizie di cui aveva parlato più volte l’imam della moschea che frequentava?

Di tutto questo non c’era traccia: solo un corridoio lungo, stretto, gelido, buio, poi guardie, attesa, ansia.

Ad un tratto si aprì una porta ed un tizio, rivolgendosi alle anime lì in attesa disse:

«Ora ciascuno di voi sarà esaminato e vedremo se supererete le prove a cui sarete sottoposti!»

Sghignazzando, il tipo chiuse l’uscio di malagrazia.

Passò altro tempo, poi ricomparve l’impiegato di prima e cominciò a leggere dei nomi da un elenco:
i chiamati uscivano fuori all’aperto e sparivano, come inghiottiti dal nulla.

Tutte le volte che si apriva quella porta entrava una folata di vento gelido che faceva rabbrividire.

Finalmente, toccò ad Ahmed: uscì all’aperto. Si accorse che pioveva fortissimo e l’abito che indossava non lo riparava minimamente dalle intemperie.

Percorse scalzo un sentiero accidentato costellato di ciottoli puntuti e taglienti.

Entrò in un altro stanzone, più grande di quello di prima, dove tutti urlavano in varie lingue: c’erano arabi, afghani, pakistani, inglesi, francesi… una vera babele!

Per la maggior parte erano maschi, ma c’era anche qualche ragazza cecena ed alcune bambine che venivano dalla Nigeria.

Erano tutti dei kamikaze?

Improvvisamente apparve un giannizzero che ordinò di fare silenzio perché quel chiasso distrurbava i giudici.

3. Trascorso dell’altro tempo, Ahmed fu chiamato dinanzi al tribunale divino.

«Noi siamo stati incaricati da Allah di giudicarvi e di decidere se meritate il Paradiso o l’Inferno», disse quello che aveva la faccia da presidente.
«Tu sei venuto qui da noi perché ti sei fatto esplodere nel centro commerciale a Parigi, vero?»
«Sì, signore.» rispose flebilmente Ahmed.
«Perché l’hai fatto?»
«Perché mi era stato insegnato che se avessi sterminato un bel po’ d’infedeli sarei andato di filato in Paradiso in mezzo ad un mare di delizie.»
«Ora ti faremo vedere quali sono state le conseguenze di ciò che hai fatto.»

Furono spente le luci e su uno schermo comparvero delle immagini.

Nella prima scena, si vide il centro commerciale devastato, corpi umani dilaniati, vetrine sventrate, incendi, pianti, urla, disperazione, ululati di sirene…

Nella seconda, si vide una cella di prigione, Hassan, il suo migliore amico, col volto tumefatto, i vestiti a brandelli. Ad un certo punto comparvero tre agenti. Uno di loro lo interrogava e quando Hassan non rispondeva, un altro gli mollava un ceffone, gridandogli: «Parla o ti facciamo pentire d’esser nato!»
Quando Hassan pareva svenire il terzo gli gettava addosso acqua gelida per farlo rinvenire.

«Ti è piaciuto ciò che hai visto?»
«No, signore.»

«Vogliamo farti vedere un’altra cosa»

Di nuovo, si fece buio e sullo schermo apparve il suo imam che se la spassava felice insieme ad altra gente bevendo vino: l’uomo, già piuttosto ubriaco, palpeggiava pesantemente una ragazza.

Quel tizio non sembrava per nulla quel religioso spirituale che ahmed aveva conosciuto.

«Hai capito cos’è successo?»
«Sì, signore.»
«Bene, ora dovrai affrontare la prova più terribile: dovrai attraversare il lago di fuoco camminando lungo un filo sottile sottile. Dal lago ogni tanto verranno delle vampe di calore anche molto forti. Se nel camminare non avrai incertezze, dubbi, esitazioni, arriverai fino in fondo. Se ti verrà paura precipiterai giù e per te non ci sarà alcun rimedio. Ti senti pronto?»

Ahmed ci pensò un attimo, poi decise d’affrontare la terribile prova.

4. Non se n’accorse, ma improvvisamente i tre giudici scomparvero e si trovò su una piattaforma sopraelevata: sotto di sé tumultuava il lago di fuoco. Le solite guardie tenevano in ordine la fila delle anime che dovevano superare la prova funambolica.

Ahmed scoprì che non era più vestito: il suo abito di iuta era, come d’incanto, volato via.

Prima di lui toccò ad un afghano: un talebano che aveva fatto una strage a Peshawar. Affrontò la prova spavaldamente, senza esitazioni, però quando a metà percorso una ventata di calore lo investì, precipitò giù con un grido lacerante.

Ahmed mise i piedi sul filo e con calma avanzò: dal basso saliva un calore impressionante che lo faceva sudare, ma andava avanti. Guardava dritto ed avanzava, guadagnando metro per metro,centimetro per centimetro.

Dentro di sé sentiva una grande calma, una grande serenità

Arrivò in fondo e qui fu accolto da un applauso.

Gli diedero un’altra veste, stavolta bianca e morbida. lo introdussero in una sala illuminata ed affrescata e gli offrirono da bere qualcosa di fresco e dissetante.

5. «Ora che siete qui – disse una voce dall’alto – voi che avete superato la prova più terribile che un’anima possa affrontare, non siete ancora in Paradiso, ma in una specie di Purgatorio.

Per guadagnarvi la gioia eterna, dovrete tornare sulla Terra ed insinuarvi nell’animo d’un altro giovane e convincerlo a non far il kamikaze, perché io non voglio vedere certe scene spaventose.

Se riuscirete nell’impresa, acquisirete il diritto d’entrare nel Grande Giardino dove c’è gioia senza fine, se fallirete…»
Ahmed tornò sulla Terra ed entrò nell’animo di Ibrahim, un ragazzo che negli ultimi tempi aveva aderito ad un movimento di islamisti radicali. Volle il caso che Ibrahim, che non leggeva quasi mai i giornali, vedesse presso un’edicola le foto della strage del centro commerciale e rimanesse sgomento di fronte a tutto quell’orrore.

Fu come scoprire il lato oscuro delle cose: quel lato che i kamikaze non vedevano mai. Se prima per Ibrahim quelli che si facevano esplodere erano degli eroi, ora, più ci pensava, più gli parevano dei mostri, degli assassini. a poco a poco prese le distanze dal gruppo islamista in cui era entrato.

Una sera, mentre tornava a casa dopo il lavoro, qualcuno gli sparò: le pallottole però, non lo colpirono.
Ibrahim capì che doveva traslocare dal quartiere in cui viveva per trasferirsi altrove.

Grazie ad alcuni amici, andò a vivere da un’altra parte: trovò un lavoro, una ragazza che gli voleva bene, continuò a frequentare una piccola moschea gestita da un imam assolutamente contrario al terrorismo.

Ai suoi figli, Ibrahim insegnò ad essere buoni musulmani, ma anche ad esser ripsettosi di coloro che non la pensavano nello stesso modo.

Quando morì a 90 anni, fu accolto in Paradiso e con lui salì nel più alto dei cieli, dove è pace e beatitudine eterna anche l’anima di Ahmed che era riuscita nell’impresa di convertire un candidato kamikaze in una persona amata da tutti.

PIER LUIGI GIACOMONI