L’HONDURAS SULL’ORLO DELL’ABISSO
(3 Dicembre 2017)

TEGUCIGALPA. L’Honduras è sull’orlo dell’abisso dell’anarchia: ad una settimana dalle elezioni presidenziali non si

sa ancora chi abbia vinto.

Entrambi i principali candidati alla massima carica dello Stato rivendicano il successo, ma al momento in cui

scriviamo, non c’è ancora un dato definitivo.

Questa lentezza nella comunicazione dei risultati del voto ha il gusto amaro in America Latina della frode:

infatti, l’alleanza dell’opposizione contro la dittatura denuncia che:
• in alcune aree del territorio si è registrato un inopinato aumento dei votanti rispetto alle medie nazionali: si

tratta di dipartimenti  (province) in cui muoversi per recarsi alle urne è problematico a causa della conformazione

del terreno;
• agli elettori honduregni all’estero, soprattutto alla diaspora statunitense, assai numerosa, sarebbe stato

impedito votare;

L’opposizione, inoltre, accusa i magistrati del Tribunal supremo electoral (TSE) d’esser vicini al governo ed

inclini a favorirlo.

In seguito a questi eventi, già da mercoledì scorso la tensione stava pericolosamente crescendo, fino a quando,

nella notte di venerdì 1 dicembre, a Tegucigalpa, la capitale, San Pedro Sula, capitale industriale, La Ceiba ed

altri centri minori, la violenza è esplosa.

Migliaia di persone sono scese in piazza e si sono scontrate con polizia ed esercito: oltre ad Autobus e municipi

dati alle fiamme, negozi saccheggiati, banche svaligiate, strade bloccate, vetrate infrante, si sono registrati,

stando a bilanci ufficiosi, sette morti, venti feriti e una cinquantina d’arresti.

Il Governo è corso ai ripari ed in tutta fretta, ha emanato un decreto d’urgenza che ha sospeso, fin da sabato

mattina, alcune garanzie costituzionali ed imposto il coprifuoco dalle 18 alle 6 per dieci giorni.
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Prima del voto. Il clima con cui il Paese è andato alle urne lo scorso 26 novembre era già di forte tensione: il

Presidente della Repubblica Juan Orlando Hernáandez Alvarado, vincitore di elezioni contestate nel 2013, aveva

ottenuto nel 2015 una sentenza dalla Corte Suprema di Giustizia che gli permetteva di ricandidarsi per un secondo

mandato.

Infatti, il 24 aprile di quell’anno, la massima istanza giudiziaria del Paese decretò l’inapplicabilità

dell’articolo della costituzione del 1982 che stabiliva che Presidente e vice Presidente in carica non potevano

riproporre la propria candidatura per un secondo mandato.

In pratica, la corte ha dichiarato incostituzionale, unico caso al mondo, probabilmente, un articolo della stessa

legge fondamentale, introdotto per evitare derive autoritarie del supremo mandatario nazionale.

«La decisione – scrive BBC Mundo – è stata assunta all’unanimità dai cinque giudici della corte costituzionale,

sebbene uno di loro, successivamente, abbia dichiarato d’essersi pentito.»

L’opposizione non ha mai accettato il verdetto ed ha sempre definito il blitz compiuto dal Presidente una specie di

golpe, avvertendo ripetutamente la popolazione sul rischio d’una deriva autoritaria della fragile democrazia

honduregna.
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Il voto. La giornata elettorale del 26 novembre si è svolta tutto sommato nella calma, tuttavia la tensione è

cresciuta in diverse zone attorno alle 16, ora di chiusura dei seggi.

difatti, benché la normativa preveda che chi si trova nell’area delle sezioni elettorali al momento della chiusura

ha diritto di votare fino ad esaurimento della coda, in diverse situazioni agli elettori è stato impedito

d’esprimersi.

in alcune sezioni elettorali, inoltre,  lo spoglio dei voti è avvenuto in segreto, senza la partecipazione né del

pubblico né dei rappresentanti delle liste in competizione.

Curiosamente poi, mentre nelle prime otto ore successive alla fine delle operazioni di voto, i risltati sono

affluiti con continuità, successivamente, soprattutto nelle ore notturne, il flusso si è bloccato.

Tant’è vero, che gli unici risultati di cui si dispone risalgono alle due della notte del 27 novembre e riguardano

il 57% delle sezioni scrutinate: in base ad essi, Salvador nasralla, candidato dell’alleanza, avrebbe ottenuto il

45,17% delle preferenze, contro il 40,21% conseguito dal Presidente Hernández, candidato del Partito Nazionale.

La legge elettorale honduregna prevede che vinca le presidenziali chi ottiene il maggior numero dei voti: non è

previsto ballottaggio nel caso in cui nessun concorrente ottenga nella prima votazione la maggioranza assoluta.

Si è giunti quindi ad oggi con una situazione di vera incertezza: secondo il Presidente del TSE Davíd Matamoros

Batson, rimarrebbero da verificare 1031 verbali, per l’opposizione se ne dovrebbero controllare 5174.
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Un Paese a rischio. In questi giorni sono stati rivolti alla popolazione diversi appelli alla calma ed all’unità

nazionale: anche Papa Francesco, all’Angelus di oggi, il primo dopo il rientro dal suo viaggio in birmania e

Bangladesh, ha detto: «Nella mia preghiera ricordo in modo particolare anche il popolo dell’Honduras, perché possa

superare in maniera pacifica l’attuale momento di difficoltà».

Mentre scriviamo, sono in corso nel Paese diverse manifestazioni di protesta contro il governo, il Tribunale

elettorale, la corruzione e le frodi elettorali. Per ora non si segnalano né scontri, né saccheggi, né spargimento

di sangue. L’Organizzazione degli stati Americani (OSA) starebbe tentando una mediazione per evitare che la

situazione precipiti. Nelle prossime ore si vedrà se il Paese centroamericano riuscirà a superare questa crisi o se

il quadro politico degenererà pericolosamente verso l’anarchia.

PIER LUIGI GIACOMONI