L’ECONOMIA DEL LITIO
(20 Gennaio 2022)

SANTIAGO DEL CILE. «Studiare la geografia del litio – scrive Ferdinando Cotugno, giornalista del “Domani”, esperto della materia – serve «per capire il futuro della transizione ecologica».

Già, perché questo minerale è essenziale per produrre le batterie delle auto elettriche, così come degli smartphone, dei pannelli solari e di un sacco di altri prodotti di cui ha bisogno l’uomo moderno.

IL TRIANGOLO DEL LITIO.

Il 60% delle riserve di litio è in America Latina: insieme, Argentina, Cile e Bolivia, costituiscono il “triangolo del litio”; questo, potrebbe presto diventare un quadrilatero dal momento che in Perù sono stati recentemente scoperti depositi litiferi sotto forma di roccia dura. Il Cile dispone delle riserve più rilevanti (8 milioni di tonnellate), seguito dall’Argentina (2 milioni), mentre nel territorio boliviano si trova il deserto del Salar de Uyuni, il più grande giacimento al mondo, una grande distesa salata.

I governi devono scegliere se concedere licenze di sfruttamento a grandi aziende multinazionali, col rischio di ricavarne scarso reddito, come insegna la lunga storia dello sfruttamento delle risorse minerarie nei Paesi in Via di Sviluppo, o affidarsi a compagnie nazionali che estraggano il minerale e lo trasformino in prodotto finito.

Il Cile, il 12 Gennaio, ha seguito una linea intermedia: il governo del Presidente Sebastián Piñera, che lascerà il potere l’11 marzo, ha deciso d’appaltare a due aziende, una cinese e l’altra cilena, lo sfruttamento dell’1,8% delle riserve di litio presenti nel Paese. «Il Ministero delle Miniere – si legge in una nota – ha comunicato d’aver concesso la licenza di sfruttamento delle risorse nazionali di litio a due delle cinque imprese che si erano candidate, la BYD Chile SpA (cinese) e Servicios y Operaciones Mineras del Norte S.A. (cilena)».

Entrambe, avranno una quota pari a 80.000 tonnellate: il progetto avrà una durata di sette anni per svilupparsi: la licenza varrà per vent’anni.

Per aggiudicarsi l’appalto, BYD Chile SpA ha messo sul piatto 61 milioni di dollari, mentre Servicios y Operaciones Mineras del Norte S.A. ne ha offerti 60.

«L’appalto concesso alle due compagnie – dicono a Santiago – permetterà di dar impulso all’industria locale del litio affinché il Cile recuperi le proprie posizioni sulla scena mondiale».

Già, perché nel 2016, il Cile era il principale produttore mondiale di litio, pari al 37% del mercato, mentre oggi occupa il secondo posto alle spalle dell’Australia con una porzione pari al 32%. Se non aumenterà la produzione nel 2030 la porzione cilena scenderà al 17%.

«I motivi di questo declino – scrive la rivista Energia – son in parte riconducibili alla mancanza di chiarezza su tassazione, regolamentazione e oneri imposti dalle autorità, ma anche alle difficoltà che i nuovi attori hanno incontrato nell’accesso al mercato interno.
Il miglioramento della regolamentazione darebbe al paese la possibilità di stare al passo con il mercato del litio.»

La decisione presa dal governo è stata criticata da Gabriel Boric, Presidente eletto della Repubblica, e da apruebo Dignidad, la coalizione di sinistra che l’ha sostenuto durante l’ultima campagna elettorale:

«Il governo – ha dichiarato – ha il potere di fare ciò che ha fatto ma è una decisione sbagliata che verrà rivista a tempo debito. Noi continueremo sulla nostra strada, lavorando per la creazione di una Compagnia nazionale del Litio che agisca tenendo in considerazione il bene delle comunità e dello sviluppo produttivo nazionale».

La gara d’appalto, apertasi nell’ottobre 2021, ha visto la partecipazione di oltre 70 imprese che hanno avanzato diversi progetti. Santiago ha selezionato i cinque che son sembrati i più idonei e tra questi ha scelto i due vincitori.

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FUORI DAL SUD AMERICA.

Altri luoghi d’estrazione del litio son l’Australia (2,7 milioni di tonnellate), la Cina (1 milione), ma anche, in Europa, il Portogallo e la Serbia.

Proprio qui, nei giorni scorsi, un’insurrezione popolare ha costretto Belgrado a cancellare il progetto Jadar del valore di 450 milioni di dollari: «Da una parte – scrive Euronews – la multinazionale anglo-australiana Rio Tinto.
Dall’altra i cittadini di Loznica, territorio serbo al confine con la Bosnia.

«La situazione in Serbia – dicono gli ambientalisti – per quanto riguarda la protezione dell’ambiente è completamente sfuggita di mano, perché non c’è un solo posto in cui gli investitori locali o internazionali non stiano devastando. Il progetto Jadar è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Siamo venuti qui a bloccare la strada coi nostri corpi per mandare un messaggio: non siamo disposti a svendere il nostro Paese, a lasciarlo inquinare, a sacrificare per il profitto di società straniere e multinazionali qualcosa che è nostro e per cui il sangue dei nostri antenati è stato versato.»

Per il momento, il Presidente aleksandar Vucic ha dato ascolto ai manifestanti, anche perché presto nel Paese vi saranno importanti elezioni, ma il futuro è incerto. La produzione di litio (insieme a quella di cobalto, grafite e altre risorse minerarie) è destinata a crescere esponenzialmente negli anni a venire.
La domanda dovrebbe passare da 323 mila tonnellate di litio carbonato equivalente (LCE) nel 2019, a 1,8 milioni di tonnellate nel 2030, in particolare per le esigenze del mercato cinese.
Ciò si spiega con la crescente domanda di tecnologie non inquinanti imposte dalla transizione energetica – come turbine eoliche e pannelli solari – che dipendono da batterie agli ioni di litio per garantire la fornitura di energia elettrica quando non c’è il sole o il vento. Poiché anche l’uso di veicoli elettrici è destinato a diffondersi, la domanda di litio continuerà a crescere.

Tuttavia, sarà necessario compiere sforzi reali per poter sfruttare appieno questo asset, tenendo presente che il litio è una risorsa non rinnovabile che occupa solo un posto modesto nella catena del valore globale.

C’è poi un risvolto della vicenda che pone dei dubbi: l’estrazione e la lavorazione del litio è quanto mai inquinante. Come dimostrano le proteste popolari in Serbia, l’utilizzo di questo metallo leggero per produrre batterie che diano energia ad auto meno inquinanti rischia di porre altri problemi sul fronte della tutela dell’ambiente.

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IL LITIO.

Scoperto nel XIX secolo, il litio è impiegato in molte lavorazioni industriali: si produce per elettrolisi da una miscela di cloruro di litio e cloruro di potassio fusi (i rispettivi punti di fusione sono 600 °C e circa 350 °C). Dagli anni 90, diverse aziende hanno iniziato ad estrarlo dalle soluzioni, un metodo che si è rivelato meno costoso e più rapido delle miniere sotterranee o a cielo aperto.

L’utilizzo di batterie agli ioni di litio ne ha aumentato la domanda, facendo crescere il prezzo sui mercati delle materie prime, spingendo le aziende ad individuare altre aree d’estrazione: la Cina è il maggior consumatore di litio poiché, insieme a Corea del sud e Giappone produce il 95% delle batterie in circolazione.

E l’Europa? Sembra un po’ in ritardo: finora si è limitata a trasformare il prodotto, impiegandolo soprattutto nell’industria automobilistica; ora però sta provando a recuperare con un’alleanza per la ricerca, con un piano in stile Airbus per l’apertura delle gigafactory e puntando sulla sostenibilità.

«Il litio – conclude Cotugno – sta alla transizione energetica come il petrolio all’economia e alla geopolitica delle fonti fossili: la mappa della produzione del metallo fondamentale per le batterie è un modo per leggere l’energia del futuro» e forse, aggiungiamo noi, per capire chi dominerà il mondo di domani.

PIER LUIGI GIACOMONI