LE VENTICINQUE CRITICHE ALLA RIFORMA COSTITUZIONALE
(29 Novembre 2016)

ROMA. Nel suo intervento conclusivo alla Camera dei Deputati, L’11 aprile scorso, il Presidente del Consiglio dei
Ministri controbatte alle 25 critiche formulate dalle opposizioni alla riforma costituzionale.

Poco prima si erano tenute le dichiarazioni di voto ed al termine i deputati di minoranza avevano abbandonato
l’aula, mostrando, mi sia permesso il commento, un ben scarso rispetto per le istituzioni.

Nel suo intervento, il Premier allude a questo fatto, ma allude anche ad elementi emersi nel dibattito.

Tra le critiche che contesta ve ne sono alcune che si son riaffacciate nel corso della campagna elettorale: le
riassumo in ordine sparso.

• Il Governo in carica non è stato eletto da nessuno;
• il Governo non può proporre con propri disegni di legge modifiche alla Costituzione;
• Il Parlamento non è legittimato, a seguito della sentenza N. 1/2014 della Corte costituzionale a rivedere la
costituzione;
• la Costituzione è intoccabile;

A queste ed altre osservazioni, renzi risponde punto per punto

Riproduco questo testo anche a beneficio di chi avesse in programma degl’incontri pubblici e volesse servirsi di
questo documento per controbattere queste ed altre argomentazioni.
***
Signora Presidente, onorevoli deputati, è con una certa emozione che intervengo qui, oggi, per rendere innanzitutto
omaggio in modo formale e sostanziale
a questo Parlamento, anche a quella parte di Parlamento che ha deciso di non partecipare a questo mio intervento,
ma nulla toglie al valore di quello che
essi, anche loro, hanno fatto, insieme naturalmente ai parlamentari, ai deputati in questo caso, della maggioranza
delle riforme, che hanno lavorato con
grande determinazione e con grande tenacia. Lo dico senza formalismi, lo dico con il cuore in mano: siamo a un
passaggio straordinario. Io vorrei dire
grazie a lei, signora Presidente, al suo Ufficio di Presidenza, alle collaboratrici e ai collaboratori che hanno
reso possibile ciò che è accaduto e ciò
che sta accadendo. Vorrei dire grazie a tutti i capigruppo che si sono succeduti, i capigruppo che hanno lavorato,
ai membri della Commissione affari costituzionali,
e da parte del Governo, al Ministro e a tutti i sottosegretari che sono qua, perché quello che sta avvenendo in
queste ore è un passaggio al quale non
tutti credevano e in molti casi, anche noi, pensavamo di non credere più. È un passaggio storico per il nostro
Paese. C’è un unico modo con il quale io
posso essere minimamente in grado di restituire questo sentimento di riconoscenza e cioè quello di prendere, come
ho fatto in queste settimane, riguardare,
uno per uno i punti che sono venuti dalle opposizioni, e anche in alcuni casi dalla maggioranza, di critica e
rispondere nel merito. Non abituatevi dunque
a questo tipo di intervento, solitamente i miei discorsi in Parlamento sono molto diversi, ma questa volta mi sono
preparato, uno per uno, sui singoli
punti che sono venuti dalle minoranze, per poter esprimere le motivazioni di merito per le quali questo passaggio è
un passaggio straordinario.

La storia parlamentare italiana parlerà a lungo di questa giornata ed ha ragione il deputato Invernizzi, che ha
parlato qualche istante fa, c’è un senatore
a cui dobbiamo tutto. È un senatore che non è qui, ha sbagliato il nome di quel senatore, ma è un senatore senza il
quale tutto questo passaggio non sarebbe
stato possibile. Vorrei che il primo pensiero di quest’Aula, in questo mio intervento, fosse per il senatore a vita
Giorgio Napolitano.

È stato il senatore Giorgio Napolitano in un intervento che fu applaudito anche da una parte di coloro i quali
non sono qua, fatto in questa stessa Aula,
di fronte al Parlamento riunito in seduta comune per il giuramento del Presidente della Repubblica, nell’aprile del
2013, a utilizzare parole sferzanti,
ma cariche di verità, nei confronti della classe politica, a sfidare voi parlamentari della Repubblica a fare di
questa legislatura, la legislatura delle
riforme, a dare un’ulteriore opportunità alla classe politica minata dall’incapacità di eleggere il Presidente
della Repubblica, anche a costo di un sacrificio
personale che vide quel Presidente della Repubblica dover cambiare posizione rispetto a quello che aveva espresso
con grande determinazione e tenacia.
Siamo qui perché il Presidente Napolitano ci ha stimolato e invitato, ma siamo qui anche perché finalmente la
classe politica mostra il meglio di se stessa.
Per la prima volta la politica riforma se stessa in modo compiuto e organico, non altrettanto hanno fatto altre
parti delle classi dirigenti di questo
Paese. Vorrei che dal Parlamento, vorrei che dalla Camera dei Deputati, arrivasse forte il messaggio e lo dico io
che non faccio parte della Camera dei
deputati, e lo dico io che non faccio parte del Senato della Repubblica: le parlamentari, i parlamentari, hanno
dato una grandissima lezione di dignità
al resto della classe dirigente di questo Paese, dimostrandosi, certo con tutte le difficoltà e i limiti (io non mi
nascondo che ci sono dei punti aperti
di questa riforma), in grado di far vedere che la politica quando è sfidata in positivo è capace di far vedere la
pagina più bella. È accaduto questo,
noi non ce ne dimentichiamo e io sono qui a nome del Governo innanzitutto per rendervi omaggio e per esprimere la
mia gratitudine. Oggi la classe politica
dà una lezione a tanti.

Che cosa è questa riforma ? Lo sapete, c’è bisogno forse soltanto per gli atti di ridire quello che già tutti noi
conosciamo in modo diffuso. Cambia
la composizione del Senato, cambia finalmente il rapporto di fiducia tra le Camere e il Governo, viene riservato
alla sola Camera dei deputati, cambia
lo status di senatore, cambiamo le funzioni del Senato. Il bicameralismo paritario che era stato un elemento di
grande discussione e di compromesso alla
meno in sede di Assemblea costituente, viene meno. Il bicameralismo paritario che era stato unanimemente ritenuto
un tabù da abbattere, da destra e da
sinistra, in tutti i programmi elettorali viene finalmente meno. Il procedimento legislativo viene reso più
semplice. Ho molto apprezzato le considerazioni
dell’onorevole Sanna anche rispetto alle possibili problematiche, specie in una prima fase. Ma il fatto che si
diano dei tempi certi, in particolar modo
per l’istituto del voto a data certa, consente di superare un vulnus della storia costituzionale, cioè l’abuso
della decretazione d’urgenza, abuso dal
quale non possiamo ritenerci immuni neanche noi, voglio essere con molta franchezza trasparente nei vostri
confronti. Non si toccano i sistemi di pesi
e contrappesi che sono stati oggetto di grandi discussioni. Certo viene modificata la norma sull’elezione del Capo
dello Stato, è il Parlamento in seduta
comune che elegge il Capo dello Stato, senza l’integrazione della composizione con i delegati regionali, ma sono
modificati i quorum per l’elezione. Si
interviene pesantemente sul Titolo V, rendendo lo Stato responsabile maggiore anche in considerazione di modifiche
da apportare, da apporre, a una precedente
riforma i cui effetti hanno sicuramente delle luci e molte ombre. Viene soppressa la competenza legislativa
concorrente, è introdotta una riserva alla
legge statale per la definizione degli indicatori dei costi e fabbisogni standard, vengono modificati gli istituti
di democrazia diretta e gli strumenti
di partecipazione con un lavoro, è stato ricordato prima, di grande partecipazione da parte delle opposizioni e
anche di una parte significativa della
maggioranza, si sopprimono alcuni enti.

Vorrei prima di entrare nel merito delle 25 note di distinzione che vorrei rapidissimamente fare, sottolineare
che si è lavorato in modo molto significativo.
Si è lavorato per 173 sedute, al 7 di aprile, erano state 170 quelle dell’Assemblea costituente. L’Assemblea
costituente aveva avuto 606 votazioni, 292
approvazioni e 315 respingimenti, 5.271 sono state le votazioni in questo procedimento. In sede di Assemblea
costituente vi erano stati 1.090 interventi,
sono stati 4.776 senza considerare quelli di oggi. Sono state presentate 1.663 proposte emendative in sede di
Assemblea costituente, 83.322.708 in questo
passaggio.

Si domandino, i signori del Parlamento, se l’utilizzo strumentale della discussione parlamentare è venuto da chi
è stato pronto al dibattito e al dialogo
in tutte le sedi e in tutte le forme o da chi ha proceduto a portare 83 milioni di emendamenti, con l’unico
obiettivo di non discutere nel merito quelli
su cui si poteva trovare un punto di convergenza. Sono state tante e numerose le modifiche che sono state
introdotte da questo dibattito parlamentare;
io non entro nel merito se queste siano migliori o peggiori rispetto alle nostre aspettative, sono le modifiche del
Parlamento e io, signori del Parlamento,
mi inchino di fronte alla volontà popolare che chi difende la Costituzione dovrebbe sapere esprimere attraverso le
indicazioni dei deputati e dei senatori.
Chi oggi difende la volontà costituzionale o pensa di difendere la Costituzione e utilizza l’argomento del «caro
Presidente del Consiglio chi ti ha eletto ?»,
semplicemente non si rende conto che ciò che viene detto dalla Costituzione è che il Presidente del Consiglio non è
eletto dai cittadini, ma gode di un
rapporto di fiducia con il Parlamento della Repubblica. La superficialità, l’improvvisazione di chi si trova a
proprio agio fuori dalle Aule del Parlamento
molto più che dentro, nel dibattito costituzionale, è un elemento sul quale i cittadini sapranno riflettere, anche
perché in tanti dicono: andiamo fuori
del Parlamento per chiedere che prima o poi si vada a votare. Quando andremo a votare, tanti di loro resteranno
fuori dal Parlamento e non credo che sarà
un problema per la stragrande maggioranza degli elettori medesimi.

Credo che ci sia bisogno di entrare nel merito della discussione sui 25 punti che le opposizioni hanno segnalato,
non prima di aver tolto due elementi
dal campo. Il primo: si dice che questa è la Costituzione più bella del mondo e che è intoccabile; sono valutazioni
molto belle, molto suggestive, ci danno
quel valore di appartenenza che io credo vada considerato un punto positivo. Non ci prendiamo in giro, perché
qualcuno di noi, tutti voi meglio di me,
ma qualcuno di noi lo ha fatto non perché doveva votare, ma perché ha studiato, come tutti gli altri,
giurisprudenza o diritto costituzionale, ricorda
che il dibattito in Assemblea costituente e negli anni immediatamente successivi non era un dibattito pieno di
frasi modello «questa è la Costituzione
più bella del mondo». Meuccio Ruini, 22 dicembre 1947, parla all’Assemblea costituente in qualità di relatore del
testo e dice: la seconda parte della
Costituzione, Ordinamento della Repubblica, ha presentato gravi difficoltà, non abbiamo risolto con piena
soddisfazione tutti i problemi istituzionali,
ad esempio per la composizione delle due Camere e per il sistema elettorale. Lo dice il 22 dicembre del 1947,
qualche giorno prima della firma di De Nicola,
il relatore di quel dibattito. Ma chi di noi ama, vorrei dire, profondamente ama, il contributo di una parte, noi
amiamo il contributo di tutti, ma in
particolar modo della sinistra cattolica in quel dibattito, deve ricordare che non soltanto furono numerosi gli
interventi dei professori, i professorini,
come li chiamavano, in sede di Assemblea costituente, ma vi furono degli appuntamenti immediatamente successivi dei
quali non posso darvi conto in modo
compiuto, ma che sicuramente conoscete meglio di me, e che vorrei invitare ad andare a rileggere, ad esempio
andando a prendere il convegno dell’Unione
Giuristi Cattolici del 1951; io ci sono affezionato perché fu il primo intervento di La Pira da sindaco e andò a
parlare, però, nella sua veste, tornando
per una volta a fare un dibattito nazionale, e dice delle cose meravigliose sul rapporto tra sogno, attese della
povera gente e classe politica. Non ne
parlo in questa sede. Vorrei, però, citare Giuseppe Dossetti. La sua relazione al convegno nazionale di studi
dell’Unione Giuristi Cattolici del 1951 cita
testualmente, parlando della crisi del sistema costituzionale italiano, tre anni dopo: è stato strutturalmente
predisposto – si riferisce al sistema costituzionale
italiano – sulla premessa di un contrappeso reciproco di poteri e quindi di un funzionamento complesso, lento e
raro, come quello di uno Stato che non
avesse da compiere che pochi e infrequenti atti sia normativi che esecutivi.

Quello su cui avete legiferato e vi accingete a legiferare in via definitiva è una parte della Costituzione che
lo stesso costituente – quei costituenti
che abbiamo come delle figurine e che dovremmo però imparare a leggere e a rileggere – già dopo pochi mesi
considerava deficitaria per la realizzazione
di una compiuta democrazia. Vado rapidissimo sui 25 punti, perché non voglio abusare della vostra pazienza. C’è un
punto, però, che voglio sottolineare,
l’onorevole Sanna ha già discusso di questo anche in polemica con l’onorevole Scotto: la riforma non doveva essere
proposta dal Governo, le riforme costituzionali
devono essere d’iniziativa strettamente parlamentare. Lo dico all’onorevole Scotto che mi ha accusato di non aver
ascoltato le sue, e quelle di altri,
considerazioni; è una critica che rispetto, come tutte le critiche vanno rispettate, ma è una critica profondamente
ingiusta. Vorrei citare all’onorevole
Scotto, se solo fosse qui presente, ma ha detto che leggerà gli atti, ciò che Umberto Terracini, non propriamente
un pericoloso sovversivo, ebbe modo di
dire nella seduta di Sottocommissione del 15 gennaio 1947, sto andando a braccio perché non trovo il foglio, ma
credo che fosse il 15 gennaio 1947. Alla
domanda di Piccioni che chiedeva se si potesse evitare l’iniziativa del Governo su questi temi, Terracini rispose
in modo molto puntuale, contestando la
dichiarazione di Piccioni e mettendo ai voti la possibilità che il Governo avesse l’iniziativa anche sui temi della
revisione costituzionale. La Sottocommissione
votò la proposta Terracini, approvandola. Dunque, il primo punto in discussione – le riforme non dovevano essere
proposte dal Governo – è stato autorevolmente
sciolto, non già dall’esempio, come pure Sanna ha spiegato in modo ineccepibile, di numerosi Governi che si sono
succeduti e che hanno portato iniziative
di revisione costituzionale con firma del Governo, ma addirittura dal presidente Terracini che, prendendo la
parola, chiese il voto su questo e, quindi,
dalla discussione dell’Assemblea costituente medesima. Si vuole difendere i lavori della Costituente, ma poi ci si
scorda di leggerli.

Secondo punto: le riforme costituzionali si fanno tutti insieme. Lo dico in particolar modo a quella che è stata
e che è una parte dell’accordo istituzionale
e costituzionale: noi non abbiamo cambiato idea rispetto al testo che oggi andiamo, andate a votare, o comunque
nelle prossime ore. L’argomento che ha
portato una parte di questo Parlamento a venir meno alla parola data e all’impegno preso non ha a che vedere con il
contenuto della revisione costituzionale,
il che sarebbe comunque del tutto legittimo, ha a che vedere con il fatto che questo Parlamento in seduta comune,
peraltro, con il voto a scrutinio segreto
di molti di quello stesso gruppo, ha eletto Presidente della Repubblica quel galantuomo che risponde al nome di
Sergio Mattarella, contro i desiderata
del leader di quel partito medesimo. Noi abbiamo tentato di avere una maggioranza più ampia, ma messi al bivio di
dover bloccare quell’intervento, perché
qualcuno aveva cambiato idea sul nome del Presidente della Repubblica, e mantenersi fedeli all’impegno preso con il
Presidente della Repubblica precedente
e con la credibilità del sistema politico italiano non abbiamo avuto dubbi nello scegliere la dignità, la coerenza
e l’uniformità di giudizio.

Terzo punto: nel varare le riforme sono state fatte, in Parlamento, forzature inaccettabili. Credo che l’unica
forzatura realmente fatta sia stata presentare
83 milioni di emendamenti. Non avevamo alternative a quella di andare avanti anche utilizzando tutti gli strumenti
del Regolamento per poter arrivare a
conclusione, altrimenti sarebbe stato il blocco. Ricordo che in più di una circostanza i senatori e i deputati che
fanno riferimento allo schieramento
di una parte del centrodestra hanno più volte detto: non ci sono i numeri, li bloccheremo, l’ostruzionismo fermerà
questi dilettanti improvvisati. Non
è stata una previsione azzeccata.

Punto numero 4: la riforma è stata fatta in modo affrettato. Ho già mostrato i tempi e le sedute, più dei lavori
dell’Assemblea costituente. Se il referendum
andrà come io auspico che vada, saranno passati esattamente 30 mesi, sei letture parlamentari, esami e votazioni,
prima in Commissione e poi in Aula, migliaia
di emendamenti; non si ricorda nella storia costituzionale un dibattito così lungo e prolungato come quello avuto
da questa revisione costituzionale.

In nessun argomento c’è stata una partecipazione di così tanti relatori e interventi come quella in questa
discussione che il Parlamento di questa legislatura
si accinge a concludere. Il punto numero 5 lo ha già spiegato il deputato Sanna: la riforma è illegittima perché
votata da un Parlamento eletto sulla base
di una legge elettorale dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale. Si fa riferimento alla sentenza n. 1 del
2014. In tale sentenza, la Corte costituzionale
esprime in modo chiaro che l’illegittimità della legge – si chiama legge Calderoli, quella giudicata illegittima –
non travolge la legittimazione giuridica
né politica delle Camere della XVI legislatura. Questo è il dettato della sentenza della Corte costituzionale.

A questo si aggiunge non soltanto la volontà del Parlamento, perché il Parlamento avrebbe potuto prendere una
decisione diversa nella sua sovranità,
ma anche le considerazioni conformi dell’allora Presidente della Repubblica e dell’attuale Presidente della
Repubblica. Ricordo, soltanto da ultimo, per
citare il Presidente della Repubblica Mattarella, il suo intervento alla Columbia University dell’11 febbraio del
2016. La realtà è da una parte diversa
da quella delle chiacchiere. Sesto punto: il Governo e la maggioranza non avrebbero dovuto chiedere o auspicare il
referendum. Sì, è vero, la Costituzione
permette, come garanzia democratica, a una minoranza parlamentare del 20 per cento di chiedere il referendum
confermativo, ma questo non impone o non esclude
che altri parlamentari possano chiedere che si vada a votare su questo.

Aggiungo: è stato frutto di un accordo politico. Il Governo è andato in Aula, in Senato, sulla base di una
richiesta dei capigruppo della maggioranza,
perché il lavoro che hanno fatto il Senato e la Camera per modificare questo testo è tutt’altro che banale. Allora
i capigruppo ci chiesero di prendere
un impegno solenne, come Governo e come maggioranza, per andare al referendum confermativo. Stiamo rispettando un
impegno preso con i parlamentari. Settimo
punto: non si doveva fare del referendum oggetto di una strumentalizzazione politica, legando a questo la vita del
Governo. È una critica che è rivolta,
in particolar modo, alla mia persona e alle dichiarazioni che ho fatto fin da qualche mese fa.

Vorrei confermarle e, se possibile, ribadirle. La nascita di questo Governo è dovuta al fatto che l’Esecutivo
precedente si trovava in una condizione
di stagnazione. L’accettazione dell’incarico di Presidente del Consiglio è stata subordinata all’impegno preso con
il Presidente della Repubblica e con
i deputati e i senatori a realizzare una serie di riforme, che possono piacere o meno. Nel momento in cui sulla più
importante di queste riforme non vi
fosse il consenso popolare tale da far cadere il castello della riforma stessa, è principio di serietà politica
trarre le conseguenze. La Costituzione
più bella del mondo non si tocca: sono almeno cinque gli articoli già cancellati, sono almeno 15 le modifiche già
fatte. Numero nove: la riforma crea troppe
incertezze, creerà contenzioso. Non vi è dubbio, perché mi piace essere sincero, che vi siano dei punti che
dovranno essere chiariti. Qualsiasi riforma
contiene dei margini di incertezza per definizione, non può che essere così: se tu metti a raffronto un testo che
vige da quindici anni o da settant’anni
e uno che è appena entrato in vigore, è giocoforza che vi siano delle valutazioni diverse, ma questa è una riforma
che rende più chiaro e più semplice
il nostro Paese.

Punto numero 10: avete fatto una riforma della Costituzione per risparmiare. Credo che chi ha seguito il
dibattito degli ultimi vent’anni e non è stato
ibernato o non è stato in vacanza su Marte sa che il problema della semplificazione delle regole del gioco
democratico non deriva da un’esigenza di natura
economicistica. Altre sono state le misure prese con finalità economica e/o economicistica: mi riferisco, ad
esempio, alla modifica fatta dal Parlamento
precedente, della legislatura precedente, sull’articolo 81 della Costituzione. Questa riforma, alla fine, farà
risparmiare i cittadini ? Sì ! Non lo considero
un elemento negativo, ma non è il motivo dal quale abbiamo preso le mosse.

Entro su punti un pochino più delicati. La riforma – critica numero 11 emersa dal dibattito parlamentare, che,
come vedete, abbiamo ascoltato, studiato
e valutato – mette le istituzioni in mano a una sola forza politica, in particolar modo in combinazione con
l’approvazione di una nuova legge elettorale.

Si dice che la clausola di supremazia prevista dal comma 4 del nuovo articolo 117, del 117 novellato, avvilisce
l’autonomia regionale: io dico che ne costituisce
elemento di garanzia. Si dice che i limiti alle regioni (punto ventunesimo) in materia di costi della politica
umiliano l’autonomia delle regioni: credo
che esaltino la dignità dell’essere consiglieri regionali, dopo tante pagine di scandalo alle quali abbiamo avuto
modo di assistere. Si dice – lo fanno
anche autorevoli professori, anche alcuni professori con i quali ho avuto la buona sorte di poter studiare da
studente – che la scelta di abolire la legislazione
concorrente costituisce un errore: io credo che sia stato un clamoroso errore aver impostato la concorrente come è
stato fatto con la riforma del 2001.
Si dice (punto ventitreesimo) che non sono state riformate le regioni a statuto speciale; e si dice una cosa vera:
non sono state riformate. In parte perché,
come sapete, in un caso vi è un Trattato di natura internazionale: mi riferisco alla provincia autonoma di Bolzano;
ma anche perché non vi era in questo
Parlamento una maggioranza sufficiente ad approfondire questa discussione; ed è bene dirlo con grande chiarezza:
avendo anche molti opinioni diverse sul
singolo punto.

Le ultime due questioni. Non è opportuno che il Senato elegga due giudici della Corte: è stata una discussione su
cui Camera e Senato hanno vivacemente
pugnato. Credo che si sia trovato un compromesso che assicura alla Corte costituzionale un livello di qualità
indiscutibile. E infine, che l’elezione del
Presidente della Repubblica non è ben disciplinata. Qui occorre mettersi d’accordo: se si vuole che nessuna forza
politica da sola possa di norma eleggere
il Presidente, salvo che conquisti una valanga di voti imprevedibile, occorrono dei quorum alti. La riforma fa
questa scelta, e prevede che non si possa
mai scendere sotto i tre quinti dei votanti. Da questo punto di vista si introduce un elemento discutibile: io per
esempio nella discussione in sede di
Governo avevo un’opinione diversa; però che è un elemento di garanzia, perché è del tutto naturale e fisiologico
che andare ad eleggere con i tre quinti
dei votanti significa avere un numero importante di consenso. Naturalmente, l’esperienza dirà se questo è un punto
sul quale il consenso che è stato raggiunto
ha valore o meno.

Vi sono molte altre critiche, ma devo concludere per ragioni di tempo. Il punto politico – e torno all’amata
politica, dopo 25 considerazioni di merito,
che però potrebbero allargarsi e contenere tutte le modifiche proposte per i referendum e per la modifica di
quorum, Sanna lo ha già spiegato; e anche
la parte costituzionale in cui si affida ad una legge costituzionale la possibilità di disciplinare l’istituto
referendario, che è un tema molto interessante:
l’istituto referendario del referendum propositivo, costituendo con ciò un’innovazione significativa rispetto alla
tradizione italiana. Ma c’è un punto
politico sul quale vorrei davvero chiudere; e non è citando Dossetti o Calamandrei, la democrazia decidente o
Terracini, che vorrei chiudere: vorrei chiudere
ricordando a tutte e a tutti noi come siamo partiti con questo lavoro. Il 12 marzo 2014, 20 giorni dopo essere
passati dal giuramento del Quirinale e qualche
giorno dopo aver ottenuto la fiducia, noi abbiamo chiesto alle forze vive del Paese di esprimersi con il metodo del
confronto. Abbiamo fatto seminari,
incontri; poi abbiamo licenziato un testo in Consiglio dei ministri, in linea con ciò che il Governo era chiamato a
fare dal punto di vista politico e
costituzionalmente messo in condizione di fare per le valutazioni di Terracini e per il voto della sottocommissione
dell’Assemblea costituente del 15 gennaio
1947. A quel punto è partito un dibattito, che è stato più corposo di quello dell’Assemblea costituente.

Si può essere d’accordo o meno con il lavoro al quale il Parlamento è arrivato, ma quello che deve essere chiaro
è che oggi vince la democrazia. La democrazia
non significa cercare di non far votare gli altri, la democrazia non si chiama ostruzionismo, la democrazia non si
chiama fuga dall’Aula quando mi accorgo
di non avere i voti: la democrazia si chiama confronto, discussione punto per punto sugli argomenti critici, e poi
espressione libera e democratica di
voto.

Sostenere che vi sia stata una lesione della democrazia perché oggi il Parlamento sceglie, sulla base del modello
previsto dalla Costituzione italiana,
di modificare la Costituzione, significa fare a pugni con la realtà; significa avere una visione della democrazia
che è tipica di chi non ha letto la Costituzione
e i lavori preparatori della medesima; significa pensare che gli italiani non siano in grado di valutare, non siano
in grado di capire se questo tipo di
percorso è corretto o no. Uno può dire che non è d’accordo su tutto, può dire che non è d’accordo su niente, può
votare a favore o votare contro, ma scappare
dal dibattito è indice di povertà sui contenuti. Lo dico qui – e termino – perché so che la campagna referendaria
non discuterà soltanto di contenuti,
devo essere franco con voi, signora Presidente, onorevoli deputati, anche per mia responsabilità, perché nel
dibattito della campagna elettorale che questo
Governo farà, io in prima persona, a viso aperto, come avrebbe detto padre Dante Alighieri, con determinazione, con
convinzione, con tenacia e con tutta
l’energia di cui sono capace. Non discuteremo soltanto di singole norme o di valutazioni giuridiche, non citeremo
Mortati o La Pira, discuteremo anche
di argomenti più demagogici, più popolari, spero non populisti; discuteremo anche di questo, perché anche di questo
è fatto il confronto democratico. E
io sarei ingiusto verso la signora Presidente, verso di voi e anche verso me stesso se non dicessi questo, ma
quello che tenevo a fare oggi era sottolineare
come tutte le obiezioni di merito – alcune delle quali possono trovare anche un accoglimento da parte di chi si
accinge a votare «sì», perché questa è
la bellezza del compromesso alto e nobile che fu alla base della Costituzione della Repubblica, che fu alla base di
quel lavoro straordinario di donne
e uomini che pure discutevano e litigavano su tutto ma che poi furono capaci di trovare un punto d’intesa –,
ebbene, quel lavoro lì ha la necessità, alla
fine, di trovare un compromesso alto, bello, nobile. Questa era l’attenzione che si doveva dare alla Carta
costituzionale. Ho preso terribilmente sul serio
le critiche che sono venute dalle opposizioni, che oggi sono scappate di fronte alla possibilità di confrontarsi
nel merito.

Noi non pensiamo di aver fatto tutto bene, ma siamo certi che aver finalmente adempiuto a un obbligo morale,
giuridico – perché su questo si giocava
il voto di fiducia –, politico e culturale, che dimostra che la classe politica può cambiare se stessa, è stato
l’unico modo con il quale noi oggi possiamo
essere degni di rappresentare il popolo italiano. Saranno i deputati a decidere se questo modello di riforma
costituzionale merita i 316 voti necessari
per arrivare al passaggio finale; sarete voi, signori del Parlamento, a decidere se andare o no al referendum, come
mi pare che sia stato deciso e come
sarà comprovato dalla raccolta delle firme; saranno i cittadini italiani a decidere se finalmente l’Italia vuole
entrare nel futuro, anche istituzionale.

Quello che io voglio dirvi con umiltà e rispetto è che finalmente, dopo molti anni, la classe politica dà una
lezione di serietà e di civiltà. L’avete
fatto voi, nessuno ci avrebbe scommesso in quell’aprile del 2013; io, a nome del Governo, non posso che darvene
atto.