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LE SCISSIONI NELLA SINISTRA ITALIANA

Marzo 4, 2017 • Pierluigi Giacomoni

LE SCISSIONI NELLA SINISTRA ITALIANA
(4 Marzo 2017).

ROMA. In queste settimane si è consumata l’ennesima scissione in un partito della sinistra italiana: una parte dei
dirigenti del Partito Democratico ha dato vita ad un nuovo movimento politico, i Democratici Progressisti.

Questa è solamente l’ultima d’una lunga serie di scissioni che hanno costellato la storia della sinistra italiana,
teoricamente molto forte, politicamente ed elettoralmente, ma autodebilitatasi dalle proprie incessanti spaccature
interne.

Quest’ultima separazione, a nostro parere, è l’effetto del conflitto permanente tra massimalisti e riformisti: tale
confronto, talvolta aspro, talaltra più felpato, è stato alimentato costantemente sia per ragioni genuinamente
ideali, sia come strumento di lotta di potere fin da quando in Italia nacque nel 1892 il Partito socialista, la
prima formazione politica, espressione del movimento operaio e contadino.

Volgiamo, seppure schematicamente, il nostro sguardo all’indietro per ripercorrere alcune delle scissioni più
clamorose e gravide di conseguenze.
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Livorno 1921. Fin dai suoi primi congressi il PSI fu agitato dal contrasto tra chi avrebbe voluto fare la
rivoluzione socialista (i massimalisti) e chi preferiva una transizione più morbida, attraverso delle riforme da
attuarsi secondo le procedure parlamentari.

Nel 1917, però, in Russia, il Paese più arretrato d’europa avviene un fatto d’importanza storica: il 7 novembre i
bolscevichi, guidati da un pugno di rivoluzionari di professione, prendono il potere e da subito mettono in pratica
il loro programma: ritiro dalla guerra ed esproprio delle grandi proprietà agricole. Questa duplice mossa crea le
condizioni per un’alleanza tra operai, soldati e contadini che porterà, dopo immani sofferenze, alla creazione
dell’Unione Sovietica, cioè al primo Stato socialista della Storia.

una delle prime preoccupazioni dei dirigenti sovietici, Lenin in testa, è quella di creare un’organizzazione che
favorisca la nascita di tanti partiti bolscevichi in tutto il mondo: perciò nel 1921 venne varato il Komintern,
ossia l’Internazionale comunista.

Quest’organizzazione favorì il fiorire d’una serie di partiti comunisti in tutta Europa.
Anche in Italia, nel gennaio dello stesso anno si formò a Livorno il PC D’Italia, nato da una scissione dal PSI. I
comunisti formarono piccoli gruppi di rivoluzionari di professione, che si muovevano compatti perché applicavanoal
loro interno una rigida disciplina in virtù della quale non era ammesso nel partito alcun dissenso organizzato: chi
creava correnti era accusato di frazionismo ed espulso senza tanti complimenti.

I comunisti partecipparono alle elezioni politiche del ’21 e del ’24 e conquistarono seggi alla Camera, ma il loro
fine ultimo era la rivoluzione proletaria: un obiettivo però piuttosto distante in quel momento.

L’avvento al potere del fascismo, infatti, ebbe come effetto la cancellazione dell’opposizione parlamentare e
l’arresto di alcuni dirigenti di tutti i partiti democratici, comunisti compresi.

In particolare, Antonio Gramsci, segretario del PC, fu imprigionato e rimase in carcere fino alla morte avvenuta
nel 1937: Altri esponenti del partito ripararono all’estero, rifugiandosi, tra l’altro anche in URSS.

In sede storiografica, si è discusso parecchio se la scissione di Livorno, avvenuta in un’epoca in cui lo
squadrismo fascista faceva sentire la sua presenza , abbia indebolito l’insieme delle forze democratiche, favorendo
l’avvento al potere di Mussolini. In effetti le divisioni tra i partiti democratici avvantaggiarono il PNF, ma
Mussolini godette anche di consistenti appoggi negli apparati dello stato, nella piccola e media borghesia e nel
mondo imprenditoriale: tutti costoro volevano un governo forte che rimettesse le cose a posto e rilanciasse
l’economia, dopo il disastro provocato dalla guerra 1915 – 18 e dalle proteste dell’immediato dopo conflitto.

Di tali esigenze si fece interprete il Re che nel 1922 nominò l’uomo di Predappio Primo Ministro e ne avallò con la
firma le principali decisioni fino al 1943.
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Palazzo Barberini 1947. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la guerra partigiana, nel 1946 si tennero nel nostro
Paese le elezioni per l’Assemblea Costituente. Da esse risultò che il secondo partito italiano era il socialista,
il terzo il comunista.

Socialisti e comunisti erano allora legati da un patto d’unità d’azione e facevano parte insieme alla Democrazia
Cristiana ed al Partito d’Azione d’un governo d’unità nazionale.

In base agli accordi di Yalta (1945), l’Italia era stata inserita nell’area d’interesse occidentale, però il Paese
era situato in una posizione geopolitica strategica, perché il suo confine orientale era a diretto contatto col
mondo comunista.

Sulla scena internazionale, dopo l’avvento alla Casa Bianca del Presidente Truman s’andavano accentuando i motivi
di contrasto tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica: alleati durante la guerra in funzione antihitleriana,
divennero presto avversari. L’Europa centrale, in particolare, divenne il punto nevralgico del confronto tra i due
blocchi.

Presto si sarebbe parlato di “guerra fredda”.

Washington voleva assolutamente scongiurare il pericolo d’un governo comunista a Roma: di conseguenza, furono
esercitate pressioni sui partiti moderati italiani affinché rompessero la coalizione d’unità nazionale e si
indebolisse il fronte delle sinistre.

Perciò nel gennaio 1947, l’ala destra del PSI, guidata da Giuseppe Saragat,che successivamente sarebbe divenuto
Presidente della Repubblica (1964 – 71) decise di staccarsi dal partito guidato da Pietro Nenni.

Nacque così il Partito Socialista dei Lavoratori, (PSLI), che successivamente avrebbe assunto la denominazione di
Partito Socialista Democratico (PSDI).

I socialdemocratici furono alleati della DC in tutti i governi della Repubblica fino al 1992 e furono rigorosamente
anticomunisti.

Nel 1966 i due partiti “cugini” si riunificarono brevemente nel PSU (Partito Socialista Unitario), ma dopo le
elezioni politiche del 1968, che diedero alla nuova forza politica un risultato deludente, si separarono
definitivamente.

Dopo gli anni del “pentapartito” (1983 – 1992), la bufera di “mani pulite” e la conseguente dissoluzione delle
forze politiche della “prima Repubblica” alcuni dirigenti dei due partiti si ritrovarono insieme in Forza Italia.
***
I fatti d’Ungheria ed i governi di centro-sinistra. Nel 1956 l’Unione sovietica invase l’Ungheria dove si era
instaurato un governo che voleva far uscire il Paese dal Patto di Varsavia: il PCI giustificò la scelta fatta da
Mosca e questo comportò la rottura del patto d’unità d’azione tra lo stesso PCI ed il PSI: i socialisti si resero
sempre più autonomi ed entrarono gradualmente nell’area di governo.

Dapprima a livello locale, poi nazionale il partito di Nenni divenne partner di coalizione con la Democrazia
Cristiana. Nel 1962 il PSI appoggiò dall’esterno un ministero presieduto da amintore Fanfani, ma nel ’63 lo stesso
Nenni divenne vicepremier e ministro per gli Affari Esteri nel primo gabinetto Moro.

si inaugurava così l’era del centro-sinistra che sarebbe durata fino al 1976.

La scelta compiuta dai socialisti non fu senza conseguenze in seno al partito: nel 1964 l’ala sinistra si staccò e
fondò il PSIUP (Partito Socialista d’Unità Proletaria): la nuova forza politica ebbe breve storia, perché nelle
elezioni politiche del 1972 non ottenne alcuna rappresentanza parlamentare.

Alcuni dirigenti del PSIUP li ritroveremo negli anni Novanta nel Partito per la Rifondazione Comunista.

Intanto, come conseguenza del Sessantotto si profilavano all’estrema sinistra nuove forze che avrebbero detto la
loro dagli anni Settanta ai giorni nostri.
***
Il dopo Bolognina. Nell’autunno 1989 l’ultimo segretario del PCI, Achille Occhetto pronunciò alla sezione della
bolognina un importante discorso nel quale osservò che si era conclusa, con la caduta del Muro di Berlino,
un’importante fase storica: quella segnata dalla “guerra fredda”. Di conseguenza si avviò il processo che portò nel
1991 allo scioglimento del PCI ed alla fondazione del PDS (Partito Democratico della Sinistra): alcuni dirigenti
del PCI, appartenenti all’ala sinistra, tuttavia, non accettarono la “svolta” ed operarono una scissione: nacque il
Partito per la Rifondazione Comunista. Questo partito, che tra il 1996 ed il 1998 appoggiò criticamente il governo
Prodi, subì un’ulteriore scissione, quando il suo segretario Fausto Bertinotti decise di voltar le spalle
all’esecutivo. Nacque così il Partito dei Comunisti italiani (PDCI) che non riusciì però ad impedire il
rovesciamento del governo ulivista.
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Le scissioni all’estero. L’abitudine al frazionismo è un connotato fondamentale della politica italiana,ma non
mancano casi di clamorose separazioni anche all’estero.

Vediamone alcune.

Regno Unito. Nel 1979, in Gran Bretagna, si produsse una frattura in seno al Partito Laburista. Dopo la drammatica
sconfitta riportata alle elezioni generali del 3 maggio 1979 nel partito emerse una profonda spaccatura tra
riformisti e massimalisti.
La vittoria nella corsa alla leadership di Michael Foot, ex ministro del Lavoro ed esponente dell’ala sindacale,
spinse Roy Jenkins, allora Presidente della commissione CEE, David owen ed altri esponenti riformisti a creare un
Partito Socialdemocratico.

I socialdemocratici sostenevano che il Labour era troppo spostato a sinistra ed era antieuropeo.

L’SDP, però ottenne scarso successo elettorale e finì per fondersi coi liberali, dando vita ai lib-dems, che
ottennero anche il 20% dei voti alle elezioni. Purtroppo il sistema elettorale uninominale permise solo nel 2010 a
questo partito di conquistare 57 deputati a Westminster e ad esser decisivo per la formazione d’un governo di
coalizione coi conservatori di David Cameron.

Per il Regno Unito fu un fatto storico perché dalla fine della Seconda guerra Mondiale non si erano mai costituite
amministrazioni di coalizione.

Con le elezioni generali del 2015 i Lib-dems subirono un grave tracollo, perciò uscirono dal governo e tornarono
ad essere una forza marginale sulla scena politica britannica.
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Germania. La riunificazione tedesca produsse un terremoto sulla scena politica nazionale. Prima del 1989 i partiti
tedeschi tradizionali erano la coalizione CDU-CSU, L’SPD, L’fdp e i verdi.

Con l’ingresso nella Repubblica Federale dei cinque Länder orientali comparvero al Bundestag anche gli ex comunisti
della defunta Germania Est, che formarono la PDS.

Questo avvenimento creò le condizioni per una scissione all’interno della SPD, dove l’ala sinistra, guidata da
Oskar Lafonteine era sempre più in dissidio con la linea moderata del cancelliere Gerhard Schröder (1998 – 2005).

Ad un certo punto, si giunse alla rottura e la corrente di Lafonteine uscì dall’SPD e formò con la PDS, “die Linke”
(la sinistra) che oggi è presente in numerosi parlamenti regionali ed al bundestag, ma che ha soprattutto nei
Länder orientali la sua roccaforte.
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Un bilancio provvisorio. Qui finisce la nostra narrazione che è stata soprattutto descrittiva, più che analitica.

Sicuramente avremmo dovuto spiegare i motivi per i quali nei diversi momenti si giunse alla scissione. Per fortuna,
sia sul primo che sul secondo dopoguerra esiste una vastissima letteratura, per cui è possibile approfondire lo
studio di questi momenti storici fondamentali.

Stanno anche apparendo studi più ponderati sulla guerra fredda e sul collasso del mondo comunista avvenuto alla
fine degli anni Ottanta.

Come sempre la ricerca storiografica ha bisogno di tempo, se non altro per poter analizzare i documenti e scavare
nelle fonti.

In fin dei conti dal 1989 sono passati solo 28 anni: decisamente un tempo troppo breve per avere un quadro chiaro
su come si sono svolti davvero i fatti.

Quanto alla scissione nel PD, essa è ormai un fatto: probabilmente era già una realtà prima che venisse a
maturazione, ma ora ci sono i gruppi parlamentari, c’è un segretario nazionale e presto ci saranno importanti prove
elettorali che daranno la misura reale della forza di questo nuovo schieramento. Si può dire che negli ultimi 25
anni noi italiani non abbiamo fatto altro che formare e sciogliere partiti: ve ne sono alcuni che sono stati delle
vere meteore, altri, invece, hanno messo radici nell’elettorato e riscuotono un certo consenso.

Una cosa, però, possiamo già dirla, avendo, come capita in questo blog, un respiro più largo dei confini nazionali.

fin dall’inizio, infatti, abbiamo cercato d’analizzare gli eventi italiani ponendoli in relazione con quanto accade
nel resto d’Europa.

Oggi, in tutto il nostro continente, i partiti della famiglia socialista sono in seria difficoltà e sono in preda
ad aspri conflitti interni tra massimalisti e riformisti.

Questa è la situazione in cui si trovano il Partito Socialista Francese, dopo il deludente quinquennato
presidenziale di François Hollande, del Partito Socialista Operaio spagnolo, che terrà il proprio congresso a
giugno e del Partito Laburista britannico, dove il leader Jeremy Corbyn è fortemente contestato per il suo
radicalismo, dai riformisti vicini all’ex Premier Tony Blair.

Difficile che queste lotte intestine sfocino in una scissione, perché l’effetto sarebbe l’irrilevanza dei partiti
di cui stiamo parlando. E’ più probabile che, prima o poi, si giunga ad una ricomposizione delle fazioni ed al
rilancio, magari dopo un lungo periodo d’opposizione.

Non possono, però, essere del tutto escluse delle sorprese: al momento in cui scriviamo, il clima è teso
dappertutto e, come ormai sappiamo fino alla noia, sono attesi degl’importanti appuntamenti elettorali in diversi
Paesi europei che potrebbero produrre effetti drammatici in diversi schieramenti, soprattutto a sinistra.

Ad esempio, a meno di dieci giorni dalle elezioni legislative nei Paesi Bassi i sondaggi prevedono che il Partito
dei Lavoratori (socialdemocratico) perda parecchi consensi rispetto a cinque anni fa e, di conseguenza, esca dalla
coalizione coi liberali.

Se questo sarà l’esito dello scrutinio del 15 marzo cosa accadrà in seno a questa formazione politica che tanta
importanza ha avuto nella storia olandese degli ultimi settant’anni?

PIER LUIGI GIACOMONI

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