LE PRIMARIE. LUCI ED OMBRE
(25 Giugno 2021)

NEW YORK. Il 22 Giugno si sono svolte a New York le primarie per designare i candidati sindaco della “grande mela”: a fine anno,infatti, scadrà il mandato di Bill De Blasio, il sindaco in carica, per cui a novembre i newyorchesi dovranno eleggerne un altro.

Il metodo di elezione adottato stavolta è diverso rispetto al passato: gli elettori potevano esprimere diverse gradazioni di preferenza da 1 a 5: a mano a mano che lo spoglio è proseguito sono stati eliminati i candidati meno votati, o si sono spontaneamente ritirati, per cui i loro voti sono stati trasferiti agli aspiranti con maggior seguito.

Per chi vota la procedura è semplice, per chi scrutina occorre procedere a diversi conteggi: questo sistema elettorale è noto col nome di Single Transferable Vote (STV). E’ utilizzato prevalentemente in Paesi di lingua inglese come in Irlanda e a Malta, ma anche nelle elezioni amministrative in Scozia ed Inghilterra, nonché in australia.

L’elettore attribuisce un numero ai diversi candidati in lizza per indicare il suo grado di preferenza: il numero 1 indica il livello più alto, il 5 il più basso.

Scrutinata la prima preferenza, se nessun concorrente ha acquisito la maggioranza assoluta,si procede ad esaminare la seconda preferenza, eliminando dal computo i nomi meno votati, trasferendo i loro consensi sui nominativi con più seguito.

Alla fine, di eliminazione in eliminazione si arriva a determinare, in questo caso, la persona che correrà alla carica di sindaco della “grande mela”.

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LE PRIMARIE PRESIDENZIALI.

Com’è consuetudine negli Stati Uniti, prima di giungere all’elezione vera e propria, vengon convocate mesi prima delle primarie per la scelta del candidato, ad esempio dei Democratici, da opporre a quello dei Repubblicani, anch’egli designato mediante voto.

Chi può partecipare alle primarie?
Le regole variano da Stato a Stato: in alcuni solo coloro che si sono registrati negli elenci elettorali come democratici o repubblicani, in altri anche gli indipendenti.

Chi vince le primarie?
Normalmente, il precandidato che ottiene il maggior numero di voti, consegue la nomination, ma in alcuni Stati è previsto anche il ballottaggio.

E le primarie presidenziali come sono organizzate?
Per designare il candidato presidenziale o dei Democratici o dei Repubblicani è prevista una lunga trafila di votazioni che si svolgono nella prima parte dell’anno elettorale, Stato per Stato: in alcune zone sono previste elezioni vere e proprie, in altre assemblee di partito, denominate caucus. Ogni Stato elegge un certo numero di delegati, in numero diverso a seconda della popolazione residente, che converranno alle convenzioni di partito e voteranno materialmente per nominare sia il candidato presidenziale che quello vicepresidenziale.

In alcuni Stati, il nominativo più votato si prende tutti i delegati in palio, in altri la distribuzione dei seggi alla Convention segue un criterio semiproporzionale.

Generalmente, i concorrenti battuti alle primarie appoggiano nella fase finale della campagna elettorale il vincitore, ma non sono rari i casi di pretendenti alla nomination che decidono di scendere in campo in prima persona come indipendenti: peraltro il nominato può aver cura di scegliere come proprio aspirante vice colui che nella corsa si è rivelato più forte o più combattivo: nel 1960 John F. Kennedy scelse come N. 2 del ticket il Senatore del Texas Lyndon B. Johnson sia perché gli portava in dote i voti del Sud, sia perché era un profondo conoscitore dei meccanismi di funzionamento del Senato, il ramo più importante del congresso statunitense.

Johnson, inoltre, era anche un conservatore, all’interno del partito democratico: avrebbe perciò garantito quanti, pur votando per l’Asinello, erano spaventati per i programmi di riforme liberal del giovane Kennedy.

«Chiunque – scrive Francesco Costa[1] – negli Stati Uniti pensi di avere una possibilità [di diventare Presidente NDR] ci prova: e spesso ci prova anche chi sa di non averne, giusto per usufruire della popolarità che arriva dalla partecipazione alla campagna elettorale più importante al mondo.

Tuttavia, il percorso che ha portato alla loro definitiva introduzione sia per la Presidenza che per le numerose cariche locali elettive (sindaco, Governatore di Stato, Procuratore distrettuale, Giudice, Sceriffo…) è stato piuttosto lungo.

In passato, i candidati erano scelti in ristrette riunioni di maggiorenti che decidevano, come avviene tuttora in Europa, chi mandare avanti e chi bocciare: il tutto avveniva durante faticose trattative tra i diversi capicorrente che si concludevano con dei compromessi non sempre onorevoli.

Era il tempo in cui gli elettori erano pochi, i più ricchi e non avevano diritto di votare le donne: però verso la fine dell’Ottocento col sorgere del People’s Party cominciò a farsi strada l’idea d’introdurre un sistema di voto primario per scegliere i candidati da proporre alle elezioni vere e proprie.

Per decenni, come scrive Costa, «come mero strumento consultivo: un modo per conoscere le opinioni degli elettori sui candidati e quindi piegare i negoziati da una parte o dall’altra, ma senza alcun vincolo che rendesse automatica la scelta della persona preferita dal popolo.»

Ancora negli anni Sessanta del XX secolo la corsa alla Casa Bianca era riservata a pochi politici dotati di molto denaro: nel 1960 John f. Kennedy, senatore democratico del Massachusetts, si pagò con le proprie sostanze la campagna per la nomination ed in gran parte anche quella da candidato presidenziale.

Il bubbone scoppiò nel 1968, quando a Chicago, durante la convenzione democratica, si verificarono disordini: era accaduto che il vincitore della carovana presidenziale, il Senatore di New York, Robert F. Kennedy, era stato assassinato a Los Angeles il 6 Giugno precedente, per cui nessuno degli altri pretendenti alla nomination aveva la maggioranza dei voti dei delegati.
I capi del partito dell’Asinello mandarono avanti la candidatura del Vicepresidente Hubert Humphrey che non si era proposto durante la fase delle primarie: a molti questo sembrò uno schiaffo dato in faccia agli elettori che avevano partecipato alle votazioni, tanto più che il prescelto aveva condiviso la politica del Presidente Lyndon B. Johnson, molto contestato per i bombardamenti avvenuti su hanoi e per la coscrizione obbligatoria decisa per inviare più soldati americani nella guerra del vietnam.

Negli anni successivi, entrambi i partiti furono d’accordo di modificare la procedura di scelta dei candidati presidenziali: nell’anno delle elezioni per l’inquilino della Casa Bianca si sarebbero tenute in ogni singolo Stato delle primarie per la designazione di delegati alle Conventions nazionali che poi avrebbero scelto l’aspirante Presidente.

Così, negli anni bisestili, a partire da gennaio-febbraio comincia una complessa carovana che si snoda di settimana in settimana: i pretendenti con minor seguito si ritirano, quelli più forti proseguono fino alla Convention.

Per chi aspira davvero alla Casa Bianca, però, prima d’arrivare alle primarie, è necessaria una “lunga marcia” d’avvicinamento che dura almeno quattro anni: nella sua autobiografia, Barack Obama racconta d’aver iniziato a pensare di presentarsi alle presidenziali del 2008 subito dopo la sua elezione al Senato di Washington (novembre 2004), d’aver costituito un primo comitato nel novembre 2006 e d’aver viaggiato tra Iowa e New Hampshire per parecchi mesi nel 2007 per farsi conoscere e raccogliere fondi.

Perché scelse questi due piccoli Stati?
Perché sono i primi a votare nelle primarie e chi perde in uno di essi rischia di non poter proseguire nelle successive tappe per mancanza di denaro.

Obama, in particolare, perse nel New hampshire, ma avendo invece vinto in Iowa aveva abbastanza soldi per continuare nella sua corsa.

Questo complesso meccanismo, che ricorda una gara sportiva, infatti è chiamata in gergo “race” (corsa), richiede un gran dispendio di energie al precandidato che deve condurre una campagna elettorale lunghissima piena di trabocchetti: in passato, diversi precandidati, ritenuti molto forti, o sono stati sconfitti o hanno dovuto ritirarsi perché travolti da scandali.

Già, perché nella “corsa” alla Casa Bianca, contano certamente le idee, ma anche l’integrità morale e la stampa statunitense è molto brava a passare al setaccio la vita privata dei concorrenti più in vista per verificare che non ci siano macchie.

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LE PRIMARIE LOCALI.

A livello locale, le primarie sono obbligatorie per tutte le cariche elettive: a New York, come detto, si sono svolte per la carica di sindaco, ma anche per quella di procuratore distrettuale e per il consiglio della città, nonché per la presidenza dei municipi in cui si articola la megalopoli statunitense.

Diversamente da quanto avviene per la “corsa” alla Casa Bianca si svolge in ogni area interessata uno scrutinio regolato da singole leggi locali o statali. In alcuni casi vince chi arriva primo, anche senz’ottenere la maggioranza assoluta, in altri è previsto un ballottaggio tra i precandidati più votati, se nessuno nella prima votazione ha superato il 50,1% dei voti.

Ricordiamo che negli Stati Uniti sono eletti i sindaci, i consiglieri comunali, gli sceriffi, i procuratori distrettuali, i giudici di primo grado… ciascuna di queste persone si presenta o tra i repubblicani o i democratici, così anche la giustizia e la polizia sono fortemente condizionate dalla politica e dall’ideologia d’appartenenza.

Anche senatori e deputati, questi ogni due anni, quelli ogni sei, devono sottoporsi al rito delle primarie per poter correre alla riconferma: lo stesso vale per i legislatori statali: così non è del tutto ingiustificato sostenere che in USA si è sempre in campagna elettorale.

Anzi, James mcGregor Burns nel suo libro “la crisi della democrazia americana”, apparso negli anni 70 sosteneva che il Presidente ha solo due anni per occuparsi davvero degli affari di Stato: il primo è dedicato a conoscere il funzionamento dell’amministrazione e l’ultimo per conquistare la rielezione.

Inoltre, lo stesso autore distingue all’interno dei partiti chi, tra i membri del Congresso o più esattamente del Senato, fa parte dell'”ala presidenziale” e chi dell'”ala congressuale”: i primi agiranno soprattutto pensando alle mosse giuste da compiere per acquisire consensi in vista della “corsa” alla Casa Bianca, i secondi cercheranno di far passare norme da sbandierare nei propri collegi in modo da persuadere gli elettori a riconfermarli di elezione in elezione.

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LE PRIMARIE NEL MONDO.

Il metodo delle primarie, in questi decenni, ha fatto strada anche in altri paesi:

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AMERICA LATINA.

In America Latina, ad esempio, sono di prassi per scegliere i candidati presidenziali. Così, a pochi mesi dalle elezioni del Presidente, in Uruguay, Cile, Honduras si tengono delle consultazioni all’interno dei partiti o delle coalizioni per scegliere la persona che possa puntare alla massima carica dello Stato.

In Argentina le primarie sono obbligatorie per legge: servono a designare i candidati dei diversi partiti o coalizioni sia per la Casa Rosada, che per il Congreso Nacional.

Gli elettori, recandosi ai seggi, scelgono per quale lista vogliono esprimersi e danno la loro preferenza a questo o a quello.

Ciò fa comprendere quali sono gli umori dell’opinione pubblica in vista delle elezioni vere e proprie.

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EUROPA.
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In Europa, le primarie hanno fatto capolino per prime in Italia tra gli anni Novanta e il primo decennio del duemila: la coalizione di Centro-Sinistra, che ha assunto diverse denominazioni, le ha organizzate per scegliere il candidato Presidente del Consiglio o gli aspiranti sindaco.

Lo Statuto del Partito Democratico le prevede per l’elezione del Segretario politico Nazionale. Si tratta di votazioni autogestite che richiedono l’allestimento di gazebo e la partecipazione di parecchi volontari che garantiscono il regolare svolgimento delle operazioni di voto e di scrutinio.

A queste votazioni possono partecipare sia gli iscritti al partito sia i non iscritti che devono firmare una dichiarazione in cui s’impegnano a sostenere il Centro-Sinistra alle elezioni vere e proprie e versano un obolo di due euro a sostegno dell’impegno organizzativo per lo svolgimento dello scrutinio.

L’esperienza italiana è stata in parte seguita anche altrove.

In Spagna, i partiti maggiori organizzano delle elezioni interne per nominare il Segretario Generale, nel caso del PSOE, o il Presidente, per il Partido Popular: i vincitori divengono automaticamente candidati alla Presidenza del Governo alle successive elezioni generali;

Alle votazioni sono ammessi i soli iscritti.

In Germania, l’SPD le ha di recente indette per eleggere il Presidente del Partito; lo stesso ha fatto il Partito Laburista britannico per scegliere il leader Sir Keir Starmer;

In ambedue queste circostanze, il voto si svolge per corrispondenza e coinvolge i soli iscritti.

In Francia, in vista delle elezioni per il Capo dell’Eliseo i partiti organizzano delle primarie: se al primo turno nessun precandidato conquista la maggioranza assoluta, si fa il ballottaggio.

Una forma di primaria è il sistema del doppio turno alla francese previsto per le elezioni dell’Assemblea Nazionale: la camera bassa del parlamento.

In ognuna delle 577 circoscrizioni in cui è suddiviso il territorio nazionale, i partiti presentano un candidato: qualora al primo turno nessuno consegua la maggioranza assoluta dei voti,si procede ad un secondo turno, cui sono ammessi coloro che hanno ottenuto nella prima votazione almeno il 12,5% dei voti. Risulta eletto il più votato, ma tra primo e secondo turno i partiti o le famiglie politiche più affini stipulano patti che possono esser utili anche in seguito.

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ISRAELE.

Anche in Israele si tengono ormai da anni delle elezioni primarie per definire la lista dei candidati alla Knesset, il parlamento monocamerale del Paese.

Il sistema elettorale israeliano, infatti, è proporzionale con uno sbarramento al 3,25% senza preferenza, per cui è vitale per coloro che vogliono assolutamente essere eletti in parlamento arrivare nei primi posti delle liste. Il candidato più votato all’interno d’uno stesso partito diviene anche il leader e quindi colui che può diventare primo ministro.

Poiché tra il momento dello scioglimento della camera e quello delle elezioni vere e proprie trascorrono circa 100 giorni, nella prima parte della campagna elettorale lo scontro avviene dentro i diversi schieramenti per definire le liste; dopo si allarga a tutto lo spettro politico fino al giorno fatidico del voto.

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LE PRIMARIE: UN BILANCIO A LUCI ED OMBRE.

Chi ha voluto le primarie sperava, o s’illudeva, di sottrarre alle oligarchie la scelta dei candidati e d’affidarle direttamente al popolo sovrano: questo progetto all’atto pratico si è realizzato solo in parte. Come abbiamo visto succintamente non è impossibile a cordate organizzate imporre propri nominativi, sfruttando magari la relativa ampiezza dell’elettorato coinvolto (gli scritti al partito, ad esempio), inoltre i tempi di durata delle campagne elettorali si allungano notevolmente.

Negli Stati Uniti, il periodo di propaganda elettorale presidenziale dura ormai due anni e per le cariche locali ci vuole almeno un anno perché un aspirante raggiunga l’obiettivo finale, ossia la conquista della carica di sindaco d’un’importante città o governatore di Stato.

Per i membri della Camera dei Rappresentanti di Washington, poi, dovendosi sottoporre al voto popolare ogni due anni, significa esser impegnati in una campagna elettorale permanente.

Anche in Italia, l’introduzione delle primarie per la scelta dei candidati sindaco implica un notevole dispendio di forze per i concorrenti: di fatto il quinto anno di vita delle istituzioni comunali è quasi di blocco perché si entra in clima elettorale.

In questo quadro, è lecito chiedersi se lo strumento delle primarie sia il più idoneo a far del vincitore il “candidato del popolo” sottratto alle oligarchie di partito o se non si debba immaginare un modello diverso di selezione della classe dirigente.

PIER LUIGI GIACOMONI

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NOTA:

[1] F. Costa: Una storia americana Joe Biden, Kamala Harris e una nazione da ricostruire, Mondadori Libri, Milano 2021

Francesco Costa (1984) è nato a Catania, vive a Milano ed è giornalista e vicedirettore del giornale online “il Post”. Esperto di politica statunitense e più volte inviato sul campo, dal 2015 cura il progetto Da Costa a Costa, una newsletter e un podcast sugli Stati Uniti per i quali ha vinto nel 2016 il Premio internazionale Spotorno nuovo giornalismo, nel 2018 il premio per il miglior podcast italiano alla Festa della Rete e nel 2020 il premio Amerigo. Ha collaborato alla realizzazione dei documentari La Casa Bianca per Rai 3 e conduce periodicamente la rassegna stampa di Rai Radio 3, “Prima Pagina”. Ha insegnato giornalismo allo IULM di Milano e alla Scuola Holden di Torino. Nel 2020, con Mondadori, ha pubblicato Questa è l’America.