DOPO LE ELEZIONI REGIONALI IN FRANCIA
(14 dicembre 2015).

PARIGI. Se uno guarda ai risultati delle elezioni regionali francesi, prendendo in considerazione solo il primo

turno, è indubbio che il vincitore della competizione è il Fronte Nazionale che, appunto, il 6 dicembre era in

testa in sei regioni su 12, non considerando né la Corsica né i territori d’oltremare.

Però, domenica 13, il paesaggio politico francese è profondamente cambiato.
– la destra costituzionale (repubblicani, UDI, diversi di destra) ha conquistato 7 regioni;
– la sinistra moderata (PS, Verdi, radicali di sinistra) ha vinto in 5 regioni.
– Il Fronte Nazionale, pur avendo ottenuto tra primo e secondo turno quasi 7 milioni di voti non si è aggiudicato

nemmeno una, delle sei presidenze di regione, che parevano alla sua portata, solo sette giorni prima.

Perché? Perché, l’elettorato francese, piuttosto apatico al primo turno – aveva votato solo il 50% degl’iscritti –

si è mobilitato raggiungendo un livello d’affluenza pari al 58% sul totale degl’iscritti nei registri elettorali.

In secondo luogo, proprio il meccanismo a doppio turno, in questo caso di lista, favorisce gli abbinamenti e le

fusioni di liste.

Poiché l’FN non è riuscito ad allearsi con nessuno, è rimasto con un pugno di mosche in mano.

Tuttavia, il quadro politico francese emerso da quest’importante scrutinio, a prescindere dal ruolo delle regioni

nell’organizzazione territoriale del  Paese, esce profondamente modificato e pone delle domande che al momento non

hanno una chiara risposta.

Vediamole rapidamente:

Prima di tutto, quali sono le vere intenzioni dei repubblicani di sarkozy? La sera del primo turno l’ex presidente

che mira a tornare all’Eliseo nel 2017, ha solennemente scandito che “i repubblicani non avrebbero stretto alcun

patto con altre forze politiche”. La frase ha suscitato lo sdegno d’una parte del partito che avrebbe preferito un

accordo con la sinistra moderata in funzione anti-FN.
(così come accadde nelle elezioni presidenziali del 2002 quando tutti i partiti del fronte Repubblicano

appoggiarono Jacques Chirac nel ballottaggio contro Jean-Marie Le Pen).
Alla fine sono stati proprio i socialisti a ritirarsi da tre regioni ed a votare per il centro-destra al fine di

sbarrar il passo a Marine Le Pen e soci.

Quale futuro per gli stessi socialisti e per la sinistra francese?

Abbiamo già avuto occasione di notare qui che la sinistra francese, un po’ come quella italiana, è atomizzata in

una miriade di gruppi e gruppuscoli autoreferenziali ed il tentativo d’unirli in qualche cosa che possa ottenere

consensi popolari pare al di sopra delle risorse umane dei vari leader e liderini che nascono e muoiono come

meteore.

I socialisti hanno in parte recuperato consensi rispetto al minimo storico del 14% ottenuto alle europee del 2014 e

sembrano in grado di raggruppare intorno a sé una parte dei verdi ed i radicali di sinistra.

Il punto cruciale è: sarà questa coalizione sufficientemente competitiva alle presidenziali del 2017?

Da ultimo, e non è questione di poca importanza, al di là delle dinamiche interne ai singoli partiti e coalizioni:

riuscirà questa classe politica a far uscire la Francia da una crisi socioeconomica che rischia d’esser il più

grande elettore del FN e di Marine Le Pen quando inizierà la vera corsa presidenziale?

Sullo sfondo, ma neanche tanto, vi è un altro quesito al momento senza risposta: è consapevole l’europa intera che

una presidenza Le Pen sarebbe una minaccia alla sua sopravvivenza molto più seria di quelle che l’UE ha affrontato

e faticosamente superato in questi perigliosi anni?

PIERLUIGI GIACOMONI