LE ELEZIONI ANTICIPATE IN ITALIA
(27 Agosto 2019)

ROMA. In attesa di capire come finirà la crisi politica aperta da Matteo Salvini l’8 Agosto scorso non credo

inutile, a beneficio di qualche volonteroso lettore, riassumere la storia delle elezioni anticipate in Italia.

Mi pare opportuno fare qualche considerazione generale preliminare.

1. In diversi paesi, dove le elezioni sono indette dal Primo Ministro il ricorso anticipato alle urne è

fisiologico: tutte le volte che il governo in carica sente scricchiolare la coalizione che lo sostiene o ritiene

d’avere i favori dell’opinione pubblica, indìce le elezioni. Ciò è vero ad esempio in Gran Bretagna, Danimarca e

Spagna. Nel Regno Unito, in verità, dal 2011 vige la legge del fix term per cui il mandato della Camera dei Comuni

è fissato in cinque anni, tuttavia il Primo Ministro può, presentando una mozione ad hoc, ottenere il mandato per

convocare le elezioni anticipate con sette settimane di preavviso rispetto al giorno del voto.

2. Nei regimi parlamentari,dove cioè l’elettorato designa i legislatori,ma non i governanti, se la maggioranza che

sostiene il governo entra in crisi, prima di ricorrere  al voto è logico tentare di costituirne una nuova che

sorregga un nuovo esecutivo.

In Spagna, per esempio, nel 2018, il congreso utilizzando lo strumento della mozione di sfiducia costruttiva,

previsto dalla Costituzione del 1978 depose il Presidente del governo Mariano Rajoy (Partido Popular) ed elesse al

suo posto Pedro Sánchez (Partido Socialista Obrero Español).

3. In Italia, la Costituzione repubblicana fissa una regola minima: il Presidente della Repubblica può, sentiti i

Presidenti delle due Camere, disporre lo scioglimento di una o di entrambe le assemblee, fissando in pari tempo la

data delle elezioni e quella della prima seduta: la legge fondamentale non prevede alcuna limitazione a questa

facoltà, salvo la limitazione del “semestre bianco”, ossia gli ultimi sei mesi del mandato presidenziale. In quel

periodo il Capo dello Stato può disporre il dissolvimento delle Camere solo se sono al termine del loro mandato.

4. Se è fisiologico per un regime parlamentare ricorrere alle elezioni anticipate, diventa patologico farlo troppo

spesso: è un segnale evidente che il sistema rischia il collasso. Sovente, a questo proposito si ricorda la cronica

instabilità politica della Repubblica di Weimar (Germania 1919-1933): la Costituzione del 1919 aveva creato due

poteri deboli il Reichstag (parlamento) ed il Governo ed uno forte il presidente del Reich, eletto a suffragio

universale per un mandato di sette anni. Il Presidente nominava il Cancelliere e su sua indicazione i ministri, ma

le coalizioni che si formavano in parlamento erano eterogenee e rissose ed il Presidente ricorreva di frequente

alla dissoluzione della Camera nella speranza che un nuovo voto avrebbe gettato le basi per un esecutivo di

legislatura.

Ma la legge elettorale proporzionale pura proponeva regolarmente un Reichstag frammentato e governi di breve vita.

Nel 1930, il ReichPräsident Paul von Hindenburg utilizzò estensivamente la facoltà che la costituzione gli

assegnava di costituire dei gabinetti creati sotto la sua responsabilità: tali esecutivi rimanevano in carica per

sei mesi, non avevano bisogno della fiducia parlamentare,ma lavoravano ugualmente con molta difficoltà. Tant’è vero

che nel solo 1932 vi furono tre elezioni politiche tenute una dopo l’altra in rapida successione: a luglio,

settembre e novembre, oltre alle consultazioni presidenziali avvenute in marzo-aprile.

Alla situazione istituzionalmente caotica si aggiunsero le difficoltà socioeconomiche: micidiali per la sussistenza

dello Stato furono l’iperinflazione del 1922-23, che polverizzò il valore del Reichmark e la crisi economica del

1929 che fece esplodere la disoccupazione di massa e favorì l’avvento al potere dei nazisti ed in particolare di

Adolf Hitler, che tra il 1933 ed il ’34 concentrò nelle proprie mani un potere immenso.

Per questo la Costituzione della Repubblica Federale Tedesca varata nel 1979 prevede il meccanismo della sfiducia

costruttiva, pone limiti ai poteri presidenziali ed al dissolvimento del Bundestag, mentre la legge elettorale

fissa uno sbarramento al 5% per ottenere una rappresentanza parlamentare: ciò ha reso indiscutibilmente più stabili

i governi che si sono succeduti in questi Settant’anni a Bonn e Berlino.
.
Come vedremo, per quanto si riferisce all’Italia repubblicana, nonostante l’ampio margine di manovra di cui

dispongono, i Presidenti della Repubblica che si sono succeduti al Quirinale hanno fatto uso del potere di

scioglimento delle Camere con cautela ed in presenza di crisi politiche irrisolvibili.

Facciamo allora alcuni passi indietro.

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IN EPOCA MONARCHICA.

Dopo l’emanazione dello Statuto albertino (1848) frequentemente i re hanno sciolto la Camera dei Deputati: il

Senato, lo ricordiamo, era di nomina regia, per cui i senatori rimanevano in carica a vita.

si può dire che raramente il mandato dei deputati giunse al termine regolare: appena il Presidente del consiglio di

turno avvertiva segnali pericolosi di crisi o riteneva che un’elezione avrebbe rafforzato l’esecutivo, proponeva al

Re l’indizione delle elezioni politiche.

Così, tra il 1848 ed il 1924 furono convocate 27 legislature, per una durata media del mandato di tre anni e un

settimo. In epoca fascista, poi le elezioni si tennero ogni cinque anni con un listone unico che gli elettori

dovevano avallare. Finché nel 1939 la Camera dei Deputati fu sostituita da quella dei Fasci e delle Corporazioni.

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IN ETA’ REPUBBLICANA.

Finita la monarchia e il regime totalitario si scrisse una nuova Costituzione che istituiva due camere elettive con

parità di funzioni e durata diversa dei mandati. Già, perché la prima versione della nostra legge fondamentale

prevedeva che la Camera avesse un mandato di cinque anni, mentre il Senato era eletto per sei. Così nel 1953,

quando il Presidente Einaudi indisse le elezioni per il Parlamento della II legislatura dovette sciogliere con un

anno d’anticipo anche il Senato per non creare un altro motivo d’instabilità. La norma fu poi modificata, in ogni

caso quando son state convocate le elezioni per la Camera, son state indette anche quelle per i senatori.

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1972.

Fino al 1972 le elezioni politiche son avvenute a scadenza regolare, ma quell’anno il Presidente Leone fece uso

delle prerogative contenute nell’art. 88 e sciolse le Camere con un anno d’anticipo.

Il provvedimento fu preso dopo che il sesto governo della V Legislatura, un monocolore DC guidato da Giulio

Andreotti non ottenne la fiducia. Il Presidente perciò fissò le elezioni per il 7 maggio di quell’anno.

da allora, per i vent’anni successivi, tutte le legislature finirono prima del tempo regolamentare.

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DAL 1976 AL 1992.

Le elezioni del 20 giugno 1976 videro il PCI di Enrico Berlinguer raggiungere quasi il suo massimo storico: per la

prima volta votavano per la Camera anche i ragazzi che avevano tra 18 e 21 anni e questo si ripercosse

inevitabilmente sull’esito dello scrutinio. Tuttavia la legislatura fu molto travagliata: erano gli anni del

terrorismo, ci fu il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e i due governi di unità nazionale facevano molta fatica,

anche se furono approvate leggi importanti,come quella che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale.

Nel 1979 l’accordo tra i partiti dell’arco costituzionale si ruppe e si andò di nuovo alle urne.

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L’VIII LEGISLATURA.

anche l’VIII Legislatura (1979-1983) fu travagliata. Esplosero scandali gravi come quello del banchiere siciliano

Michele Sindona, del crack del Banco Ambrosiano ed altri ancora; il terrorismo, pur in fase calante, faceva sentire

ancora la propria presenza. In particolare l’opinione pubblica rimase scossa per l’attentato alla Stazione di

bologna del 2 Agosto 1980 e per l’abbattimento del DC9 dell’Itavia (27 Giugno 1980) partito da Bologna e diretto a

Palermo (strage di Ustica).

Inoltre, risultò letale per la fiducia dei cittadini verso le istituzioni la scoperta che esisteva una loggia

massonica segreta, denominata P2, che aveva esteso la propria presenza nelle forze armate, nella magistratura,  nel

giornalismo, nella televisione e nella politica al fine d’influenzarne gli orientamenti e preparare la strada verso

una svolta autoritaria.

Perciò, la coalizione di pentapartito tra DC, PSI e partiti laici minori attraversò diverse crisi e nel 1983 fu

gioco forza anticipare d’un anno lo scrutinio politico.

Nel ’79 le elezioni furono indette dopo che il Senato respinse la mozione di fiducia nei riguardi del tripartito

DC-PSDI-PRI presieduto da Giulio Andreotti, mentre nell’83 lo scioglimento fu decretato dopo le dimissioni

rassegnate dal monocolore Fanfani.

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LA STAFFETTA FALLITA.

Dopo le elezioni del 26 Giugno 1983 contrassegnate dal crollo elettorale della DC, i segretari democristiano e

socialista si accordarono perché nel primo biennio del mandato il Premier fosse Bettino Craxi (PSI) e nella seconda

parte fosse un democristiano. Quando si giunse al momento del cambio della guardia, però, mancò l’accordo e la

coalizione si ruppe. Dopo che un debole monocolore Fanfani fu sfiduciato, il Presidente Cossiga convocò le elezioni

politiche per il 14 Giugno 1987.

La IX Legislatura (1987-1992) fu la prima dopo molti anni ad arrivare quasi alla sua fine naturale.

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TRE ELEZIONI.

Negli anni Novanta il corpo elettorale fu convocato spesso: cinque tornate referendarie a distanza di due anni

l’una dall’altra e tre elezioni politiche, oltre ovviamente a diverse consultatzioni amministrative.

Dopo le elezioni del 5 Aprile 1992 la scena politica italiana fu scossa da grossi scandali che portarono al

collasso i principali partiti politici italiani. L’approvazione di una nuova legge elettorale, nota col nome

popolare di Mattarellum, creò le condizioni per un bipolarismo tra centro-destra e centro-sinistra. Così nel

gennaio 1994 il Presidente Scalfaro sciolse le Camere ed indisse le elezioni per il 27 marzo successivo. si

aggiudicò lo scrutinio il Polo delle Libertà, centro-destra, ma dopo pochi mesi la coalizione entrò in crisi. Seguì

un governo tecnico che rimase in carica fino al 21 aprile 1996 quando si tennero le nuove elezioni, vinte dalla

coalizione dell’Ulivo.

Per i dieci anni successivi i parlamenti vissero per tutto il mandato, anche se all’interno dei due poli a volte ci

fu mare mosso o molto agitato.

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NEL 2008.

L’ultima elezione anticipata ebbe luogo il 13 aprile 2008: a gennaio di quell’anno il secondo governo Prodi fu

sfiduciato al Senato con un voto di differenza, per cui il Presidente Napolitano fu costretto a sciogliere le

camere con largo anticipo. Dalle urne uscì vincitrice il Popolo delle Libertà, nuova formazione politica di

centro-destra in coalizione con la lega. Nei cinque anni successivi si verificò la crisi economica, la fine del

centro-destra ed il governo tecnico presieduto da Mario Monti, ma il mandato parlamentare arrivò a scadenza

naturale, come quello successivo.

Ora, da qualche parte, si sostiene che il presidente Mattarella, a seguito delle dimissioni del Governo Conte,

dovrebbe sciogliere le camere e convocare le elezioni per ottobre-novembre. Se accadesse sarebbe una prima volta,

perché in Italia, in era repubblicana non si son mai tenute consultazioni generali in autunno, mentre hanno avuto

luogo elezioni amministrative o regionali. In era monarchica invece il voto autunnale si verificò diverse volte: ad

esempio nel 1913 e nel ’19.

Inoltre, se accadesse, sarebbe quello della XVIII legislatura il più “corto Parlamento”[1] della storia

repubblicana.

In epoca monarchica, comprendendo anche le sette legislature del Regno di Sardegna, gli scioglimenti accadevano

piuttosto di frequente, come nel 1849, quando la camera fu congedata due volte nel rapido volgere di pochi mesi.

Ma era decisamente un’altra epoca.

PIER LUIGI GIACOMONI

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NOTA:

[1] Il Corto parlamento è uno degli avvenimenti della rivoluzione inglese del periodo 1640. Nell’aprile di

quell’anno Re Carlo I Stuart convocò un nuovo parlamento, ma dopo due settimane lo sciolse perché gli aveva negato

i finanziamenti richiesti. Al “corto parlamento” si contrappone il “lungo Parlamento” che durò con alterne vicende

dal 1640 al 1653 quando Oliver Cromwell, Lord Protettore, lo congedò.