LE BANCHE ISLANDESI SOTTO CONTROLLO SPECIALE.
(29 ottobre 2015).

REYKJAVIK. In Islanda, a sette anni dall’esplosione della bolla speculativa che sconvolse la piccola economia dell’isola nordica, il parlamento ha deliberato di sottoporre le banche ad un controllo speciale, mentre le corti di giustizia continuano a perseguire i dirigenti bancari che si son resi responsabili del default economico che ha investito il Paese.

Nei giorni scorsi, perciò, cinque banchieri di due tra i maggiori istituti di credito del piccolo Paese, Landsbankinn e Kaupthing, sono stati condannati a pene tra due e cinque anni di reclusione,
perché ritenuti colpevoli d’aver contribuito direttamente al crollo dell’economia nazionale nel 2008.

La decisione di procedere nei confronti dei dirigenti delle banche è stata presa dopo che il parlamento islandese aveva riconosciuto l’esistenza d’un rapporto di causa-effetto tra il modo fraudolento di gestire il denaro raccolto sulmercato ed il crollo del sistema economico del Paese.

Con gli ultimi cinque dichiarati colpevoli, sale, così, a 26 il numero dei dirigenti bancari
condannati a scontare pene detentive: fino ad ora sono state emesse sentenze punitive per un totale di 74 anni di carcere.

Ma quale storia sta dietro questi fatti? Vediamola sinteticamente.

Nel 2001 l’Islanda attuò la deregolamentazione del settore bancario, il che permise agl’istituti di credito di prestare ingenti somme di denaro ad aziende straniere nella speranza di ricavarne profitti, mediante gl’interessi. La banca centrale, poi, elevò i tassi d’interesse fino al 15% per attirare capitali dall’estero: di conseguenza la moneta nazionale, la corona, si sopravvalutò, come rilevò ad un certo punto l’Economist.

Tuttavia, ad un tratto, ci si rese conto che il denaro prestato era troppo e che, probabilmente, gli istituti di credito non sarebbero mai riusciti a riaverlo indietro.

Si stima che le tre maggiori banche islandesi avessero, a quel punto, un’esposizione con l’estero pari ad
oltre 50 miliardi di euro, una cifra enorme, se si pensa che il PIL del Paese è di 8,5 miliardi.

Quando si cominciò a temere che le banche fossero sull’orlo del fallimento, i correntisti si precipitarono presso i loro sportelli per ritirare i depositi: il governo di Reykjavik decretò la nazionalizzazione degl’istituti di credito e rifuse una parte dei debiti non riscossi, ma l’economia andò a gambe all’aria ugualmente.

Diverse aziende chiusero, parecchie persone persero il posto di lavoro, i pensionati subirono un taglio consistente delle rendite. Furono anche tagliate le importazioni, tranne per cibo, medicinali e petrolio.
In breve, fu la recessione: il tasso di disoccupazione
triplicò in poche settimane; chi non perse il lavoro, subì tagli sia delle ore lavorate che degli stipendi.

Ovviamente, il disastro si riverberò anche sulla politica: la popolazione inscenò manifestazioni contro la Banca centrale, l’Althing (il parlamento) ed il governo di centro-destra, accusati di non aver fatto nulla per impedire l’esplosione della bolla speculativa.

Il 26 gennaio 2009 il governo in carica rassegnò le dimissioni
ed il presidente della repubblica Olafur Ragnar Grimsson
avviò colloqui con le forze politiche per varare un nuovo esecutivo ed evitare le elezioni anticipate.
Si giunse così alla costituzione d’un ministero formato da Alleanza socialdemocratica e Sinistra – Movimento Verde, con l’appoggio esterno del Partito Progressista. I primi due partiti, infatti, non raggiungevano la maggioranza assoluta in parlamento. Il posto di primo ministro andò a Jóhanna Sigurðardóttir, una donna che dimostrò energia e determinazione in quel complicato momento.

Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti: l’economia islandese si è ripresa, l’indebitamento è stato ridotto, la disoccupazione si è riassorbita.
Il Partito dell’Indipendenza, ritenuto all’inizio corresponsabile del crack, è tornato al potere nel 2013.
Anche la moneta nazionale, il cui valore al momento dello scoppio della crisi si era polverizzato, ha riacquistato consistenza ed è tornata ad esser quotata sui mercati internazionali.

Tutto finito? No, perché Reykjavik ha comunque un debito rilevante con l’estero che probabilmente non potrà mai ripagare completamente. In ogni caso gli islandesi, 300 mila persone in tutto, non dimenticheranno tanto presto lo sconquasso provocato da un gruppo di manager decisamente privi di scrupoli con la connivenza d’una politica molto acquiescente.

PIERLUIGI GIACOMONI