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LA TRAIETTORIA DI UN POPULISTA

settembre 11, 2018 • Pierluigi Giacomoni

LA TRAIETTORIA DI UN POPULISTA
(11 Settembre 2018)

ATENE. Alexis Tsipras era un populista di sinistra: aveva combattuto duramente tutti i governi precedenti al suo accusandoli d’aver svenduto la sovranità greca alle autorità comunitarie. Il 25 gennaio 2015 vinse le elezioni generali anticipate, annunciando che il suo governo avrebbe cambiato l’Europa. Il dogma dell’austerità, disse, aveva i giorni contati.   >

La pantomima durò sei mesi, almeno fino all’inutile referendum indetto per il 6 luglio 2015: in quell’occasione Tsipras convinse i greci a dire no ad un memorandum che offriva un prestito per pagare gli interessi, ma richiedeva l’adozione di pesanti misure d’austerità. Il 61% dell’elettorato seguì le indicazioni del governo sovranista e trascorse la serata festeggiando l’esito del plebiscito.

L’obiettivo reale di Tsipras era quello d’ottenere direttamente dal popolo un voto di fiducia alla vigilia d’un complesso negoziato.

La settimana successiva infatti i leader europei si riunirono per negoziare un nuovo piano di salvataggio della Grecia, sommersa da 330 miliardi di debito, pari al 180% del suo PIL.

Dopo 17 ore di difficile negoziato, i premiers europei, compreso Tsipras, firmarono un nuovo memorandum che concedeva ad Atene un prestito pari ad 86 miliardi, scansionato in diverse tranches, che prevedeva però che il governo avrebbe proposto e fatto approvare dal suo Parlamento un piano draconiano di misure d’austerità che comprendeva severi tagli alla spesa pubblica, pensioni comprese, un innalzamento dell’età per andare in congedo e nuovi tagli alla spesa pubblica.

Inoltre, lo Stato ellenico si sarebbe dovuto impegnare a lottare contro l’evasione fiscale ed avrebbe dovuto imporre tasse agli armatori, protetti dalla costituzione ed esentati dal pagare le imposte.

Quell’estate il Parlamento di Atene non andò In vacanza: l’esecutivo tradusse in disegni di legge gl’impegni pattuiti a Bruxelles, la camera fu costretta ad approvarli, non senza duri scontri sia dentro che fuori dall’aula.

Nelle stesse durissime settimane si verificò una resa dei conti all’Interno del partito di Tsipras, syriza: l’ala dura del movimento venne emarginata, il ministro delle finanze Yannis Varoufakis rimosso dall’incarico e le liste elettorali ripulite di tutti gli elementi scomodi.

Il 20 Agosto 2015 Tsipras si dimise per permettere lo scioglimento della Camera e la convocazione di nuove elezioni generali: dalle urne il 20 Settembre successivo emerse una nuova maggioranza composta da Syriza epurato e dai Greci Indipendenti (ANEL), una formazione politica di destra che ha appoggiato disciplinatamente l’esecutivo.

Negli anni successivi Tsipras e il suo nuovo Ministro per le finanze Euklides Zakalotos rimasero fedeli agli accordi sottoscritti ed il 21 agosto scorso la Grecia è uscita dalla procedura di salvataggio messa in atto dalla UE. Da quel giorno, Atene ha potuto ricominciare a finanziarsi sui mercati internazionali come un qualunque altro paese.

Tsipras non ha cambiato l’Europa, la montagna del debito greco è tuttora esistente, i ceti più bassi della popolazione sono tuttora gravemente impoveriti, il dogma dell’austerità, seppure un po’ ammaccato, rimane un articolo di fede per l’Unione Europea.

Chi ha vinto? Chi ha perso)

Di sicuro, Tsipras non è riuscito a cambiare l’Europa, anche se Bruxelles e gli Stati del Nord fautori dell’austerità e dell’equilibrio di bilancio a tutti i costi si sono dovuti rassegnare: ben difficilmente Atene sarà in grado di restituire tutto il debito in tempi ragionevolmente brevi.

Occorre, d’altro canto, riconoscere ad Alexis Tsipras il coraggio d’aver abbandonato gli aspetti più assurdamente ideologici della sua retorica, la capacità d’aver lavorato per il bene della Grecia e della UE, d’aver sfidato il rischio dell’impopolarità presso la sua opinione pubblica, la capacità d’essersi trasformato in questi tre anni da populista arruffapopolo a statista che sa guardare oltre la contingenza della durata di ogni mandato in una democrazia nella quale non si è in grado di preordinare il risultato della successiva elezione.

Oggi, i critici greci di Tsipras, sia da destra che da sinistra, annunciano che se vinceranno le prossime elezioni violeranno gli accordi firmati dal Premier, faranno riconquistare alla Grecia la sovranità perduta, aumenteranno la spesa pubblica: le stesse promesse che fece Tsipras nel 2015, la stessa ricetta che la classe politica ellenica, e non solo quella, hanno messo in atto per vincere le elezioni e conservare il potere per decenni.

non sappiamo se il Premier vincerà le prossime elezioni, non sappiamo se i greci preferiranno rinnovare il mandato ad un leader che ha saputo trasformarsi da populista in uomo politico responsabile, sappiamo però che la traiettoria di Alexis Tsipras è stata una delle carte vincenti per permettere alla Grecia d’uscire dal vicolo cieco in cui si era cacciata nell’epoca in cui il Paese era governato dalle due dinastie concorrenti: quella dei papandreou e quella dei karamanlis che col loro clientelismo e la loro strategia di gonfiare all’infinito la spesa pubblica aveva contribuito e non poco ad aprire una voragine senza fine nei conti pubblici ellenici.

PIER LUIGI GIACOMONI

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