LA SPAGNA VA ALLE URNE
(26 giugno 2016).

MADRID. A sei mesi di distanza dallo scrutinio del 20 dicembre 2015 gli spagnoli sono stati chiamati di nuovo alle urne per eleggere il XIII Parlamento della storia democratica del Paese.

Come abbiamo scritto qui più volte, la XII legislatura non è riuscita ad eleggere un Governo capace di portarla avanti e,quindi, è stato necessario riconvocare gli elettori.

L’AFFLUENZA ALLE URNE. Considerando solo coloro che si sono recati a votare negli oltre 10 mila seggi elettorali allestiti nel territorio nazionale, alle ore 20, ora di chiusura delle operazioni di voto, si sono espressi, secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno di Madrid, 24.161.083 votanti, pari al 69,84% del totale. A questi vanno aggiunti coloro che si sono espressi per posta, cioè circa il 4% del corpo elettorale.

A dicembre, in occasione delle ultime elezioni generali, sempre alle ore 20 aveva votato il 69,67%. Quindi si può dire che l’affluenza alle urne è stata grosso modo la stessa di sei mesi fa.

In realtà, è accaduto che nelle ultime ore di apertura dei seggi una massa considerevole di persone si è recata a votare: alle ore 18, infatti, risultava una flessione nel tasso di partecipazione di oltre 7 punti percentuali rispetto a dicembre, poi il gap tra le due votazioni è stato praticamente colmato.

L’ESITO DELLO SCRUTINIO. Prima di tutto occorre dire che i sondaggi della vigilia e gli exit poll non sono stati in grado di prevedere quale sarebbe stato il risultato finale.

Tutti davano per scontato che il PSOE sarebbe stato superato dalla coalizione Unidos-Podemos e prevedevano che il PP avrebbe grosso modo riconfermato la propria rappresentanza parlamentare.

In realtà, a scrutinio ultimato il quadro che si presenta è profondamente diverso:
– il PP ottiene 7.906.185 voti, pari al 33,03% e recupera 14 seggi, per un totale di 137 deputati sui 350 che compongono il Congresso.

A ciò si aggiunge la maggioranza assoluta raccolta al Senato, camera fondamentale per procedere alla revisione della Costituzione, come invocato da più parti.

A dicembre il Partito Popolare aveva raccolto 7.236.965 voti, pari al 28,71% e 123 seggi.

– il PSOE ottiene 5.424.709 voti (22,66%, mentre a dicembre aveva raccolto 5.545.315 voti (22,00%).
La lieve flessione registratasi in voti, ma non in percentuale, si è tradotta in una minore rappresentanza: i socialisti lasciano sul campo 5 deputati e scendono da 90 ad 85.

I veri sconfitti della tornata di ieri sono, però i nuovi partiti di Ciudadanos e Podemos:
– Ciudadanos ottiene 3.123.769 voti (13,05%), contro 3.514.528 voti (13,94%) e perde 8 seggi (32 anziché 40);
– La galassia di partiti locali riuniti intorno a Podemos (PODEMOS-IU-EQUO, ECP,
EN COMÚ, PODEMOS-COMPROMÍS-EUPV, PODEMOS-EN MAREA-ANOVA-EU)
ottiene 5.393.877 voti (20,86%) e 71 seggi, solo due in più rispetto al precedente Congresso.

Il quadro si completa coi voti raccolti dai numerosi partiti regionali che ottengono complessivamente 25 seggi in parlamento e potranno dire la loro sulla formazione del nuovo governo nazionale.

Da queste elezioni si possono quindi trarre due considerazioni di fondo, non necessariamente esaustive:

1. Parlare, come ha fatto Ciudadanos, solo di “onestà” o di “rigenerazione democratica” non basta a fare d’un partito di nuovo conio uno schieramento che possa favorire la governabilità.

Ciudadanos ha raccolto in questi anni l’indignazione di elettori popolari che eran scandalizzati per l’elevato tasso di corruzione del PP, ma volevano anche esser governati. Poiché il partito di Albert Rivera non ha garantito questa governabilità è stato punito.

2. In politica due più due non fa quasi mai quattro: Podemos ha impedito di fatto a pedro Sánchez di formare un governo nella XII legislatura perché era convinto di sorpassare il PSOE, provocando una nuova consultazione elettorale e coalizzandosi con Izquierda Unida, una formazione politica ormai sul viale del tramonto ed ai minimi storici, per consenso popolare.

Il risultato, come s’è visto, è stata una sostanziale riconferma delle posizioni di sei mesi fa.

Quindi, ancora una volta, i cartelli elettorali, fatti per vincere le elezioni, ma destinati a rompersi dopo il voto, risultano indigesti all’elettorato.

LE PROSPETTIVE DELLA GOVERNABILITA’. A prima vista pare che queste elezioni superanticipate non abbiano risolto nessuno dei problemi emersi con lo scrutinio del 20 dicembre scorso.

Per arrivare ad eleggere un Presidente del governo che possa avere almeno alla seconda votazione la maggioranza semplice dei voti occorrerà un lungo negoziato e forse parecchi mesi. I numerosi veti incrociati di quest’ultimo semestre possono facilmente ripresentarsi, conducendo ad una terza convocazione elettorale generale.

A meno che i diversi leader sulla scena politica non riescano a trovare delle soluzioni che portino alla formazione di governi di minoranza che abbiano un’operatività non inferiore a tre anni e siano in grado di adottare misure economiche adeguate alla situazione socioeconomica del Paese.

Escludendo una grande coalizione PP-PSOE si possono intraprendere strade come un governo PP-Ciudadanos, appoggiato da alcuni partiti regionali o un monocolore PP che passa con l’astensione dei socialisti.

Occorrerà molta capacità di mediazione per far uscire il Regno di Spagna dal vicolo cieco in cui si è cacciato.

PIER LUIGI GIACOMONI