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LA MACEDONIA NON PUO’ CAMBIAR NOME

ottobre 3, 2018 • Pierluigi Giacomoni

LA MACEDONIA NON PUO’ CAMBIAR NOME
(3 Ottobre 2018)

SKOPJE. La Macedonia non può cambiar nome: il referendum consultivo indetto per chiedere alla popolazione se

condivide gli accordi del lago di Prespa è fallito.

Infatti, solo il 36,87% dell’elettorato si è presentato alle urne, facendo mancare il quorum della maggioranza

assoluta, indispensabile per rendere operativa l’intesa stipulata a giugno dai governi greco e macedone che avrebbe

risolto l’annosa querelle ed avrebbe aperto al piccolo Stato ex iugoslavo le porte della NATO e della UE.

Il quesito a cui gli elettori dovevano rispondere era: «Sei favorevole all’adesione all’Unione europea e alla Nato

accettando l’accordo tra Macedonia e Grecia?»: ad esso hanno risposto “sì” il 91,48% dei votanti, mentre hanno

detto “no” il 5,64%.

il governo aveva formulato in questo modo la domanda nella speranza di ottenere un consenso, puntando

sull’obiettivo dell’adesione alle due organizzazioni paneuropee, invece che incentrare il conflitto politico sul

nome dello Stato, ma l’opposizione di centro-destra ha giocato d’astuzia, forse per nascondere le proprie divisioni

interne: il nuovo leader del partito Vmro-Dpmne, nazionalista e conservatore, Hristijan Mitskoski,
non ha potuto invitare esplicitamente i cittadini a boicottare il voto. Si è limitato a
dire che gli elettori avrebbero dovuto decidere secondo le loro convinzioni, facendo però sapere che lui

personalmente si sarebbe astenuto.

Esplicitamente contrario all’accordo si è dichiarato, invece, l’ex Premier Nikola Gruelski che guida un’altra

fazione dello stesso partito di Mitskoski e che negli anni ha dimostrato d’avere notevole influenza sulla scena

politica nazionale.

Nella serata di domenica, mentre i media diffondevano i dati dello scrutinio, gli avversari dell’intesa di Prespa

festeggiavano, convinti che il verdetto popolare avrebbe fatto cadere il governo.

Nelle sue prime dichiarazioni rilasciate a caldo, il capo del governo di Skopje, il socialdemocratico Zoran Zaev ha

però detto: «Il referendum è stato un successo: la maggior parte dei cittadini ha votato sì e questo deve spingerci

ad andare avanti.»

Aggiungendo poi: «Parleremo con i nostri avversari in Parlamento e se avremo la maggioranza dei due terzi

procederemo con l’attuazione dell’accordo: se non l’avremo, ci saranno le elezioni anticipate».

La decisione parlamentare è attesa fra pochi giorni: le eventuali elezioni potrebbero esser convocate già per fine

novembre: molti sperano, tuttavia, che non sia necessaria un’altra consultazione elettorale dall’esito incerto.

Tra i contrari al voto anticipato vi sono la Grecia e l’Unione europea:

Alexis Tsipras, altro artefice dell’accordo, teme che il suo governo cada se l’esecutivo di Skopje dovesse esser

rovesciato.

Bruxelles, dal canto suo, è poco tranquilla e punta esplicitamente ad una ratifica parlamentare. In un comunicato

congiunto a seguito della pubblicazione dei dati del plebiscito, ha esortato la Macedonia ad andare avanti con

decisione per attuare l’accordo, lasciando intendere che spetta alle istituzioni prendere il posto del popolo,

facendo imboccare al Paese balcanico la strada giusta per il suo futuro.
L’Alto rappresentante per la politica estera europea, Federica Mogherini e il commissario all’Allargamento,

Johannes Hahn hanno dichiarato: «i cittadini dell’ex repubblica iugoslava di Macedonia hanno avuto la possibilità

di votare per il futuro del loro Paese con un voto pacifico, una maggioranza schiacciante, di quelli che hanno

esercitato il diritto di voto, ha detto sì all’accordo di Prespa, sul nome e sul percorso europeo del Paese».
Mogherini e Hahn hanno poi parlato di «opportunità storica» per la Macedonia, esortando «tutti gli attori politici

e istituzionali ad agire entro le proprie responsabilità costituzionali, al di là  delle linee politiche di

partito».

Tuttavia, al momento a Zaev mancano in Parlamento undici voti: nei prossimi giorni dovrà negoziare con

l’opposizione per ottenerli.
***
Il contenzioso greco-macedone. La questione del nome per il nuovo Stato sorge dopo la dissoluzione della

Iugoslavia: la Macedonia, infatti, è uno degli otto soggetti che compongono la federazione e l’8 Settembre 1991

proclama la propria indipendenza da Belgrado mediante un referendum popolare: il 17 Novembre successivo, adottando

la nuova Costituzione, il Parlamento lo battezza «Repubblica di Macedonia.» La Grecia reagisce male, accusando i

dirigenti di Skopje di nutrire rivendicazioni sulla regione greca di Macedonia e chiede all’Unione Europea di

proibire al nuovo soggetto sovrano, non ancora riconosciuto internazionalmente,di portare un simile nome.

Successivamente, Bruxelles assumerà una posizione più sfumata, tenuto conto che la comunità internazionale ha

riconosciuto la nuova entità statuale col nome di «Repubblica di macedonia». a livello comunitario si consiglia i

greci d’avviare contatti bilaterali col vicino settentrionale per risolvere le loro divergenze su nome e bandiera.

Dal canto suo, il 7 aprile 1993, il Consiglio di sicurezza dell’Onu approva la risoluzione 817, con la quale

ammette lo Stato balcanico nell’organizzazione delle Nazioni Unite. A causa dell’opposizione greca all’utilizzo del

nome “Macedonia”, il paese viene ammesso con la denominazione temporanea di FYROM (Former Yugoslav Republic of

Macedonia). Il giorno seguente, l’assemblea generale dà il benvenuto a Skopje quale 181° membro dell’Onu.

Nel febbraio ’94, la Grecia inasprisce la vertenza, sottoponendo la Macedonia ad un embargo, chiudendo

completamente i confini comuni. L’embargo è determinato dalla decisione di Skopje di adottare, come bandiera

nazionale, il cosiddetto “Sole di Vergina”, simbolo che si rifà ad Alessandro il Grande che nel IV secolo a.C.

costruì un effimero esteso impero nel quale venivano fuse le civiltà greca, asiatica ed egizia.

La Grecia protesta anche contro un articolo della Costituzione macedone, nel quale si dichiara che la Repubblica

macedone avrebbe sostenuto e protetto le minoranze macedoni presenti negli stati confinanti.

Dopo 18 mesi d’embargo, che hanno causato alla fragile economia macedone danni stimati intorno ai due miliardi di

dollari, nel settembre 1995 Atene e Skopje firmano un trattato, sotto l’egida dell’Onu, col quale si impegnano a

cercare una soluzione mediata alla disputa. Nel trattato, i due paesi non sono citati con i propri nomi

costituzionali, ma come “Primo Contraente” e “Secondo Contraente”.
Nell’ottobre 1995, il Parlamento macedone approva la modifica della bandiera e dell’articolo conteso all’interno

della propria Costituzione. Di conseguenza, Atene riapre la frontiera tra i due Stati.

Da allora, i due paesi hanno gradualmente normalizzato i loro rapporti: ora però si tratta di fare un ulteriore

passo avanti perché la Macedonia vorrebbe far parte della NATO e della UE e per ottenere questi due obiettivi il

governo di Zaev vuole risolvere gli ultimi problemi con il suo vicino meridionale.

Ecco perché il 17 giugno scorso sulle rive del Lago prespa viene firmato l’accordo bilaterale che però domenica 30

Settembre non ha superato lo scoglio del plebiscito popolare.
***
L’intesa di Prespa. L’accordo è firmato, insieme ad un protocollo di reciproca collaborazione, dai due ministri per

gli Affari Esteri Nikola Dimitrov (Macedonia) e Nikos Kotzias (Grecia), alla presenza dei premier Zoran Zaev e

Alexis Tsipras. Alla cerimonia presenziano per l’ONU il mediatore Matthew Nimetz ed il sottosegretario generale

delle Nazioni Unite per gli affari politici Rosemary Di Carlo, per l’UE l’Alto rappresentante per la Politica

Estera e la Sicurezza Federica Mogherini, ed il suo collega Commissario per l’allargamento Johannes Hahn.

Il testo prevede che la Macedonia assuma la denominazione di «Repubblica di macedonia del Nord» e rinunci a

qualunque rivendicazione sull’omonima regione greca.
«Questo è un passo coraggioso, storico e necessario per i nostri popoli” – afferma nel suo discorso il primo

ministro greco Alexis Tsipras – siamo qui per sanare le ferite del tempo, per aprire un cammino di pace,

fraternizzazione e crescita per i nostri paesi, i Balcani e l’Europa». «I nostri due paesi dovrebbero uscire dal

passato e guardare al futuro – ha soggiunto il suo collega macedone Zoran Zaev – «i nostri popoli vogliono la pace,

saremo partner e alleati.»
***
Zaev e Tsipras. Economista ed ex sindaco di Strumica, Zoran Zaev, socialdemocratico, ha fatto del riavvicinamento

con la Grecia una priorità per garantire l’adesione del suo Paese all’Unione europea e alla NATO, bloccata da Atene

per anni.

Salito al potere nel 2017, dopo le ultime elezioni politiche, in sostituzione del nazionalista Nikola Gruelski ha

cercato in questi pochi mesi di mandato di sanare i molti problemi aperti coi suoi vicini: ha stipulato intese con

la Bulgaria e l’Albania ed ha cercato di superare i contrasti tra le diverse etnìe che abitano nel Paese.

Quasi coetaneo di Alexis Tsipras (sono nati entrambi nel 1974) ha fatto il possibile per giungere ad una soluzione

di un contenzioso irrisolto da oltre una generazione.

Alexis Tsipras, leader di Syriza,  una formazione politica di estrema sinistra che negli anni ha cambiato pelle, è

di recente uscito dalla procedura di risanamento del bilancio ed ha conseguito dei notevoli successi in economia,

permettendo alla grecia di rifinanziarsi sui mercati internazionali a dei tassi d’interesse più ragionevoli che in

passato, pur in presenza d’un debito di 330 miliardi di euro, pari al 183% del PIL.

Al potere dal 2015, nel prossimo anno dovrà affrontare una consultazione elettorale dall’esito quanto mai incerto:

gli ultimi sondaggi demoscopici indicano che syriza ha uno svantaggio di dieci punti con Nea Demokratia, formazione

politica di centro-destra.
***
La Macedonia. Culla della civiltà ellenistica, nel IV secolo a.C. fiorì la monarchia di filippo (359-336) ed

alessandro (336-323). Il primo sottomise le Poleis, divenendo l’egemone della Grecia antica, il secondo realizzò un

vasto programma di conquiste, soprattutto in Asia e in Egitto. dopo la sua precoce morte lo Stato divenne

possedimento romano e ne seguì i destini.

Occupato da popolazioni slave nel VI secolo d.C. divenne un soggetto semiautonomo nell’ambito della federazione

iugoslava, finché, in seguito al suo dissolvimento, acquisì piena indipendenza.

Con una superficie di 25.713 km² ed una popolazione di 2,1 milioni d’abitanti, la Repubblica di Macedonia confina

con Albania, Bulgaria, Serbia, Kosovo e Grecia.

Stato multietnico e multireligioso non ha sbocco al mare: all’epoca della Iugoslavia era il più povero degli otto

membri della federazione. Poche le industrie, scadenti le infrastrutture, dipendeva dagli aiuti che provenivano da

Belgrado. Ottenuta l’indipendenza precipitò in una fase recessiva, proprio perché venne a mancare quel sostegno che

prima teneva in piedi la fragile economia. Dopo la crisi causata dall’embargo decretato dai Greci (1994-95) e da

una ribellione della minoranza albanese che si sentiva discriminata (2000), lo stato ha fatto registrare un certo

progresso del PIL che ora si vuole consolidare proprio chiudendo le antiche vertenze ed aprendo vie di partenariato

coi vicini.

Si vedrà se Zaev e Tsipras riusciranno a realizzare i loro progetti o se verranno innalzati nuovi muri tra i due

Paesi.

PIER LUIGI GIACOMONI

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