LA CROAZIA VOTA MALGRADO IL COVID
(12 Luglio 2020)

ZAGABRIA. La Croazia vota malgrado il coVid-19 che tuttora imperversa nel Paese balcanico.

Domenica 5 luglio, l’elettorato è stato chiamato a rinnovare, con alcuni mesi d’anticipo, il Sabor, il Parlamento monocamerale di Zagabria, formato da 151 seggi: di questi 143 eletti in 11 collegi elettorali con candidature plurime, mentre i restanti 8, espressione delle diverse minoranze etniche (serbi, italiani, ungheresi, cechi, slovacchi, rom), designati col sistema uninominale.

Le elezioni, indette dal premier Plenkovic in luglio per evitare di tener una consultazione in autunno con la possibilità che il contagio da CoVid-19 faccia emergere un certo malcontento nella popolazione, miravano a consolidare la coalizione di centro-destra al potere dal 2016, ristrutturandola in modo da emarginare i gruppi della destra radicale e spianare il terreno ad una compagine d’orientamento più moderato.

L’operazione si è rivelata azzeccata perché Plenkovic, come vedremo ha riportato una squillante vittoria ed ha guadagnato nuovi possibili alleati, come appunto i rappresentanti delle diverse comunità nazionali ed alcune forze centriste.

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SONDAGGI E RISULTATI.

I sondaggi della vigilia vaticinavano un sostanziale testa a testa tra l’HDZ e la coalizione di centro-sinistra capeggiata dai socialdemocratici che, tra l’altro, si eran aggiudicati le presidenziali dello scorso inverno.

L’elettorato però ha scelto la continuità e la stabilità: Plenkovic dovrebbe esser in grado entro poche settimane d’allestire un esecutivo dotato d’una maggioranza di 76 mandati contro 75 delle diverse minoranze.

In particolare, l’HDZ (Comunità Democratica Croata) disporrà nella nuova assemblea di 66 seggi (37,3%, mentre la coalizione “Restart” guidata dall’SDP ne avrà solo 41 (24,9%, una delle peggiori prestazioni da quando la Croazia è indipendente (1991).

Conseguenza: facce scure e musi lunghi al quartier generale di Restart nella notte elettorale e l’indomani l’annuncio delle dimissioni del presidente dell’SDP Davor Bernardic in vista d’un congresso che dovrebbe rilanciare le sorti del partito ed eventualmente della stessa coalizione di centro-sinistra per i prossimi appuntamenti come le imminenti amministrative.

Quattro anni fa, in occasione delle precedenti legislative dell’11 settembre 2016, l’HDZ ottenne 61 seggi, mentre i socialdemocratici ne raccolsero 54 e 10 mandati furono conquistati dal partito del sindaco di Zagabria Milan Bandic.

Terza forza del Paese, stavolta, il Movimento Patriottico, capitanato dal cantante folk Miroslav Skoro che conquista 16 mandati (10,9%).

Chi è Skoro? Un radicale di destra, su posizioni anti-migranti e anti-abortiste, con all’archivio canzoni patriottiche dedicate all’ex generale Ante Gotovina, un «falco» dell’epoca delle guerre che dilaniarono i balcani occidentali negli anni Novanta.

Skoro è indulgente verso gli orrori del regime Ustascia di ante pavelic in carica negli anni Quaranta durante l’occupazione italo-tedesca della Iugoslavia, ma è anche espressione d’una fetta consistente dell’opinione pubblica croata, che considera il conflitto coi serbi degli anni Novanta una lotta di liberazione contro l’oppressione di Belgrado.

«Skoro – dice Tena Prelec, politologa e ricercatrice all’Università di Oxford – è un populista di destra che ha raccolto attorno a sé un gruppo molto radicale ed estremamente xenofobo, per nulla innocuo».

«Parliamo – dice dal canto suo il politologo Zarko Puhovski – di un vero populista, forse non un radicale di destra, ma uno che accetta il radicalismo»: un leader – aggiunge – che «vuole giocare un ruolo politico senza averne le capacità e questo significa che qualcuno lo farà  per lui».

C’è però anche un’altra Croazia: la vera sorpresa di queste elezioni è costituita da Mozhemo! “possiamo!”, una coalizione di forze ecoprogressiste che fa irruzione nel parlamento di Zagabria con ben sette seggi (7%).

Mozhemo! che anche nel nome si richiama all’analogo movimento spagnolo di Podemos” ha raccolto un sacco di voti a Zagabria dov’è arrivata terza, spazzando via il partito del controverso sindaco Milan Bandic che non supera la quota di sbarramento del 5% necessaria per entrare nel Sabor.

Completano il quadro una serie di forze minori, come Most “ponte” di centro-destra (7,3% e 8 seggi [-5]) oltre che i deputati eletti dalle minoranze etniche che,come detto, possono rivelarsi decisivi per la formazione del nuovo esecutivo.

Cala, infine, la partecipazione: nel 2016 si era espresso il 52,4% dei votanti, stavolta si è recato alle urne solo il 46% dei 3,5 milioni di potenziali elettori.

Un segno forse della disaffezione politica che colpisce la popolazione croata, che può anche esser collegata all’ansia da CoVid che registra ancora, come indicano le cronache, sempre nuovi casi.

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FINE DEL BIPOLARISMO?

La scena politica croata in questi quasi trent’anni d’indipendenza è stato un continuo alternarsi al governo dell’HDZ e dell’SDP: ora, qualcuno ipotizzava che i due partiti potessero collaborare insieme in un governo di grande coalizione. La prospettiva sembrava interessare più all’HDZ ed al suo leader che ai socialdemocratici che, come s’è visto, sono in forte flessione e,quindi, forse più interessati a condurre l’opposizione, tanto più che alla loro sinistra stanno sorgendo nuovi movimenti come Mozhemo!.

Plenkovic infatti da quando è divenuto presidente della Comunità Democratica Croata ha cercato in tutti i modi di ricollocare il partito su posizioni più centriste rispetto alle origini, quand’era decisamente una formazione nazionalista di destra.

L’operazione ha portato all’emarginazione dei duri del partito che infatti sono confluiti nel Movimento Patriottico.

Tutto lascia pensare, a questo punto, che Plenkovic preferisca fare accordi coi rappresentanti delle minoranze etniche ed alcune piccole forze moderate.

L’erosione dei socialdemocratici, invece, è sintomatica sia d’un’offerta politica incapace di rinnovarsi, sia dei cambiamenti in atto nella società dove emergono esigenze nuove che chiedono d’essere interpretate in chiave politica.

Un discorso a parte va fatto a proposito dei sondaggi d’opinione che si sono rivelati totalmente sbagliati: non solo perché, come s’è già detto, prevedevano un testa a testa fra le due forze maggiori, ma perché attribuivano a Mozhemo solo un paio di seggi.

Nulla lasciava immaginare l’irruzione d’una forza che potrà svolgere un ruolo di notevole rinnovamento in uno scenario forse un po’ ingessato.

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L’UE VOTA PLENKOVIC

Le elezioni si sono svolte dopo il termine del semestre di presidenza croata degli organismi comunitari e Plenkovic voleva anche sfruttarne l’impatto positivo sull’opinione pubblica, giacché era la prima volta, da quando nel 2013 Zagabria è entrata nell’euroclub che si verificava questa circostanza.

Fortemente condizionata dalla pandemia, la presidenza croata può comunque vantare alcuni piccoli risultati, come l’avvio dei negoziati d’adesione per Albania e Macedonia del Nord, mentre restano in stallo quelli con la Serbia a causa dell’annosa vertenza del Kosovo (fra l’altro a fine giugno il presidente kosovaro Hasen Taci è stato accusato dalla Corte Penale dell’Aia di crimini contro l’umanità per quanto accaduto nell’area serbo-kosovara negli anni Novanta).

Ha destato sensazione invece l’intervento diretto nella fase finale della campagna elettorale della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

Contraddicendo una tradizionale neutralità, osservata dalle istituzioni comunitarie in occasione d’una consultazione popolare in ciascuno dei 27 Stati membri, insieme a tutti i principali leader del Partito Popolare Europeo, la presidente è comparsa nello spot di HDZ recitandone lo slogan in lingua croata. Uno slogan, “sigurna Hrvatska” (Croazia sicura), che è in armonia con l’approccio securitario di von der Leyen al dossier immigrazione, come quando elogiò la Grecia definendola «scudo d’Europa».

La Croazia, però, è al centro di decine di inchieste che la accusano di respingimenti, violenze e diffuse violazioni dei diritti umani a danno dei profughi al confine con la Bosnia-Erzegovina.

Bruxelles per il momento non dice nulla e nemmeno Lubiana, che in passato aveva in corso contenziosi di frontiera col vicino.

anzi, in un vertice bilaterale postelettorale tenutosi giovedì 9 il premier sloveno Janez Jansa, in carica da pochi mesi, ha dato il benvenuto alla Croazia sia nell’eurozona che in Schengen: dal 2022 la Slovenia non sarà più un paese chiamato a gestire una delle frontiere esterne all’Unione ed i due Stati balcanici avranno la stessa moneta.

L’Unione europea, in sostanza, scommette su Zagabria e sulla collocazione moderatamente conservatrice dell’HDZ.

Il leader croato, a questo punto, teme solo che la persistenza della pandemia che fa sentire ogni giorno i suoi effetti nel Paese, rovini tutto, a cominciare dalla stagione turistica, cosa che è destinata a riverberarsi sulla sua popolarità.

PIER LUIGI GIACOMONI