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KOSOVO. CAMBIA TUTTO A PRISHTINA

10 Ottobre, 2019 • Pierluigi Giacomoni

KOSOVO. CAMBIA TUTTO A PRISHTINA
(10 Ottobre 2019)

PRISHTINA. Cambia tutto a Prishtina, capitale del piccolo Stato del Kosovo, incastonato tra Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia del Nord: gli elettori domenica 6 ottobre hanno giubilato il partito di governo AAK ed hanno diviso i loro favori in liste che hanno progetti diversi per il Paese.

Le elezioni, anticipate rispetto alla scadenza naturale del mandato, sono state indette dopo che il Primo Ministro Ramush Haradinaj è stato convocato da una corte speciale dell’Aia perché sospettato d’aver commesso crimini di guerra, quand’era membro dell’esercito di liberazione del Kosovo (UCK) durante i conflitti che insanguinarono la regione negli anni Novanta del XX secolo.

Quindi dimissioni dell’esecutivo, scioglimento del Parlamento e nuove elezioni generali.

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I RISULTATI.

I VINCITORI.

I due partiti più votati sono anche quelli che hanno tratto maggior profitto dallo scrutinio e si apprestano a governare, malgrado le loro differenze ideologiche:

Il primo è il movimento nazionalista di sinistra Vetëvendosje “Autodeterminazione”, guidato da Albin Kurti, 44 anni, che ha raccolto il 25,6% dei voti, pari a 31 seggi sui 120 che compongono la camera di Pristhina;

«Ex studente ribelle – ha scritto Repubblica – imprigionato da Slobodan Milosevic negli anni ’90, ha smesso i panni del “Che kosovaro”, come viene soprannominato, per indossare camicia e cravatta: basta azioni violente, come quella di tre anni fa quando lui e i suoi deputati lanciarono gas lacrimogeni dentro il Parlamento, e soprattutto basta agitare lo spettro della creazione di una Grande Albania, vera linea rossa per Belgrado.»

Al secondo posto si situa la Lega democratica del Kosovo (LDK, centro-destra) col 24,89% che conquista 30 mandati.

la sua leader Vjosa Osmani, aspira a divenire capo del governo: 37 anni, ha assunto la guida del partito dopo la scomparsa di Ibrahim Rugova, l’uomo che cercò d’ottenere l’indipendenza dell’ex regione autonoma della Iugoslavia senza far ricorso alla violenza.

Giovane docente di diritto internazionale, laurea in Giurisprudenza a Prishtina, master e dottorato in Pennsylvania, è il volto nuovo della politica kosovara.

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GLI SCONFITTI.

subiscono perdite sia il Partito Democratico del Kosovo (PDK) appoggiato dal Presidente della Repubblica Hashim Thaci, che spinge sulla poltrona di premier Kadri Veseli, sia l’alleanza per il Futuro di Ramush Haradinaj.

Il PDK ha raccolto il 21,07% delle preferenze ed eletto 25 deputati.

L’alleanza per il Futuro è crollata all’11,6% ed ha mandato alla camera 14 eletti.

Completa il quadro la lista dei serbi che ha preso il 6,6% ed ha eletto 10 parlamentari.

Molto alto l’astensionismo: solo il 43,3% degli elettori si è recato alle urne confermando la scarsa attrattiva che avevano queste elezioni presso l’opinione pubblica kosovara.

Le cronache parlano d’un clima generale di forte tensione: anche i 120mila serbi che vivono in Kosovo erano chiamati a votare per designare i loro rappresentanti al Parlamento centrale.

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I COMPITI DEL NUOVO GOVERNO.

L’esecutivo che si formerà nelle prossime settimane a Prishtina dovrà prima di tutto condurre innanzi i negoziati per la soluzione della vertenza Kosovo: lo stato, che proclamò la sua indipendenza unilateralmente il 17 febbraio 2008, è tuttora fuori dall’ONU e non è riconosciuto da diversi paesi europei.

La Serbia ha sempre considerato il territorio una propria provincia secessionista e finora non ha mai voluto accettare la nascita della nuova repubblica.

Tuttavia, se Belgrado davvero vorrà un giorno entrare nell’Unione europea dovrà fare dei passi verso Prishtina.

La stessa cosa dovranno fare i governanti kosovari ai quali converrebbe rasserenare i rapporti con l’ex madrepatria per dare ossigeno ad un’economia veramente in difficoltà: alta disoccupazione, forte emigrazione, corruzione, clientelismo sono gl’ingredienti d’un cocktail che sta soffocando questo piccolo Paese.

Per esempio, Prishtina dovrebbe abbattere i dazi punitivi imposti sulle merci serbe e favorire gl’investimenti: «Alle grandi aziende – sottolinea qualche analista – non interessa chi è colpevole, chi ha ragione o torto, vogliono stabilità  e pace prima di investire», Tutte le energie saranno convogliate nel trovare un accordo con la Serbia, prevede qualcun altro. Il nuovo esecutivo «durerà  forse due anni», il tempo per concordare rinunce dolorose per entrambi i nemici e forse ridisegnare le mappe balcaniche, il prezzo da pagare per un futuro migliore.
Il dialogo, negli auspici di Ue e Usa, dovrebbe condurre alla normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo – oggi fattore di destabilizzazione per tutta la regione balcanica.

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IL KOSOVO.

La Repubblica del Kosovo è l’ultimo Stato nato in Europa perché la proclamazione unilaterale d’indipendenza risale a undici anni fa. La nuova entità statuale è stata riconosciuta da più di 100 nazioni, ma non dalla Serbia e, all’interno della UE, dalla Spagna e dalla Romania: finora non è stato ammesso a far parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

La sua superficie complessiva è di 10.908 km² e la popolazione ammonta complessivamente a 1.809.729 abitanti, secondo una stima del 2019: il 90% parla albanese, mentre circa il 10% si esprime in serbo.

Sono presenti altre ettnìe minoritarie.

Territorio senza sbocco al mare confina con Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia Settentrionale.

Sul piano istituzionale, è una repubblica parlamentare: Il presidente della Repubblica, eletto dall’Assemblea del Kosovo, nomina il Primo Ministro che forma e presiede l’esecutivo.

L’Assemblea, formata da 120 deputati, prevede la presenza di rappresentanti di tutte le etnìe maggiori,compresi 10 seggi spettanti ai Serbi.

Albanese e Serbo sono lingue ufficiali; tra le religioni praticate, spiccano l’Islam sunnita e il cristianesimo ortodosso: le festività cattoliche, musulmane ed ortodosse sono rispettate dalle amministrazioni ed hanno valore civile.

L’economia nazionale, pur facendo registrare progressi considerevoli nel PIL (+4% nel 2018) è ancora molto arretrata e si fonda soprattutto sulle rimesse della diaspora e su piccole industrie.

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UN PO’ DI STORIA.

Il Kosovo ha vissuto una storia molto intricata: popolato da genti illiriche, passò sotto varie dominazioni finché nel XIV secolo nella piana dei Merli si svolse un’importante battaglia tra nobiltà balcanica e Turchi ottomani.

I balcanici persero e la loro aristocrazia fu decimata: conseguenza, i balcani meridionali passarono sotto il controllo della Sublime Porta fino al XIX secolo quando si assistette al risveglio delle coscienze nazionali dei popoli della Slavia meridionale.

Dissoltosi l’impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale, il Kosovo entrò a far parte della Iugoslavia: dopo il 1945 il territorio divenne, nell’ambito della federazione voluta da Josip Broz Tito una regione autonoma, ossia uno degli otto soggetti che componevano lo Stato.

Morto Tito (1980), fu creata la presidenza collettiva della Iugoslavia: in essa Prishtina aveva un seggio. Ogni anno, il 15 maggio, uno dei membri della Presidenza, assumeva il rango di Presidente della Federazione.

Allo stesso tempo, nella regione tra il 1981 e l’83 scoppiarono delle rivolte della comunità albanese contro i governanti serbi che avevano il controllo sia dell’amministrazione centrale di Belgrado,sia della regione autonoma: già, perché uno degl’ingredienti che componevano il mix iugoslavo era il netto predominio serbo nella burocrazia e nell’esercito, vero nerbo dello Stato.

Nel 1988 avvenne la svolta: Slobodan Milosevic, Presidente della Serbia, revocò unilateralmente lo statuto d’autonomia del Kosovo e sottomise Prishtina al controllo diretto del governo belgradese.

Le tensioni crebbero per tutto il decennio successivo con scontri ed operazioni di pulizia etnica, finché nel 1999 la NATO mosse guerra alla Serbia e la costrinse a ridare ai kosovari l’autonomia che era stata loro tolta.

Nel 2008, poi, fu proclamata l’indipendenza del territorio: fu varata una costituzione democratica e si tennero delle elezioni sia amministrative che legislative. In undici anni d’indipendenza quelle del 6 ottobre sono le quarte elezioni, il che indica che i governi di Pristhina non sono così stabili come richiederebbe la complessa situazione geostrategica dell’area e le complesse dinamiche economiche.

PIER LUIGI GIACOMONI

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