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KENYA: PRESIDENZIALI ANNULLATE
(1° Settembre 2017)

NAIROBI. Con un verdetto a sorpresa la Corte Suprema del Kenya ha annullato l’esito delle elezioni presidenziali

dell’8 Agosto scorso, disponendo che entro sessanta giorni abbia luogo un’altra consultazione.

Tutto da rifare, quindi, con l’aggiunta di pesanti accuse di brogli nei confronti della Commissione Elettorale che

avrebbe dovuto sovrintendere allo scrutinio senza favorir nessuno.
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Il verdetto. Comunicando le decisioni della Corte, il Chief Justice David Maraga ha dichiarato che lo scrutinio

dell’8 Agosto scorso non si è svolto «in conformità con quanto disposto dalla Costituzione, perciò è stato

dichiarato «non valido, nullo e privo d’effetto.»

La corte non attribuisce alcuna responsabilità al partito del Presidente della Repubblica Uhuru Kenyatta: ma

rivolge pesanti accuse alla Commissione Elettorale: trasformazione di schede bianche in voti per il Presidente,

creazione di sezioni elettorali inesistenti e così via.

I togati non sono entrati in dettagli ulteriori, ma entro tre settimane pubblicheranno un rapporto completo.

L’alto magistrato ha precisato che su sei membri della Corte suprema, quattro hanno votato a favore del verdetto e

due a sfavore: i contrari hanno messo a verbale che la coalizione di opposizione, NASA, non ha prodotto prove che

dimostrino che il risultato delle elezioni è frutto di manipolazioni.

«L’annuncio – riferisce BBC Africa – è stato accolto da aclamazioni di sostenitori dell’opposizione sia dentro che

fuori l’aula della Corte.»
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Le reazioni. I principali protagonisti di questa dura contesa elettorale hanno reagito in modo diametralmente

opposto alla sentenza della Corte.

Raila Odinga, 72 anni, leader di NASA e candidato apparentemente sconfitto un mese fa, ha dichiarato che la

sentenza emessa dalla Corte Suprema ha valore storico sia per il Kenya che per l’intero continente africano.

«E’ ora chiaro – ha aggiunto – che l’intera Commissione Elettorale è corrotta ed è chiaro che i veri risultati

elettorali non sono mai stati resi noti: qualcuno si deve assumer la responsabilità di ciò che è avvenuto. Noi

abbiamo vinto le elezioni e le vinceremo nuovamente!».

Il Presidente Uhuru Kenyatta, 55 anni, leader del Jubilee Party, in un discorso televisivo, dal canto suo, si è

dichiarato in disaccordo col verdetto della corte, malgrado ciò ne ha preso atto e lo rispetterà.

Tuttavia, ha maliziosamente rilevato che sei giudici hanno invalidato una consultazione a cui hanno partecipato

milioni di kenyani che si sono messi in fila per ore per votare ed hanno compiuto liberamente la loro scelta.

Come dire: è possibile che sei persone possano avere la meglio su 20 milioni di votanti?

Invitando poi tutti alla calma, ha aggiunto: «Il vostro vicino sarà sempre il vostro vicino, indipendentemente da

ciò che è accaduto… Il mio primo messaggio oggi ad ogni singolo kenyano è “pace”! Continuiamo ad essere un popolo

di pace!»

Ha concluso che naturalmente si ripresenterà alle prossime elezioni col medesimo programma.
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Le elezioni. L’8 Agosto scorso, circa 20 milioni di elettori furono convocati alle urne per eleggere il Presidente

ed il vice Presidente della Repubblica, i due rami del Parlamento e le autorità locali.

All’indomani dello scrutinio, che secondo diversi osservatori internazionali si era svolto correttamente, Kenyatta

risultò vincitore col 54,3% contro il 44,7% attribuito a Raila Odinga. Il divario tra i due candidati principali fu

complessivamente di 1,4 milioni di preferenze.

Odinga, commentando l’andamento dello spoglio, protrattosi per diversi giorni, parlò subito di gravi irregolarità:

secondo lui degli hackers erano penetrati nel sistema di calcolo elettronico dei voti, alterando l’esito della

consultazione.

Gli osservatori internazionali che avevano supervisionato sia le operazioni di voto sia lo scrutinio, sostennero

invece che non c’erano prove di manomissione di schede.

Nei giorni successivi, scontri tra sostenitori dei due pretendenti si verificarono in diverse regioni del Paese,

soprattutto in aree tradizionalmente favorevoli ad Odinga, provocando la morte di 24 persone ed il ferimento d’una

cinquantina, secondo bilanci ufficiali.
(i partigiani di Odinga parlarono di oltre cento vittime, ma nessuna fonte indipendente è mai riuscita a verificare

la notizia).
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Il Kenya. Divenuto indipendente dalla Gran Bretagna nel 1963 al termine d’una complessa decolonizzazione, il Kenya

ha svolto sempre un ruolo di primo piano nello scacchiere africano.

Sul piano interno, dopo un lungo periodo di dominio del partito unico KANU , si è aperto al multipartitismo. Questo

però ha inevitabilmente fatto riemergere i contrasti storici tra le diverse etnie che compongono il mosaico

nazionale, anche perché l’appartenenza politica a questo o a quel partito non può prescindere dall’etnia di

provenienza. I Kikuyu votano invariabilmente per un membro del loro gruppo, i Luo sostengono un Luo e così via.

Ecco perché ad ogni elezione la tensione cresce e può sfociare in gravi disordini e spargimenti di sangue.

Sul piano religioso, convivono cristiani di varie confessioni e musulmani, nonché comunità di indù ed altri credi

tradizionali: fin ad ora questo pluralismo delle fedi non ha prodotto contrasti, ma la vicinanza con la Somalia,

dove da decenni si combatte un’interminabile guerra civile, ha favorito le infiltrazioni di militanti di
al-Shabaab, un movimento jihadista che nel vicino Paese si batte per la proclamazione d’uno Stato islamico, nel

territorio kenyano.

Al-shabaab si è già reso responsabile di diversi attentati: il 21 settembre 2013 fu attaccato il Nakumatt

Westgate, un centro commerciale di lusso di Nairobi, 39 morti ed il 2 aprile 2015 fu aggredito il campus di Garissa

dove morirono 148 studenti, prevalentemente cristiani.

Questi precedenti fanno comprendere come sia importante che il Kenya non precipiti in una nuova guerra civile, come

quella combattutasi nell’inverno 2007-2008 tra etnie rivali all’indomani d’una contestata elezione presidenziale

contrassegnata come questa da brogli e soprusi.

Per questo, prima del voto dell’8 Agosto, si sprecarono gli appelli alla calma: intervenne anche l’ex Presidente

degli Stati Uniti Barack Obama.

Ancora oggi, temendo un riaccendersi delle ostilità, Kenyatta ripete ossessivamente il suo mantra: non prendete le

armi contro il vostro vicino quale che sia il partito che ha votato.

PIER LUIGI GIACOMONI

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