ISRAELE. INUTILE RIPETIZIONE
(1° Ottobre 2019)

GERUSALEMME. Le elezioni legislative israeliane del 17 settembre 2019 sono state un’inutile ripetizione perché

nella sostanza hanno riproposto lo stesso scenario politico di quelle del 9 aprile, cioè solo sei mesi fa.

Ad aprile Likud e lista Blu&Bianco si erano sostanzialmente equivalse, a settembre entrambe hanno perso terreno

rispetto alle forze minori, realizzando un sostanziale pareggio.

Anzi, se possibile, la situazione si è fatta ancora più ingarbugliata perché nessuna delle due coalizioni ha la

maggioranza assoluta alla XXII Knesset, il parlamento monocamerale di Gerusalemme: il centro-destra dispone infatti

di 56 seggi, il centro-sinistra di 44. In mezzo ci sono Yisrael Beiteinu (la nostra casa israele) di Avigdor

Liebermann che dispone di 8 seggi e la lista unita araba che ne ha 12.

Ambedue questi gruppi politici potrebbero diventare decisivi per il varo d’un nuovo esecutivo qualora fallisse il

tentativo in atto di varare un’amministrazione di “grande coalizione” che comprenda Likud e Blu&Bianco che da soli

dispongono di 65 seggi.

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I RISULTATI.

IL CENTRO-DESTRA.

Stando ai risultati definitivi, il Likud, il partito che governa israele quasi ininterrottamente dal 1977, ha

ottenuto il 25,03% dei voti, pari a 32 seggi: ad aprile aveva raccolto il 26,5% e 36 mandati, facendo perciò

registrare una flessione di 1,47 punti, considerato che prima delle elezioni, Kulanu di Moshe Kahlon, che disponeva

di 4 seggi, si era fuso col partito di Netanyahu, la perdita in fatto di mandati parlamentari e di otto unità.

Shas (ultra-ortodossi sefarditi) ha ottenuto il 7,56% (9 seggi), mentre Ebraismo Unito della Torà (ultra-ortodossi

askenaziti) ha raccolto il 6,25% (8 seggi).

Yamina, “A destra”, l’aggregazione di partiti guidata da Ayelet Shaked che mirava a rappresentare tutti gli

elettori alla destra del Likud e i nazionalisti religiosi, ha ottenuto il 5,73% (7 seggi), ma è già stato

annunciato che in parlamento le due componenti che hanno costituito la coalizione formeranno due gruppi diversi:

HaBayit HaYehudi (la Casa ebraica) e HaYamin HeHadash (La nuova destra).

Complessivamente, le formazioni di centro-destra hanno raccolto il 44,57% dei voti e 56 seggi sui 120 che

compongono la Knesset: il tentativo di Netanyahu di conquistare la maggioranza assoluta in Parlamento con una

coalizione dichiaratamente di destra è fallito, anche perché l’opinione pubblica israeliana ha tolto consenso al

partito del Premier, a causa delle accuse di corruzione che potrebbero determinarne l’arresto e la messa in stato

d’accusa.

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IL CENTRO-SINISTRA.

Se Atene piange, Sparta non ride: nemmeno il centro-sinistra può ritenersi soddisfatto dell’esito delle

consultazioni di settembre.

Infatti, i partiti che fin qui si sono battuti contro la rielezione di Netanyahu raccolgono complessivamente solo

44 deputati.

La lista Blu&Bianco guidata dall’ex Generale Benny Gantz ottiene il 25,66% ed elegge 33 rappresentanti,conseguendo

così la maggioranza relativa. Tuttavia, rispetto a sei mesi fa, ha ceduto mezzo punto percentuale e due seggi.

La lista congiunta Partito Laburista-Gesher, che si temeva non avrebbe superato lo sbarramento del 3,25% per esser

rappresentata, ottiene il 4,81% (6 seggi); Campo democratico, la coalizione che comprendeva Meretz ed altre piccole

formazioni di sinistra, il 4,30% (5 seggi).

Globalmente, il centro-sinistra israeliano raccoglie il 34,77% ed appunto, 44 parlmentari.

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LE SORPRESE.

I veri vincitori di questa tornata sono la Lista unita degli Arabi e Yisrael Beiteinu che crescono in voti e

mandati.

Gli arabi israeliani, che ad aprile si erano presentati in diverse liste separate, stavolta si sono coalizzati,

hanno attirato più elettori alle urne e raccolto il 10,71%, pari a 12 seggi, ossia il terzo gruppo parlamentare per

consistenza: se dovesse costituirsi un esecutivo d’unità nazionale, diverrebbe la principale forza d’opposizione e

il suo leader avrebbe accesso anche ad informazioni top secret.

Col 20% della popolazione, gli arabi costituiscono la minoranza etnica più consistente in Israele e con questa

mossa politica mirano esplicitamente ad influire sulle scelte politiche che verranno fatte nelle prossime

settimane.

Yisrael Beiteinu, formazione politica di destra, ma d’orientamento laico ed avverso ai partiti religiosi ultra-

ortodossi ha conquistato il 7,11% ed 8 seggi.

YB, una volta coalizzato col Likud al punto che il suo leader Avigdor Liebermann ha ricoperto incarichi

ministeriali importanti come gli Affari Esteri e la Difesa, ha preso le distanze da Netanyahu, poichè questi

difende il privilegio di cui godono gli ultraortodossi: non fare il servizio militare, obbligatorio per tutti gli

altri.

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UN GOVERNO SIONISTA.

Nell’imminenza del voto, temendo di perdere il potere Benjamin Netanyahu ha fatto appello a tutte le forze

politiche che pescano consensi nell’elettorato ebraico, affinché formino un “governo sionista”: un esecutivo cioè

costituito solo da ebrei, escludendo la Lista unita araba.

Quest’opzione piace al Presidente dello Stato Reuven Rivlin che il 25 settembre ha invitato Netahnyahu a formare un

esecutivo d’unità nazionale: Il Presidente incaricato ha complessivamente 42 giorni di tempo per presentare il

governo alla Knesset ed ottenere la fiducia.

Sulla sua testa pesa però la minaccia dell’incriminazione per corruzione: la causa sarà discussa in tribunale in

questi giorni e non è certo che riesca a scampare all’arresto: questa vicenda giudiziaria è un’ulteriore incognita

in una situazione politica già molto complessa.

Prima delle elezioni sia Benny Gantz che Avigdor Liebermann avevano escluso di entrare in un esecutivo con

Netahnyahu, ma negli ultimi giorni sono state avanzate due proposte per un possibile compromesso:

1. Il Presidente Rivlin ha suggerito alla Knesset, che si insedierà il 3 ottobre, di varare una leggina che preveda

la possibilità per il Primo Ministro, nel caso in cui sia coinvolto in una vertenza giudiziaria penale,

d’autosospendersi dall’incarico e delegare a gestire gli affari di stato ad un vice Premier che rimarrebbe in

carica in pienezza di poteri, finché il suo superiore non sia prosciolto.

2. Al fine poi di favorire la formazione d’un esecutivo d’unità nazionale comprendente Likud, YB e Blu&Bianco,

potrebbe esser concluso un accordo che preveda la staffetta dei due leader maggiori per la cogestione della

presidenza del Consiglio per l’intera legislatura: per due anni farebbe il Premier Netanyahu, per il rimanente

biennio toccherebbe a Benny Gantz.

Tale formula fu già sperimentata nel paese negli anni Ottanta quando Yitzhak Shamir (Likud) e shimon Peres

(laburisti) si scambiarono il posto nell’ambito d’un governo di grande coalizione.

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IL CALENDARIO DELLA CRISI.

Conferito l’incarico al Premier uscente il 25 settembre, il Presidente d’Israele ora deve attendere 28 giorni per

sapere se l’incaricato potrà o meno riuscire nell’intento. Scaduto questo termine, Bibi (questo è il suo

diminutivo) potrà chiedere una proroga del mandato di altri 14 giorni, per un periodo complessivo di 42 giorni.

Scaduti i quali, il Capo dello stato potrà offrire il mandato di formatore a Benny Gantz: questi avrà 28+14 giorni

per metter insieme una coalizione che abbia il sostegno di 61 deputati.

Non dovesse riuscirci, Rivlin potrà rivolgersi al presidente della Knesset per informarlo che non è in grado

d’identificare un Primo Ministro: a questo punto, almeno 61 deputati avranno a disposizione 21 giorni per inviare

al primo cittadino una lettera nella quale dichiarano d’essere pronti a sostenere un certo candidato Premier e

dargli la fiducia.

Questi avrà a disposizione 14 giorni per varare l’esecutivo ed avere la fiducia della camera.

Qualora tutti questi tentativi dovessero andare a vuoto, sarà obbligatorio ricorrere di nuovo al voto popolare che

deve avvenire entro cento giorni dallo scioglimento della Knesset: peraltro, la stessa assemblea in qualunque

momento può deliberare il suo autoscioglimento, adottando una mozione a maggioranza assoluta dei suoi componenti.

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ISRAELE.

Nato il 14 maggio 1948, lo Stato d’Israele non ha una vera costituzione, ma una serie di leggi che regolano il

funzionamento delle sue istituzioni.

Il primo cittadino è il Presidente dello Stato, eletto dal Parlamento per un mandato di sette anni non rinnovabile:

il suo ruolo è puramente rappresentativo, tuttavia a lui spetta la nomina del Primo Ministro che di solito è il

leader del partito o della coalizione che ha la maggioranza in Parlamento. Qualora, come al presente, non vi sia

alla Camera una maggioranza precostituita, il presidente può svolgere un ruolo di mediatore per assicurare al paese

la governabilità.

Il potere esecutivo è affidato al Primo Ministro: questi riceve l’incarico dal Capo dello Stato di formare e

presiedere il Consiglio dei Ministri e garantisce l’unitarietà dell’esecutivo.

I Ministri, una volta nominati, prestano giuramento nelle sue mani e possono esser da lui rimossi.

Il Premier, inoltre, autorizza sotto la propria responsabilità operazioni volte ad assicurare la sicurezza e la

sopravvivenza dello Stato, perciò è a costante contatto con le forze di difesa e i servizi segreti interno ed

esterno.

Il potere legislativo è nelle mani della Knesset che ha il compito d’approvare le leggi del Paese, può destituire

il Capo del governo e, mediante una mozione adottata da 61 deputati su 120, decretare il proprio autoscioglimento.

Le elezioni generali avvengono di norma ogni quattro anni, ma possono essere anticipate: ad esse possono

partecipare tutti i cittadini israeliani che al momento del voto abbiano conseguito la maggiore età.

Finora, dal 1948 ad oggi, sono state elette ventidue legislature.

Il massimo potere giudiziario è detenuto dalla Corte Suprema, composta da 15 giudici, che hanno anche il compito di

intervenire sulla correttezza delle leggi e costituiscono la più alta istanza giudiziaria del Paese.

Con una superficie di poco più di 20mila chilometri quadrati, il territorio è abitato da quasi 9 milioni di persone

di varia etnìa: oltre agli ebrei, vi sono arabi ed altre piccole comunità.

La capitale ufficiale è Gerusalemme, ma Tel Aviv, situata sulla costa del mediterraneo, è considerata dalla maggior

parte dei paesi membri delle Nazioni Unite la sede amministrativa dello Stato, in attesa che appositi trattati

ridefiniscano lo stato giuridico della città considerata santa da ben tre religioni: l’ebraica, la cristiana e

l’islamica.

Politicamente, Israele è stato governato dal Partito Laburista dal 1948 al 1977, poi il potere fu assunto dal

Likud, formazione di destra, che ha guidato quasi ininterrottamente lo Stato dai tempi di Menachem Begin ad oggi.

Tra i suoi Premier va ricordata Golda meir, prima donna a giungere alla Presidenza del Governo, e Yitzhak Rabin,

ucciso mentre era Primo Ministro il 4 Novembre 1995.

Tra il 1996 ed il 2003 fu introdotta nel paese una legge che prevedeva l’elezione diretta a suffragio universale,

del Capo del governo: il metodo di elezione prevedeva due scrutini. Al primo si presentavano più candidati e

risultava eletto chi avesse conseguito la maggioranza assoluta. Nell’eventualità che questa circostanza non si

fosse verificata, entro due settimane si sarebbe celebrato uno scrutinio di ballottaggio tra i due concorrenti che

al primo turno avessero raccolto il maggior seguito.

Tra i punti deboli di questa riforma, che aveva l’ambizione d’assicurare maggiore governabilità:

1. la possibilità che il voto per il Premier fosse disgiunto da quello per la Knesset: in pratica, come si verificò

nel 2001, se il Premier si dimetteva, non era obbligatorio ricorrere ad elezioni legislative e premierali

simultanee. Infatti, nel febbraio 2001 l’elettorato fu convocato alle urne per scegliere un nuovo capo del governo,

non anche un nuovo parlamento.

2. l’assenza d’un collegamento tra il candidato vincente e la sua coalizione, produceva il paradossale fenomeno

d’un leader che aveva la maggioranza presso l’opinione pubblica, ma non alla Knesset, perché il legislatore non

aveva inserito un premio di governabilità per la compagine vincente, ma aveva lasciato inalterato il criterio

largamente proporzionale per l’elezione della camera.

Nel 2003 la legge fu abolita e si tornò al regime parlamentare preesistente.

PIER LUIGI GIACOMONI