IL VENEZUELA SPROFONDA
(5 Agosto 2017)

CARACAS. Il Venezuela, guidato dal 2013 da Nicolás Maduro, sembra sprofondare giorno dopo giorno verso un conflitto
civile dagli esiti assolutamente imprevedibili.

Lo scontro tra Governo Bolivariano e l’opposizione riunita nella MUD (Mesa de la Unidad Democrática) ha subìto una
notevole accelerazione, dopo le elezioni dell’Assemblea Nazionale Costituente avvenuta domenica 30 luglio, facendo
salire notevolmente la tensione.

In pari tempo, si accentua pericolosamente l’isolamento internazionale del Venezuela messo all’indice da quasi
tutti i Paesi latino-americani: sospesa dal Mercosur già dal dicembre 2016, Caracas rischia ora l’espulsione dal
mercato comune sudamericano a causa del conflitto in atto e, soprattutto, per l’accentuarsi delle pulsioni
autoritarie del Presidente Maduro.

Anche altri Paesi hanno annunciato di non riconoscere alcun ruolo alla nuova Assemblea costituente: gli Stati
Uniti, l’Unione europea e la Santa Sede, in prima fila.
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La consultazione. Nella domenica del voto sono proseguite le manifestazioni di protesta delle opposizioni ed è
aumentato il numero dei morti provocati dagli scontri: solo in quella giornata, son perite dieci persone.

Dall’inizio delle proteste, lo scorso aprile, sono decedute complessivamente 125 persone, spesso giovani o
giovanissimi.

Anche se il Venezuela è considerato dalle Nazioni Unite uno dei Paesi più violenti al mondo con un tasso annuo di
omicidi per 100.000 abitanti tra i più elevati, questi decessi fanno notevolmente impressione perché politicamente
motivati, mentre la maggior parte dei fatti di sangue sono di mano della criminalità organizzata o comune e dei
cartelli del narcotraffico che operano indisturbati nella Repubblica Bolivariana.

I votanti hanno scelto l’Assemblea Nazionale Costituente, composta complessivamente da 545 membri.

di essi, 364 figuravano su liste d’ambito territoriale, mentre 181 su liste d’ambito sociale o professionale: 5
imprenditori, 8 contadini e pescatori, 5 disabili, 24 studenti, 79 operai, 24 rappresentanti dei Consigli comunali
e altri organismi locali, 28 pensionati, nonché 8 rappresentanti delle comunità indigene.

Secondo l’opposizione, lo scrutinio era illegittimo perché il Presidente della Repubblica non aveva indetto un
referendum preventivo per chiedere ai cittadini se eran favorevoli o meno alla convocazione d’una nuova assemblea
costituente; inoltre, il processo elettorale godeva di scarse garanzie d’imparzialità e l’assemblea nasceva già
controllata dal governo perché, ancor prima del voto, era chiaro che il fronte bolivariano avrebbe avuto la
maggioranza schiacciante dei seggi.
I candidati, infatti, facevano parte perloppiù d’un cartello di gremios “amici” del governo, fortemente controllati
dai movimenti di base di fede bolivariana come i sindacati e le associazioni di categoria dei diversi comparti
economici. IN sostanza, una specie di camera delle corporazioni.
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La base legale per lo scrutinio. La base legale per la convocazione dell’Assemblea Costituente è l’articolo 347
della Costituzione del 1999, approvata sotto il governo di Hugo Chávez Frías che stabilisce che «il popolo
venezuelano è il custode del potere costituente originale» e può nell’esercizio di tale potere convocare
un’assemblea «con l’obiettivo di trasformare lo Stato, creare un nuovo ordinamento giuridico e redigere una nuova
Costituzione».

Il successivo articolo 348 dà  al presidente della Repubblica la potestà  per procedere alla convocazione delle
elezioni, sottolineando come il capo dello Stato non potrà opporre alcuna obiezione al testo redatto
dall’Assemblea.

Il Presidente Nicolás Maduro Moros, 54 anni, in carica dal 2013, a seguito della scomparsa di Chávez Frías ha
disposto la convocazione della Costituente al fine di metter da parte il Parlamento eletto nel 2015, controllato
dall’opposizione: la Costituente, tra l’altro, tra i propri poteri, ha anche quello di sciogliere l’Assemblea
Nazionale ed avocare a sé il potere di fare le leggi.

Poiché la MUD non ha partecipato alle elezioni, puntando tutto sulla vittoria dell’astensionismo, nella nuova ANC
non ha rappresentanti.
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La partecipazione, questione cruciale. Più che il risultato, il vero quesito centrale a cui il voto di domenica
doveva rispondere era quello della partecipazione.

Secondo la Commissione Nazionale elettorale (CNE) alle elezioni ha partecipato il 41,55% del totale del corpo
elettorale, pari a 8,1 milioni. Ben di più dei 7,7 rivendicati dalla MUD in occasione del suo referendum
autogestito del 16 luglio. L’opposizione però ha definito i dati governativi non credibili: secondo gli avversari
ha votato appena il 12% dell’elettorato.

«A smarcarsi – scrive Avvenire – dal governo e dalla sua Costituente è la società  Smartmatic, incaricata dal
Tribunale elettorale venezuelano di rilevare i risultati, attività  che svolge dal 2004, godendo della piena
fiducia di Hugo Chávez prima e del successore poi.»

Il capo dell’impresa ha dichiarato che i dati sull’affluenza degl’iscritti nelle liste elettorali sono stati
«manipolati»: difatti, lo scarto tra la partecipazione dichiarata dal governo e quella reale «è almeno di un
milione di voti.»

In sostanza: i dati forniti dalle parti in causa non sono credibili, ma entrambi i fronti convengono che la
maggioranza dei venezuelani ha disertato le urne. Il governo non ha stravinto, come forse sperava, ma nemmeno il
fronte antichavista.

Perciò il conflitto è destinato ad approfondirsi, mentre cambia gradualmente la natura del regime bolivariano.

Se Chávez non aveva di fatto mutato l’assetto dello Stato, lasciando in vita le istituzioni rappresentative secondo
il modello liberaldemocratico, Maduro imbocca la strada del totalitarismo, creando un’assemblea nella quale è
presente solo un cartello di movimenti ed associazioni riconducibili alla “rivoluzione Bolivariana”.
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Il conflitto. Fin da quando nel 1999 Hugo Chávez Frías si insediò alla Presidenza della Repubblica lo scontro tra
governo ed opposizioni fu molto duro. Chávez, infatti, si affermò come portatore d’un programma rivoluzionario,
mirante a trasformare profondamente la società venezuelana in senso socialista. Anche se lo stile di governo di
Chávez era paragonabile a quello d’un caudillo latinoamericano, dotato d’un’oratoria torrentizia, fino alla fine
del suo regime, potè godere d’un forte consenso popolare, sostenuto dagl’ingenti introiti determinati
dall’esportazione del petrolio.

Caracas investì molti dei petrodollari incassati in programmi sociali che permisero a molti strati della
popolazione di migliorare notevolmente la loro condizione.

Per queste ed altre ragioni, fallì nel 2002 il maldestro colpo di stato ordito per rovesciare “el negro del
Orinoco”: nondimeno, le maggiori reti televisive continuarono per anni ad alternare telenovelas e brutali attacchi
al Presidente, spingendosi addirittura ad auspicarne l’uccisione.

La morte, però, per Chávez, venne non da una pallottola, ma da un male incurabile, che malgrado i frequenti
interventi di medici cubani, ebbe la meglio su di lui. Gli succedette Nicolás Maduro Móros, sicuramente dotato di
minor carisma e seguito popolare.

IN più, dal 2013 ad oggi, sono venute agalla le esili basi su cui poggiava il modello economico chavista: grandi
spese pubbliche foraggiate da prestiti stranieri e dal ricavato dell’esportazione del petrolio, soprattutto negli
Stati Uniti, principale cliente di Caracas.

Se ai tempi di Chávez un barile di petrolio veniva quotato a New York oltre 100 dollari, ora le sue quotazioni
oscillano tra i 40 ed i 50.

Ne deriva che i costosi programmi sociali implementati da Caracas devono esser tagliati.

IN più, la decisione del governo, che controlla direttamente la banca nazionale, di creare due mercati valutari
diversi, con la coniazione di due Bolívar, la moneta nazionale, uno per le transazioni esterne ed uno per il
commercio interno, ha infiammato l’inflazione che oggi ha raggiunto il +700% all’anno.

Conseguenza: sparizione dei prodotti di prima necessità dai mercati, lunghe file davanti ai negozi, mercato nero,
emigrazione nei Paesi vicini nel tentativo di trovare cibo.

Sul piano politico, poi, si è gradualmente eroso il consenso nei confronti del regime: nelle elezioni legislative
del 6 dicembre 2015, la MUD conquistò la maggioranza dei seggi del Parlamento.

Obiettivo del cartello antichavista era quello di proporre un referendum per la revoca del Presidente. La stessa
Costituzione del ’99, la sedicesima della storia venezuelana, difatti prevede, previa una deliberazione della
maggioranza parlamentare e la raccolta di 1,8 milioni di firme in calce ad una petizione, la possibile convocazione
d’un plebiscito revocatorio del Capo dello Stato.

Maduro, però, si è rivolto alla Commissione elettorale ed alla corte suprema: la prima ha invalidato le firme della
petizione, sostenendo che molte di esse erano false, la seconda, con un verdetto emesso a marzo di quest’anno ha
avocato a sé il potere legislativo.

Quindi, niente referendum e niente revoca.

di conseguenza, quasi quotidianamente si sono avute a Caracas e nelle altre principali città venezuelane
manifestazioni di piazza pro o contro il governo.
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Meriti e demeriti del chavismo. E’ indubbio che in quasi vent’anni di governo il chavismo abbia prodotto una
profonda trasformazione sociale ed economica del Venezuela, distribuendo maggiormente tra tutti gli strati della
popolazione, quanto guadagnato con la vendita del petrolio sul mercato internazionale. E’ però altrettanto indubbio
che Chávez prima e Maduro poi non sono riusciti a diversificare l’economia del Paese, in modo da svincolarlo dalla
monoproduzione del greggio.

E’ vero che è cresciuta la partecipazione alla vita politica e sociale di vaste masse di diseredati che prima erano
semplicemente esclusi dal processo democratico, ma, in pari tempo, si è cristallizzata una casta dirigente che si è
arricchita con gli affari, investendo le proprie ricchezze all’estero.

Maduro, inoltre, ha accentuato il nepotismo, immettendo nella scena politica la moglie ed il figlio Nicolás Jr.

Caracas, inoltre, ha spesso utilizzato l’arma del nazionalismo in funzione antiamericana ed anticolombiana: agli
stati Uniti rimprovera ogni giorno d’organizzar complotti preparati per rovesciare il regime; Bogotà è accusata
d’esser il servo di Washington nella regione.

Peraltro, la Colombia ha più volte replicato che le FARC e l’ELN, le narcoguerriglie che operano da anni in
territorio colombiano, trovano facili coperture al di là del poroso confine .

Insomma, al di là della retorica diffusa a piene mani da tutte le parti in conflitto, è assolutamente necessario
che si avvii un dialogo serio, magari anche con la mediazione di autorità internazionali, tra governo ed
opposizione per evitare che il Paese entri nel vicolo cieco della guerra civile.

PIER LUIGI GIACOMONI