IL SEMESTRE BIANCO E LA CORSA AL QUIRINALE
(5 Agosto 2021)

ROMA. E’ iniziato il 3 Agosto il “semestre bianco”, il periodo nel quale il Presidente della Repubblica perde la facoltà di sciogliere le Camere: a norma di Costituzione (art. 88) il capo dello Stato negli ultimi sei mesi del mandato «Non può esercitare tali facoltà».

Ovviamente rimangono intatte tutte le altre prerogative: potere di nomina, di firma, di rinvio di disegni di legge alle Camere, d’invio messaggi al Paese, oltre che la “moral suasion”, ossia la pratica d’influenzare decisioni politiche mediante un lavoro sotterraneo e discreto.

E’ chiaro, poi, che se da qui a febbraio dovesse aprirsi una crisi politica irrisolvibile, l’inquilino del Quirinale potrà sempre anticipare la sua uscita di scena presentando le dimissioni, accelerando con ciò le procedure per l’elezione del suo successore.

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BREVE STORIA DEL SEMESTRE BIANCO.

Il “semestre bianco” fu introdotto in Costituzione su proposta d’un deputato comunista: «Un piccolo colpo di stato legale». Era questo – ricorda Marzio Breda sul Corriere – il pericoloso scenario che Renzo Laconi, membro dell’Assemblea costituente per il Pci, tratteggiò davanti ai colleghi impegnati con lui a scrivere la nostra Magna Charta se non fosse stata tolta ai capi dello Stato la facoltà di sciogliere le Camere durante gli ultimi sei mesi del loro mandato. Secondo l’esponente comunista sardo, infatti, c’era «il rischio» che un presidente in scadenza congedasse il Parlamento soltanto «per aver prorogati i propri poteri e avvalersi di questo potere prorogato per influenzare le nuove elezioni».
Dubbi e diffidenze a futura memoria. Uno scrupolo maturato sull’idea che fosse necessario tutelare al massimo l’appena nata democrazia italiana. Per Laconi serviva insomma una norma che fungesse da antidoto in grado di rendere non praticabili tentazioni manovriere e di stampo autoritario da parte di un presidente, chiunque fosse. Il quale presidente, se le cose fossero invece rimaste come si era fino a quel momento previsto, avrebbe potuto esercitare pressioni o addirittura sbarazzarsi in anticipo degli inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama, per far eleggere assemblee a lui più favorevoli e confidare magari in un secondo mandato.
Era più che altro una suggestione. Ma allora — si era tra il 1946 e il gennaio del ’48 — i timori di un fascismo risorgente in nuove forme erano ancora diffusi. E bastarono a far approvare di corsa il secondo comma dell’articolo 88, nel quale si introduceva il «semestre bianco»».

«Per Nitti – soggiunge Filippo Ceccarelli su Repubblica -, che aveva fronteggiato il fascismo agli albori, sette anni erano troppi; per Togliatti ci potevano anche stare, ma senza rieleggibilità. Aldo Moro, che era il relatore, credette di scoprire in quel veto un’intenzione beffarda e s’impuntò fino a quando non si raggiunse, con il supporto tecnico del comunista Laconi, il compromesso della sospensione di una prerogativa, del vuoto condizionato, dei sei mesi senza possibilità da parte del Quirinale di sciogliere il Parlamento.»

E così fu, ma nel 1963 il Presidente Antonio Segni, rivolgendo alle Camere un messaggio osservò che sarebbe stato «opportuno introdurre in Costituzione il principio della non immediata rieleggibilità del presidente della Repubblica», puntualizzando che «il periodo di sette anni è sufficiente a garantire una continuità nell’azione dello Stato».
Segni aveva aggiunto che la sua proposta oltre a «eliminare qualunque, sia pur ingiusto, sospetto che qualche atto del capo dello Stato sia compiuto al fine di favorirne la rielezione», imponeva un altro, conseguente passaggio. «Abrogare» la disposizione che mutila il potere di scioglimento quando il settennato di un presidente sta per concludersi. Il fatidico semestre, appunto, rimasto sempre intatto.

Le Camere non intervennero nel senso indicato dal presidente, ma nel 1991 stabilirono, modificando l’art. 88 che in caso di “ingorgo istituzionale”,ossia contemporanea scadenza del mandato di Presidente e Parlamento,il capo dello Stato avrebbe potuto congedare le due assemblee.

Ne beneficiarono tre presidenti: Francesco Cossiga (1985-1992), Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006) e giorgio Napolitano (2006-2015) che tra l’altro è l’unico Capo di Stato eletto due volte.

I tre Presidenti citati indissero le elezioni politiche nel 1992, nel 2006 e nel 2013, in pieno “semestre bianco”, perché le Camere erano in scadenza e non si poteva prorogarle.

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LA CORSA AL QUIRINALE.

L’entrata in funzione del “semestre bianco” dà anche avvio alla fase finale della corsa al Quirinale, una scalata al più importante colle d’Italia che in passato ha conosciuto più vittime che vincitori. Molti uomini politici importanti della scena italiana avrebbero voluto fregiarsi del supremo incarico, ma i franchi tiratori, oppure altre circostanze, gliel’hanno impedito.

Così, nessun leader di partito è mai divenuto presidente della Repubblica.

Nel 1971 Amintore Fanfani, esponente di primo piano della Democrazia Cristiana, più volte Presidente del Consiglio, pare sia il sicuro presidenziabile: ma l’esito sfavorevole d’una serie di votazioni fa capire che l’uomo politico toscano non ce la può fare.

I cosiddetti “franchi tiratori”, ossia quei parlamentari che nel segreto dell’urna votano in difformità con le direttive del partito d’appartenenza, affossano la sua candidatura.

A fine dicembre emerge la figura di Giovanni Leone come sesto Presidente: esponente della DC, già Presidente di Montecitorio e di due governi “balneari”, ma non leader del partito scudocrociato.

All’inizio del 1978, si preconizza l’elezione di Aldo Moro alla massima carica dello Stato, ma il 16 Marzo di quell’anno le Brigate Rosse lo rapiscono a via Fani ed il 9 Maggio successivo il suo cadavere è ritrovato a via Caetani a Roma: così, quando Leone si dimette sei mesi prima che scada il suo mandato, per venti giorni circa il Parlamento cerca un successore. L’8 Luglio è eletto il socialista Sandro Pertini, il Presidente “partigiano”.

Nel 1992 tutti gli osservatori sono certi che il successore di Francesco Cossiga sarà Giulio Andreotti, premier in carica e uomo di punta della Democrazia Cristiana. L’anno però comincia subito male: a febbraio partono le prime inchieste di “mani pulite” che coinvolgono esponenti milanesi del PSI e della stessa DC, il 12 Marzo è assassinato a Palermo Salvo Lima, plenipotenziario di Andreotti in sicilia. Il 5 aprile dalle urne delle elezioni politiche escono indeboliti tutti i partiti di governo, mentre irrompe sulla scena politica la Lega Nord. Il 28 aprile Francesco Cossiga si dimette,quindi occorre convocare le nuove camere affinché scelgano il suo successore. a Maggio il Parlamento per giorni non riesce a trovare un Presidente: Arnaldo Forlani sembra vicino al traguardo, ma 34 franchi tiratori gli si oppongono.

Il 23 Maggio, poi, a Capaci muore Giovanni Falcone, il più celebre magistrato antimafia: poche ore dopo oscar Luigi Scalfaro, da un mese Presidente della Camera, pronuncia un energico discorso: il 25 maggio diverrà il nono Presidente.

Nel 2006 molti pronosticano che il nuovo Capo dello Stato sarà Massimo d’Alema: dalle elezioni politiche emerge vincitrice, seppur di stretta misura, l’Unione, un cartello di 12 partiti di centro-sinistra.

Alle prime votazioni risulta però evidente che d’Alema non è gradito ad una parte dei Grandi elettori: alla fine risulterà eletto Giorgio Napolitano.

Nel 2013 il Partito democratico guidato da Pier Luigi Bersani è sicuro di vincere le elezioni politiche, ma dalle urne emerge un parlamento frammentato in tre poli che si equivalgono. Fa irruzione sulla scena il Movimento 5 Stelle creato nel 2007 da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Bersani cerca di convincere le 5 Stelle a far parte d’un governo col resto del centro-sinistra, ma loro rifiutano, perciò la crisi politica si trascina fin al momento in cui le nuove Camere devono eleggere il nuovo Presidente.

Il centro-sinistra avanza le candidature di Franco Marini e Romano Prodi: i franchi tiratori le impallinano una dopo l’altra. a quel punto ai leader politici non resta che salire al Quirinale e pregare Napolitano affinché accetti di svolgere un secondo mandato.

Il Presidente di malavoglia accetta ma nel discorso d’insediamento chiede che vengano fatte quelle riforme istituzionali che il paese attende da ormai troppo tempo: non se ne farà nulla.

dimessosi Napolitano il 14 Gennaio 2015, il Parlamento deve trovare un successore. silvio Berlusconi leader di Forza Italia punta le sue carte su Giuliano Amato perché è convinto che il nuovo Presidente gli darà la grazia liberandolo da molte delle sue vertenze giudiziarie.

Matteo Renzi, segretario del PD e Presidente del Consiglio in carica blocca la candidatura amato e riesce a far eleggere Sergio Mattarella il cui mandato scadrà il 3 febbraio 2022.

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PERCHE’ E’ COSI’ DIFFICILE DIVENTAR PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA?

Sono almeno due i motivi per i quali è veramente difficile diventar presidente della Repubblica.

ricordiamo prima di tutto la procedura: sono elettori del Capo dello Stato i membri del parlamento (630 deputati, 315 Senatori, più i senatori a vita o di diritto), più tre delegati per regione ad eccezione della Valle d’aosta che ne ha solo uno.

Il corpo elettorale, dunque, è costituito da 1009 persone.

Alle prime tre votazioni un nominativo deve ottenere almeno la maggioranza dei due terzi: se questa circostanza non si verifica dalla quarta votazione in poi si deve raggiungere la maggioranza assoluta degli aventi diritto (505 voti).

Fin a quando non si ottiene questo risultato si va avanti ed in passato ci son volute anche più di venti votazioni per arrivare ad un’elezione.

Secondo aspetto della questione: nelle presidenziali italiane non ci sono di fatto candidati: ad ogni votazione è possibile indicare sulla scheda nominativi diversi di uomini o donne che abbiano almeno 50 anni e godano dei diritti civili e politici e non abbiano nessuna imputazione che possa impedir loro d’esser Presidente della Repubblica.

Così, se non c’è un accordo tra i diversi partiti, ai primi scrutini si propongono “candidati di bandiera” ossia nominativi che rappresentano il partito, ma che non hanno alcuna possibilità di vincere la corsa: alcuni gruppi politici votano scheda bianca fin a quando il quorum si abbassa.

Quando ciò avviene, si comincia a far sul serio: si avanzano così le candidature vere. E’ a questo punto che possono entrare in gioco i franchi tiratori: elettori disposti cioè a far naufragare la proposta.

Perché nel voto presidenziale ciascun parlamentare o delegato regionale sa d’avere un grande potere in mano: poiché il voto è segreto, ognuno può adeguarsi alla linea del proprio partito d’appartenenza o violarla senza rischiare nulla.

Ecco perché la corsa presidenziale è costellata d’un sacco di colpi di scena: un po’ come nel Conclave dove non è affatto detto che il prelato che vi entra come favorito ne esca Papa consacrato.

Le sorprese, i giochi del destino, gli imprevisti, le tagliole sono perciò in agguato: possono anche esser sfoderati falsi certificati medici coi quali si cerca di dimostrare la scarsa salute dell’aspirante Presidente. Insomma,una lotta senza esclusione di colpi.

Si può esser certi che anche stavolta qualcosa del genere avverrà e forse ci sarà rivelata dai quotidiani sempre alla ricerca dello scoop o del retroscena gustoso: oppure dovremo aspettare qualche anno per sapere cos’è accaduto, magari di notte, e per quali ragioni è tramontata una certa candidatura, mentre ne è decollata un’altra.

PIER LUIGI GIACOMONI
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