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IL FRUTTO PROIBITO

giugno 21, 2018 • Pierluigi Giacomoni

IL FRUTTO PROIBITO
(21 Giugno 2018)

1. Mi trovo in uno splendido giardino: grande, spazioso, lussureggiante. Di notte dormo, di giorno cammino, mi

fermo ad ascoltare il canto degli uccelli, parlo agli altri animali. Il padrone del giardino, un vecchio scienziato

impegnato in esperimenti che non capisco, mi ha detto che non mi devo preoccupare di niente, basta che non mangi

del frutto dell’albero centrale. Io non ne mangio perché tanto qui c’è un sacco di frutta che davvero non c’è

bisogno di nutrirsi di quell’albero.
***
2. Da ieri con me c’è un altro essere: è una ragazza, almeno così dice lei. In effetti a guardarla bene è diversa

da me. Ha sul petto due grandi montagne e la sotto c’è una cosa diversa. Poi ha una voce più acuta della mia.

Quest’oggi l’abbiamo trascorso insieme parlando, camminando nel giardino e dando nomi alle piante e agli animali.

Ogni giorno troviamo una pianta nuova e un animale nuovo: pare che il nostro padrone si diverta ad aggiungere

sempre cose nuove. Anche a lei è stato detto di non mangiare i frutti dell’albero centrale. Però ha detto che è

curiosa da matti perché vorrebbe sapere il motivo di questo divieto ed inoltre è attratta dal colore dei frutti di

quell’albero che in effetti sono molto sgargianti.
***
3. Oggi faceva un gran caldo e dopo pranzo mi son addormentato sotto un bell’albero: a un certo punto lei mi ha

svegliato.

«Vuoi assaggiare un po’ del frutto dell’albero centrale?» mi ha detto.

«No, non ne voglio: il padrone s’arrabbierà perché ci aveva proibito di mangiarne.»

«Ma va là: non se n’accorgerà neanche. Vedessi: ci sono i rami che quasi si spezzano a causa del peso dei frutti. E

poi è buono: io ne ho mangiato e adesso mi sento proprio bene.»

«Cos’hai combinato? Ne hai mangiato? Ma sei matta?»

«Sì e come vedi non è successo niente! Del resto Lui qui non viene mai: sta sempre nel suo laboratorio a trafficare

coi suoi alambicchi. Io ho sbirciato da una finestra ed ho visto che sta sempre in un laboratorio pieno di oggetti

dalla forma incomprensibile, c’è della roba che bolle su fuochi eternamente accesi. Lui è perennemente seduto ad

una scrivania e scrive in continuazione. Un giorno di questi, te lo dico io, esploderà tutto e noi con lui. Dài,

assaggia! Mica è veleno!»

«Cos’è veleno?»

«Non lo so, credo che sia una sostanza che fa morire!»

«Chi te l’ha detto?»

«Nessuno, è una cosa che mi è venuta in mente così!»

«Cosa vuol dire “morire”?» Le ho chiesto.

«Non lo so esattamente: forse vuol dire che prima sei vivo, come noi adesso, poi non lo sei più, ma non come quando

dormi. Lì sei vivo, anche se sembri morto, però poi ti svegli e tutto ricomincia come prima. Quando sei morto,

invece… non ricomincia niente.»

«Chi ti ha insegnato tutte queste cose?» le ho domandato.

«Nessuno, mi son venute in mente dopo che ho mangiato questo frutto buonissimo. Dài, fammi compagnia, non vorrai

mica lasciarmi sola!»

Un po’ dubbioso, mi son lasciato convincere: ho aperto la bocca e ho dato un morso, poi un altro ed un altro

ancora.

«Vedi che ti piace! Secondo me il padrone di questo posto è un gran egoista: i frutti di quell’albero se li vuole

mangiare tutti lui e lo fa di notte, quando noi dormiamo.»

«Può darsi, o magari li vende, guadagnandoci un sacco di soldi.»

A mano a mano che passava il tempo ne dicevamo, sul nostro padrone, di sempre più grosse. Poi lei ha detto,

insinuante:

«Sai che sei un bel maschio: perché non vieni qui vicino che ci accarezziamo un po’?»

«cosa vuol dire?»

«Vuol dire, perché non diventiamo più amici? ci accarezziamo l’un l’altro, ci conosciamo più in profondità…»

Anche in quel caso ero un po’ dubbioso,ma poi, di fronte alle sue prime tenerezze, mi son lasciato andare: per

diverso tempo ci siamo accarezzati sempre più appassionatamente.
***
4. Verso sera, ho udito dei passi nel giardino: era il nostro padrone. Allora son andato a nascondermi perché non

volevo che mi vedesse: mi ero accorto d’esser completamente nudo.

Lei, la ragazza, non so dove fosse. A un certo punto lui mi ha chiamato:

«Ehi, uomo, dove sei?»

«Sono qui nel fitto del bosco: mi son nascosto perché sono nudo.»

«chi ti ha detto d’esser nudo? Hai forse mangiato il frutto dell’albero proibito?»

«Ssssssì, la donna che mi hai messo a fianco ne ha mangiato e me ne ha offerto ed anch’io l’ho preso.»

A quel punto è avvenuto un cambiamento improvviso: il nostro padrone si è trasformato in una furia, io mi son

impaurito e gli ho raccontato tutto:

«Siete proprio dei bambini – ha gridato – non siete capaci di rispettare nemmeno una regola. Se vi ho vietato di

mangiare i frutti dell’albero centrale, vuol dire che avevo i miei buoni motivi. Potevate mangiare tutto ciò che

volevate, tranne quello e voi siete stati attratti proprio da ciò che vi avevo proibito! Ora non posso impedire che

si manifestino tutte le conseguenze di questa vostra azione. Volevo creare l’uomo perfetto, ma l’esperimento è

fallito!

«Perché?»

«Perché voi avete mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male: ora anche voi sapete quello

che so io.»

«Cioè?»

«Cioè sapete che c’è il bene ed il male, l’amore e l’odio, la vita e la morte, la salute e la malattia, la fame e

la sete, il potere e l’impotenza ed un sacco di altre cose che scoprirete nel corso della vostra vita.»
Il frutto che avete mangiato ha effetti a lunghissimo termine e non c’è nulla che possa fare per bloccarli. Ora

questo meraviglioso giardino sparirà per sempre e voi andrete ad abitare in una terra arida e deserta. Dovrete

affrontare parecchie difficoltà, ma fortunatamente, anche grazie a quel maledetto frutto, le saprete affrontare e

vincere. Da lontano, vi seguirò e se potrò far qualcosa per voi, non mancherò. Ma toccherà principalmente a voi

darvi da fare.»

Mentre parlava, mi accorsi che il mio corpo non era più nudo, ma rivestito d’una tunica che mi ricopriva dalla

testa ai piedi, lasciandomi scoperte le braccia. Ai piedi comparvero dei sandali.

Senza che me ne accorgessi, apparve lei: nuda e bellissima come avevo ormai imparato a conoscerla. anche il suo

corpo fu rivestito d’una tunica bianca ed i suoi piedi furono infilati in sandali.

Il padrone, che in realtà ormai si era molto calmato, ci disse ancora: «Con una delle mie ultime magie vi ho

rivestito, perché dove arriverete, non potrete andare in giro nudi: il sole infatti farà male alla vostra pelle, ma

soprattutto là c’è gente che non vede di buon occhio le persone svestite ed io non voglio che qualcuno vi faccia

del male. Per questa notte dormirete ancora qui, ma domattina partirete per una terra che non conoscete. Si tratta

d’un luogo arido, dove lavorerete e faticherete per poter mangiare e tirare avanti nella vita.

Tu, uomo, lavorerai la terra con sudore e certe volte raccoglierai qualcosa, ma altre non raccoglierai niente e

patirai la fame.

Tu, donna, vivrai con lui e l’aiuterai. Metterete al mondo dei figli, ma il parto per te sarà doloroso e gli stessi

figli che avrete vi causeranno delle sofferenze coi loro comportamenti sbagliati.

Nel corso della vita vi ammalerete, invecchierete e poi morrete. Ecco, per sommi capi, ciò che accadrà di voi e

delle generazioni che verranno dopo di voi.

Questi son gli effetti che provoca il frutto dell’albero che vi avevo proibito di mangiare: saranno effetti a lungo

termine, perché, oltre a ciò che vi ho detto, compariranno nella vostra vita tante altre brutte cose: l’invidia,

l’odio, il sospetto, il tradimento, la paura, l’omicidio, il furto ed altro, molto altro ancora.

Speravo di potervi preservare da tutto questo, ma evidentemente mi son sbagliato.»
***
5. Siamo andati a dormire, avvolti nelle nostre tuniche: ci siamo di nuovo accarezzati come nel pomeriggio, ma

senza gioia. Anzi, lei a un certo punto è scoppiata a piangere:

«Cosa ho combinato – diceva – maledetta la mia curiosità! Io non credevo… non immaginavo… non pensavo che

sarebbe successo tutto questo! dove finiremo? Dove andremo? Cosa succederà di noi?»

Dopo ci siamo dati l’un l’altro dei nomi: lei mi ha chiamato Adamo e io l’ho chiamata Eva: ci siamo promessi che

qualunque cosa ci sarebbe accaduta, saremmo rimasti sempre insieme.
***
6. Questa mattina, al sorgere del sole, è venuto il padrone per salutarci ed augurarci buona fortuna, poi come

d’incanto tutto è svanito e ci siamo trovati io ed Eva in una terra deserta, assolata, ribollente, dove non c’era

alcun riparo ed il sole era implacabile. Star fermi non si poteva e muoversi era faticosissimo.

Camminare sulla sabbia rovente con dei sandali ci stancava molto, ma soprattutto, non capivamo in quale direzione

stavamo andando.

Ad un tratto, lei è scoppiata a piangere perché tutto le doleva: la pelle, i piedi, la testa: avevamo sete e fame e

voglia di riposarci sotto una pianta al fresco.

Ma lì non c’era niente e noi eravamo rivestiti da una tunica che ci proteggeva a a malapena dai raggi solari.

Cammina cammina, siamo arrivati ad un luogo dove c’era una pozza d’acqua e delle piante. lì ci siamo un po’

ristorati, abbiamo messo i piedi a bagno ed aspettato che venisse la sera.

Al calar della notte, lei mi ha detto:

«Perché non provi a costruire qualcosa che ci ripari durante la notte?»

Io mi son impegnato molto e con foglie e rami ho costruito una specie di capanna. Abbiamo steso per terra le nostre

tuniche e ci siamo coricati su di esse.

Dalle piante pendevano dei frutti dolcissimi che abbiamo chiamato “datteri”: con quelli abbiamo cenato e con

l’acqua della pozza, fresca e profonda ci siamo dissetati.

Di nuovo, di notte, ci siamo accarezzati, anche per consolarci delle fatiche patite nella giornata appena

trascorsa.

Nei giorni successivi, ci siamo ambientati ed abbiamo deciso di rimanere lì in quel luogo che abbiamo chiamato

oasi.

Per non rimanere del tutto inoperosi ci siamo industriati per migliorare la nostra condizione.

Io ho costruito una capanna più bella e lei ha cucito dei panni migliori rispetto a quelli che avevamo indosso.

Poi ci siamo chiesti l’un l’altro se volevamo mangiar tutta la vita datteri: ovviamente abbiam risposto di no. Ho

deciso allora d’andare ad esplorare i dintorni ed ho scoperto che l’oasi è molto grande.

Così, abbiamo potuto diversificare un po’ la dieta con altri alimenti: ad esempio, ho catturato dei piccoli

animali, li ho uccisi e lei li ha arrostiti sul fuoco.
***
7. Col tempo ognuno di noi due ha imparato a fare cose nuove: io faccio l’agricoltore e lei produce abiti e cuoce

vasi di terracotta. Ciò che non consumiamo, lo vendiamo ad altre persone che capitano qui nell’oasi. Eva

addirittura offre ai viandanti da dormire e mangiare in cambio di altri prodotti che a noi mancano.

Come ho già detto, l’oasi è molto grande ed altre persone sono venute ad abitare qui vicino a noi: in questo modo

non siamo più soli e ci facciamo un po’ di compagnia a vicenda.

Rispetto al giorno del nostro arrivo, la nostra vita è nettamente migliorata, ma ci siamo accorti che alcuni dei

nostri vicini sono invidiosi del nostro benessere.

Una notte, a letto, Eva mi ha rivelato che una delle vicine è una ladra: quando la scoprirà sul fatto, gliela farà

vedere. Non so cosa voglia dire quest’espressione, ma temo che siano in arrivo guai.
***
8. Un giorno Eva mi ha detto:

«Caro Adamo, ho una strana sensazione, come un peso nella pancia.»

«Pensi d’esser malata?», le ho chiesto.

«No, credo che stia crescendo dentro di me un’altro essere.»

Io ero felice, anche se non capivo bene come fosse accaduto.

Nei giorni successivi, la pancia crebbe e crebbe ed una notte la mia compagna cominciò a gridare. Gridava e

gridava: alla fine comparve dal di sotto un esserino nudo come un verme: era il nostro primo figlio che chiamammo

Abele.

Poi ne nacquero altri: maschi e femmine.

Col tempo, mi resi conto che la causa di quei parti ero io: più o meno, tutte le volte che ci accarezzavamo, dal

mio corpo usciva una sostanza che la rendeva madre.

Così mettemmo insieme una bella nidiata di figli e figlie: dopo tanti anni ne avevamo una decina.

Il primo si chiamava Abele: era molto buono e servizievole, il secondo, Caino, era un ragazzo ribelle. Però i  due

fratelli si volevano bene, anche se erano molto diversi l’uno dall’altro.
***
9. Ora siamo vecchi e stanchi: i nostri figli sono divenuti grandi e ci hanno lasciati. Viviamo ancora qui

nell’oasi, ma non siamo più solo noi due: ci sono altre famiglie, altri bambini. Ogni anno la terra produce sempre

di più e ciò che non mangiamo lo vendiamo. Ci hanno detto che in altre oasi ci sono altri esseri come noi.

Ogni tanto mi capita di raccontare la storia del giardino dove vivevamo una volta io e la mia ragazza, che oggi è

una vecchia signora: i bambini mi ascoltano a bocca aperta, ma dallespressione dei loro volti capisco che non mi

credono.
***
10. Oggi mi hanno dato una notizia terribile: Abele, il nostro primogenito, è stato ucciso da suo fratello: i due

facevano lo stesso mestiere, cioè quello del mercante. Avevano fondato una società e pare che facessero a metà dei

guadagni. Negli ultimi tempi, però gli affari andavano male. Pare che un giorno Caino abbia accusato Abele di tener

nascosti i conti della ditta e di non voler dividere i profitti. In un momento d’ira, durante un litigio, Caino ha

estratto un pugnale ed ha colpito Abele, uccidendolo.

La notizia ci è stata data da un girovago, chiamato Abramo, ma in cuor nostro speriamo che non sia vera.

Eva,  comunque, quando ha saputo è scoppiata a piangere e non c’è stato verso di consolarla.
***
11. Oggi Caino è arrivato a casa nostra e tra le lacrime ci ha narrato tutto: purtroppo, le parole del girovago

sono vere dall’inizio alla fine, parola per parola.

«Da un pezzo – ci ha narrato – la nostra ditta lavorava poco e guadagnava ancor meno: tra di noi la tensione stava

aumentando. Abele, che teneva i conti, però non voleva dirmi tutta la verità sulla nostra situazione economica.

Allora io l’ho affrontato:

“Dimmi come stanno veramente le cose!”

“Siamo nei guai”, mi ha risposto, non vendiamo quasi più nulla e nessuno ci fa credito.”

“E’ vero, gli ho gridato “che hai venduto della merce ricavandone un bel guadagno, come mi hanno detto?”

“No, te lo giuro, ho venduto della roba, ma non ci ho ricavato niente, perché ho pagato dei debiti pregressi.”

“E’ vero che hai dei soldi da parte che non hai diviso con me, come mi hanno detto all’osteria?”

“No, assolutamente, ho sempre fatto le parti uguali, fino all’ultimo soldo.”

“non ti credo, sei un bugiardo!.

La nostra lite è andata avanti ancora per un po’, divenendo sempre più violenta, finché ho estratto un coltello e

l’ho colpito a morte.

Dopodiché, ho guardato nella cassa comune, dove sapevo che Abele teneva tutti i nostri averi: non c’era

praticamente nulla. Esaminando poi i conti, ho visto che era stato scrupolosissimo, ma eravamo indebitati per

migliaia di sicli d’argento.

Ora siamo in miseria: io, la mia famiglia e quella di Abele. I nostri creditori vogliono renderci schiavi finché

non avremo pagato fino all’ultimo quattrino. Padre mio – ha concluso – ti chiedo di perdonarmi.»

L’ho perdonato, ma domani dovrà comparire dinanzi al consiglio degli anziani per esser giudicato: rischia d’esser

condannato a morte, mentre i suoi familiari e quelli di Abele potrebbero divenire schiavi di chi ha prestato loro

del denaro.
***
12. Il processo a Caino è durato tutta la mattina: prima di tutti ha parlato l’accusatore che ha ricostruito la

vicenda, poi è stato interrogato mio figlio che si è riconosciuto colpevole.

Udite queste parole, il capo del sinedrio ha deciso che non c’era bisogno d’altre testimonianze, però prima che la

seduta fosse tolta, ho preso la parola non per difenderlo, ma per chiedere che solo lui pagasse per le sue colpe.

alcuni hanno condiviso il mio discorso, ma uno che vanta un credito nei confronti della ditta Abele-Caino mi ha

risposto:

«Vorrà dire che pagherai tu il debito fino all’ultimo, perché altrimenti chiederò che le tue nuore e i tuoi nipoti

passino il resto della loro vita in schiavitù.»

Il Presidente del Sinedrio ha invitato tutti alla calma, sostenendo che prima di tutto si doveva decidere la sorte

dell’imputato,poi affrontare la questione dei debiti.

Il Sinedrio, allora, si è riunito in segreto e dopo poco tempo è stata pronunciata la sentenza: Caino colpevole di

fratricidio. Siccome ha ammesso le proprie colpe, non sarà messo a morte: gli sarà data una tunica, dei sandali, un

po’ di cibo ed acqua e sarà accompagnato nel deserto.

Se avrà fortuna, camminando, troverà un’altra oasi e si potrà rifare una vita, se invece si perderà per strada,

morrà di fame e sete e nessuno lo ritroverà.

Probabilmente per tutta la vita porterà con sé il rimorso del delitto commesso, ma almeno avrà la possibilità,

seppur remota, di redimersi.

PIER LUIGI GIACOMONI

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