UCCISA IN HONDURAS BERTHA CACERES
(5 marzo 2016).

TEGUCIGALPA. Era famosa per le sue battaglie per l’ambiente e per i diritti degli indigeni. E aveva ricevuto l’anno
scorso il Goldman Prize, una sorta di «Nobel verde». L’ecologista guatemalteca Bertha Cáceres è stata assassinata
giovedì 3 marzo, nella sua casa a 200 chilometri a nord ovest della capitale Honduregna.

Ben pochi credono alla versione data dalla polizia nazionale, secondo cui Cáceres sarebbe stata vittima d’una
rapina: la madre ed il fratello hanno sostenuto che Bertha è stata assassinata per le sue battaglie in favore del
popolo Lenca, di cui lei stessa faceva parte, e della lotta da costoro intrapresa per difendere l’ambiente della
regione da loro abitata, insidiata dai latifondisti che se la vorrebbero accaparrare.

E’ certamente vero che l’Honduras è uno dei Paesi più violenti al mondo con un tasso di omicidi particolarmente
elevato, ma è altrettanto vero che in questo, come in altri Paesi della regione centro-americana è particolarmente
aspro il conflitto che oppone le popolazioni indigene all’oligarchia creola che da sempre controlla le risorse del
territorio e ne fa ciò che vuole, con la connivenza benevola delle autorità.

La dinamica del delitto. Le circostanze in cui è avvenuto il crimine sono poco chiare: secondo TeleSur, gli
aggressori hanno atteso che la donna andasse a dormire per penetrare nel suo appartamento ed ucciderla.

Nell’attentato è rimasto ferito il fratello che è stato ricoverato in ospedale.

Già in un passato anche recente, Cáceres era stata minacciata di morte, tuttavia aveva sempre rifiutato la scorta,
affermando che la sua vera protezione erano i suoi amici e sostenitori.
Erika Guevara-Rosas, responsabile per le Americhe di Amnesty International afferma, commentando l’accaduto:
«L’uccisione di Bertha si poteva prevedere da anni», mentre la rivista “Foreign Policy” ha scritto tempo addietro:
«Le autorità dell’Honduras vogliono Berta in prigione . Anche di più: la vogliono morta».

L’impegno di Bertha. Nel 1993, Cáceres aveva co-fondato il Consiglio nazionale delle Organizzazioni popolari e
indigene dell’Honduras (Copinh) per lottare per i loro diritti sulla terra e migliorare le condizioni di vita,
cosciente delle crescenti minacce poste alle comunità dal disboscamento illegale. Esponente della popolazione
indigena Lenca, era diventata famosa, anche a livello internazionale, per la sua battaglia contro il progetto della
diga Agua Zarca. Dopo anni di proteste pacifiche, denunce presentate al governo e alla comunità internazionale e un
blocco al sito durante oltre dodici mesi, era riuscita a impedirne la costruzione. La campagna aveva avuto un alto
costo sociale per il Copinh: tre dei suoi membri erano stati uccisi e lei, imprigionata.

Sosteneva che il progetto della diga Agua Zarca con lo sbarramento sul fiume Gualcarque poneva a rischio
«l’approvvigionamento d’acqua, alimenti e medicine di centinaia di indigeni.»
Nel ricevere il Premio Goldman, aveva dichiarato: «In Honduras il 30% del territorio è stato consegnato alle
multinazionali dell’industria mineraria per progetti guidati da un’ottica neoliberale, secondo la quale l’energia
non è più un diritto fondamentale per l’umanità».

Il commento. Billy Kyte di Global Witness, l’organizzazione internazionale che denuncia i legami tra abusi
ambientali, corruzione, conflitti, aveva lavorato con Berta
Cáceres. Ricordandola in un’intervista con dolore, parla del suo insegnamento e dei poteri forti che stanno
probabilmente dietro la sua eliminazione:
«Sì. L’avevo incontrata in diverse occasioni, la conoscevo bene. Avevamo scritto insieme l’introduzione a un
rapporto che era stato pubblicato l’anno scorso
sull’uccisione di attivisti ambientali in Honduras, uno degli ultimi posti al mondo nel quale un attivista vorrebbe
trovarsi… Ero con lei anche alla presentazione
del “Goldman Environmental Prize”, che lei aveva vinto e che è il più prestigioso riconoscimento nel campo della
difesa dell’ambiente. La sua morte è una
grande perdita.»
Quale eredità lascia Bertha Cáceres?
«Lascia l’eredità di lotta per i diritti degli indigeni in Honduras e non solo. Rimane un’icona e un faro di questa
lotta in un Paese nel quale, purtroppo, i diritti degli indigeni non sono riconosciuti, né applicati e nemmeno
diffusi. Nonostante l’Honduras abbia firmato diverse Convenzioni a livello internazionale
che garantiscono alle popolazioni indigene il diritto di decidere delle loro terre, in pratica questo non è mai
accaduto. La notizia della sua morte ha
già fatto il giro del mondo. La causa che lei sosteneva è ormai conosciuta nel mondo. Noi come organizzazione
chiediamo un’inchiesta internazionale e indipendente
sulla sua morte e la protezione legale per la sua famiglia e per i suoi colleghi.»
Cosa si può dire degli interessi illeciti che Bertha ha sempre cercato di combattere?
«Una delle cause più importanti che stava combattendo era l’opposizione alla costruzione di una diga idroelettrica
sul Rio Blanco, nelle terre degli indigeni.
Era riuscita a ottenere di eliminare dal progetto una compagnia, ma recentemente la costruzione della diga era
ripresa. Nelle ultime settimane, aveva ricevuto
di nuovo minacce di morte perché aveva ripreso la sua lotta per difendere il fiume sacro del popolo Lenca, unica
fonte di acqua potabile per molti. La
sua lotta era ripresa forte: insieme con altri attivisti, protestavano ancora, e ancora, contro questa diga, che si
vuole costruire sulla loro terra senza
consultare minimamente la popolazione del posto.»

la storia di Bertha è simile a quella di tante altre persone che in tante parti del mondo si oppongono con le loro
forze allo strapotere delle multinazionali che vogliono impadronirsi delle risorse del pianeta Terra per farne
profitto. Queste imprese sanno di poter contare sull’appoggio di parecchi governi che si rendono volentieri
complici di queste vere e proprie aggressioni al patrimonio naturale dell’umanità.

All’indomani dell’assassinio di Cáceres, il Presidente della Repubblica dell’honduras Juan Orlando Hernández ha
promesso che i responsabili di questo delitto saranno catturati ed assicurati alla giustizia: nei fatti non è
accaduto nulla del genere e tuttora mandanti ed esecutori materiali sono ignoti.

PIERLUIGI GIACOMONI