GUIDO GOZZANO
(27 Novembre 2016)

Pubblico qui di seguito il testo della relazione che ho svolto ieri, 26 novembre, presso la biblioteca “Luigi
spina” nell’ambito degl’incontri dedicati ad autori della letteratura italiana che danno i loro nomi alle vie del
Pilastro.

Ho voluto dedicare quest’incontro, il terzo di questo ciclo, a vittorio Sermonti, che con la sua vasta opera di
divulgazione, ha voluto rinsaldare i legami, invero un po’ sfilacciati, che ci uniscono alla nostra letteratura
plurisecolare.

Nel dare il mio contribbuto a queste iniziative mi ispiro, immodestamente forse, a lui.
***
GUIDO GOZZANO

Le origini. Nasce a Torino il 19 dicembre 1883, da genitori d’origine del Canavese, precisamente di Aglié.

Il padre fa l’ingegnere, mentre la madre, Diodata Mautino segue la numerosa prole.

Difatti, Fausto Gozzano, da un precedente matrimonio, ha avuto cinque figli, mentre da questo, oltre a Guido
nasceranno quattro ragazzi di cui due deceduti in tenera età, come avviene spesso in quel periodo.

All’atto del battesimo Gozzano riceve i nomi di Guido, Davide, Gustavo e Riccardo.

Le sue prime composizioni le firmerà proprio col nome di gustavo.

Ad Aglié, i Gozzano possiedono tre case:
• la villa Amarena della Signorina Felicita, proprietà del padre;
• la casa Mautino (vicino al castello di Aglié, poi effigiata sulla copertina della

“Via del rifugio”, (1907);
• la villa Il Meleto, dove sono ambientate le Primavere romantiche.
***
La formazione. Ottenuta la licenza elementare a Torino presso la sezione Moncenisio, la scuola dove vien ambientato
il libro Cuore del De Amicis, con “la seconda miglior votazione su 20 alunni”, nell’autunno 1895 si iscrive al
ginnasio Cavour, frequentandovi le prime due classi e trasferendosi per la terza a Chivasso.

Perso il padre il 3 aprile 1900 per una polmonite doppia, con l’iscrizione al liceo Cavour il Gozzano entra in un
periodo di studi particolarmente accidentato, sul quale si è fatta luce solo di recente.

L’anno dopo, infatti, non avendo superato a ottobre l’esame di greco, passa ad un istituto privato specializzato
in corsi di recupero.

Di qui, nel 1902 si presenta – per l’ammissione alla terza – all’altro importante liceo torinese, il “Massimo
d’Azeglio”, per concludere poi gli studi a Savigliano, nel 1903, ospite del locale convitto civico.

Nel 1904 si iscrive alla torinese facoltà di legge, ma il titolo di avvocato se lo conferirà lui stesso in poesia
nelle Due strade e, ripetutamente, come vedremo, nella \Signorina Felicita.

La vocazione poetica. Intanto, gli è nata la sua vocazione autentica: scrivere versi.

I primi sono ancora di evidente e quasi voluta fattura dannunziana.
esplicitamente il poeta ammette che “troppo m’illuse il sogno di Sperelli”.

Successivamente, la sua poetica si convertirà ad un certo carduccianesimo per poi consolidarsi in quel modello di
scrittura che più tardi Giuseppe Antonio Borgese definirà Crepuscolare perché, come vedremo, prediligerà le piccole
immagini, le piccole cose, il linguaggio semplice, quasi quotidiano, alle grandi fanfare della retorica o al
linguaggio altisonante allora piuttosto in voga.

In quegli anni, uno dei suoi amici, Mario Vugliano, lo ricorda, al momento del loro incontro, “inchinevole,
cerimonioso, timido, biondino tirato a lucido dai capelli alle scarpe”, con una “cravatta nera a farfalla”.

Il Gozzano, da parte sua, si raffigura come “scialba personcina biondiccia”, uso a “cravatte provinciali”.

Gli esordi. Nella primavera 1907 esce presso l’editore Streglio di Torino la già annunziata Via del rifugio, uno
dei tre libri che vedranno la luce durante la vita del poeta.
Si tratta d’un’ampia silloge della precedente produzione poetica, ampiamente riveduta e corretta.

In quest’opera trova posto il poemetto “l’amica di nonna Speranza” che mostra fin dalle prime battute la novità
dell’ispirazione. La si avverte sin dalla presentazione iniziale della villa e della sala piena di “buone cose di
pessimo gusto”, che rievocano, alla data del 1850, la breve villeggiatura sul lago Maggiore di una compagna di
collegio della ipotetica nonna del poeta. Nei conversari con gli zii austriacanti emerge pure la natura non
facilmente patriottica del componimento, che anzi può considerarsi il primo di un ciclo che si dirà, con Piero
Gobetti, ostile al Gozzano, del “Risorgimento senza eroi”.

La straordinaria abilità metrica di cui è dotato il Gozzano riprende dalle Elegie romane del D’Annunzio il distico
di ottonari e novenari doppi con rima al mezzo; ma è un distico che, congiungendo spesso parole dissonanti e
discordi, ottiene effetti ironici quasi irresistibili, tanto più se fatti emergere nel linguaggio parlato dei
conversatori.

A questa altezza non si collocano i componimenti ulteriori della Via del rifugio, testimoni di una fase di
apprendistato in parte già percorsa e, per quel che si è detto,
ora in via di contenimento.

Fa eccezione, innanzitutto, Le due strade, componimento metricamente identico all’Amica di nonna Speranza ed
egualmente dimostrativo, vale a dire quale illustrazione di un amore impossibile. Ma questa volta la fanciulla
vagheggiata, di nome Grazia, malgrado la disinvolta allusione alla
donna angelicata degli stilnovisti, ha tratti e modi di una giovane moderna nei vestiti, nelle movenze, nello sport
stesso che pratica, la bicicletta, sport amato dal poeta fin dalla giovinezza;
parimenti, la donna che accompagna il poeta, se pur segnata dal tempo, reca non difformi segni di appartenenza al
costume attuale.
***
LETTURA N. 1 DA “LE VIE DEL RIFUGIO” (1907)
L’amica di nonna Speranza

28 giugno 1850
«…alla sua Speranza
la sua Carlotta …»
( dall’album: dedica d’una fotografia )

I.

Loreto impagliato ed il busto d’Alfieri, di Napoleone
i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto),

il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti,
i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,
gli oggetti col monito, salve , ricordo , le noci di cocco,

Venezia ritratta a musaici, gli acquarelli un po’ scialbi,
le stampe, i cofani, gli albi dipinti d’anemoni arcaici,

le tele di Massimo d’Azeglio, le miniature,
i dagherottìpi: figure sognanti in perplessità,

il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone
e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto,

il cùcu dell’ore che canta, le sedie parate a damasco
chèrmisi… rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!

II.

I fratellini alla sala quest’oggi non possono accedere
che cauti (hanno tolte le fodere ai mobili. È giorno di gala).

Ma quelli v’irrompono in frotta. È giunta, è giunta in vacanza
la grande sorella Speranza con la compagna Carlotta.

Ha diciassett’anni la Nonna! Carlotta quasi lo stesso:
da poco hanno avuto il permesso d’aggiungere un cerchio alla gonna,

il cerchio ampissimo increspa la gonna a rose turchine.
Più snella da la crinoline emerge la vita di vespa.

Entrambe hanno uno scialle ad arancie a fiori a uccelli a ghirlande;
divisi i capelli in due bande scendenti a mezzo le guance.

Han fatto l’esame più egregio di tutta la classe. Che affanno
passato terribile! Hanno lasciato per sempre il collegio.

Silenzio, bambini! Le amiche – bambini, fate pian piano! –
le amiche provano al piano un fascio di musiche antiche.

Motivi un poco artefatti nel secentismo fronzuto
di Arcangelo del Leùto e d’Alessandro Scarlatti.

Innamorati dispersi, gementi il core e l’augello ,
languori del Giordanello in dolci bruttissimi versi:


… caro mio ben
credimi almen!
senza di te
languisce il cor!
Il tuo fedel
sospira ognor,
cessa crudel
tanto rigor!

Carlotta canta. Speranza suona. Dolce e fiorita
si schiude alla breve romanza di mille promesse la vita.

O musica. Lieve sussurro! E già nell’animo ascoso
d’ognuna sorride lo sposo promesso: il Principe Azzurro,

lo sposo dei sogni sognati… O margherite in collegio
sfogliate per sortilegio sui teneri versi del Prati!

III.

Giungeva lo Zio, signore virtuoso, di molto riguardo,
ligio al Passato, al Lombardo-Veneto, all’Imperatore;

giungeva la Zia, ben degna consorte, molto dabbene,
ligia al passato, sebbene amante del Re di Sardegna…

«Baciate la mano alli Zii!» – dicevano il Babbo e la Mamma,
e alzavano il volto di fiamma ai piccolini restii.

«E questa è l’amica in vacanza: madamigella Carlotta
Capenna: l’alunna più dotta, l’amica più cara a Speranza.»

«Ma bene… ma bene… ma bene…» – diceva gesuitico e tardo
lo Zio di molto riguardo «Ma bene… ma bene… ma bene…

Capenna? Conobbi un Arturo Capenna… Capenna… Capenna…
Sicuro! Alla Corte di Vienna! Sicuro… sicuro… sicuro…»

«Gradiscono un po’ di moscato?» «Signora sorella magari…»
E con un sorriso pacato sedevano in bei conversari.

«…ma la Brambilla non seppe…» – «È pingue già per l’Ernani …»
«La Scala non ha più soprani…» – «Che vena quel Verdi… Giuseppe!…»

«…nel marzo avremo un lavoro alla Fenice, m’han detto,
nuovissimo: il Rigoletto . Si parla d’un capolavoro.»

«…Azzurri si portano o grigi?» – «E questi orecchini? Che bei
rubini! E questi cammei…» – «la gran novità di Parigi…»

«…Radetzki? Ma che? L’armistizio… la pace, la pace che regna…»
«…quel giovine Re di Sardegna è uomo di molto giudizio!»

«È certo uno spirito insonne, e forte e vigile e scaltro…»
«È bello?» – «Non bello: tutt’altro.» – «Gli piacciono molto le donne…»

«Speranza!» (chinavansi piano, in tono un po’ sibillino)
«Carlotta! Scendete in giardino: andate a giocare al volano!»

Allora le amiche serene lasciavano con un perfetto
inchino di molto rispetto gli Zii molto dabbene.

IV.

Oimè! che giocando un volano, troppo respinto all’assalto,
non più ridiscese dall’alto dei rami d’un ippocastano!

S’inchinano sui balaustri le amiche e guardano il Lago
sognando l’amore presago nei loro bei sogni trilustri.

«Ah! se tu vedessi che bei denti!» – «Quant’anni?…» – «Vent’otto.»
«Poeta?» – «Frequenta il salotto della Contessa Maffei!»

Non vuole morire, non langue il giorno. S’accende più ancora
di porpora: come un’aurora stigmatizzata di sangue;

si spenge infine, ma lento. I monti s’abbrunano in coro:
il Sole si sveste dell’oro, la Luna si veste d’argento.

Romantica Luna fra un nimbo leggiero, che baci le chiome
dei pioppi, arcata siccome un sopracciglio di bimbo,

il sogno di tutto un passato nella tua curva s’accampa:
non sorta sei da una stampa del Novelliere Illustrato ?

Vedesti le case deserte di Parisina la bella?
Non forse non forse sei quella amata dal giovine Werther?

«…mah! Sogni di là da venire!» – «Il Lago s’è fatto più denso
di stelle» – «…che pensi?» – «…Non penso.» – «…Ti piacerebbe morire?»

«Sì!» – «Pare che il cielo riveli più stelle nell’acqua e più lustri.
Inchìnati sui balaustri: sognamo così, tra due cieli…»

«Son come sospesa! Mi libro nell’alto…» – «Conosce Mazzini…»
– «E l’ami?…» – «Che versi divini!» – «Fu lui a donarmi quel libro,

ricordi? che narra siccome, amando senza fortuna,
un tale si uccida per una, per una che aveva il mio nome.»

V.

Carlotta! nome non fine, ma dolce che come l’essenze
risusciti le diligenze, lo scialle, le crinoline…

Amica di Nonna, conosco le aiuole per ove leggesti
i casi di Jacopo mesti nel tenero libro del Foscolo.

Ti fisso nell’albo con tanta tristezza, ov’è di tuo pugno
la data: vent’otto di Giugno del mille ottocento cinquanta .

Stai come rapita in un cantico: lo sguardo al cielo profondo
e l’indice al labbro, secondo l’atteggiamento romantico.

Quel giorno – malinconia – vestivi un abito rosa,
per farti – novissima cosa! – ritrarre in fotografia …

Ma te non rivedo nel fiore, amica di Nonna! Ove sei
o sola che, forse, potrei amare, amare d’amore?
***
***
LETTURA N. 2 DA “LE VIE DEL RIFUGIO” (1907)
Le due strade

Tra le bande verdi gialle d’innumeri ginestre
la bella strada alpestre scendeva nella valle.

Andavo con l’Amica, recando nell’ascesa
la triste che già pesa nostra catena antica;

quando nel lento oblio, rapidamente in vista
apparve una ciclista a sommo del pendio.

Ci venne incontro; scese. «Signora! Sono Grazia!»
sorrise nella grazia dell’abito scozzese.

«Graziella, la bambina?» – «Mi riconosce ancora?»
«Ma certo!» E la Signora baciò la Signorina.

La piccola Graziella! Diciott’anni? Di già?
La Mamma come sta? E ti sei fatta bella!

«La piccola Graziella, così cattiva e ingorda!…»
«Signora, si ricorda quelli anni?» – «E così bella

vai senza cavalieri in bicicletta?» – «Vede…»
«Ci segui un tratto a piede?» – «Signora, volentieri…»

«Ah! ti presento, aspetta, l’Avvocato, un amico
caro di mio marito… Dagli la bicicletta.»

Sorrise e non rispose. Condussi nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.

E la Signora scaltra e la bambina ardita
si mossero: la vita una allacciò dell’altra.

Adolescente l’una nelle gonnelle corte,
eppur già donna: forte bella vivace bruna

e balda nel solino dritto, nella cravatta,
la gran chioma disfatta nel tocco da fantino.

Ed io godevo senza parlare, con l’aroma
degli abeti, l’aroma di quell’adolescenza.

– O via della salute, o vergine apparita,
o via tutta fiorita di gioie non mietute,

forse la buona via saresti al mio passaggio,
un dolce beveraggio alla malinconia.

O bimba, nelle palme tu chiudi la mia sorte;
discendere alla Morte come per rive calme,

discendere al Niente pel mio sentiere umano,
ma avere te per mano, o dolce sorridente! –

Così dicevo senza parola. E l’Altra intanto
vedevo: triste accanto a quell’adolescenza!

Da troppo tempo bella, non più bella tra poco,
colei che vide al gioco la piccola Graziella.

Belli i belli occhi strani della bellezza ancora
d’un fiore che disfiora e non avrà domani.

Al freddo che s’annunzia piegan le rose intatte,
ma la donna combatte nell’ultima rinunzia.

O pallide leggiadre mani per voi trascorsero gli anni!
Gli anni, forse, gli anni di mia Madre!

Sotto l’aperto cielo, presso l’adolescente
come terribilmente m’apparve lo sfacelo!

Nulla fu più sinistro che la bocca vermiglia
troppo, le tinte ciglia e l’opera del bistro

intorno all’occhio stanco, la piega di quei labri,
l’inganno dei cinabri sul volto troppo bianco,

gli accesi dal veleno biondissimi capelli:
in altro tempo belli d’un bel biondo sereno.

Da troppo tempo bella, non più bella tra poco,
colei che vide al gioco la piccola Graziella.

– O mio cuore che valse la luce mattutina
raggiante sulla china tutte le strade false?

Cuore che non fioristi, è vano che t’affretti
verso miraggi schietti, in orti meno tristi.

Tu senti che non giova all’uomo soffermarsi,
gittare i sogni sparsi per una vita nuova.

Discenderai al niente pel tuo sentiere umano
e non avrai per mano la dolce sorridente,

ma l’altro beveraggio avrai fino alla morte:
il tempo è già più forte di tutto il tuo coraggio. –

Queste pensavo cose, guidando nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.

Erano folti intorno gli abeti nell’assalto
dei greppi fino all’alto nevaio disadorno.

I greggi, sparsi a picco, in gran tinniti e mugli
brucavano ai cespugli di menta il latte ricco;

e prossimi e lontani univan sonnolenti
al ritmo dei torrenti un ritmo di campani.

– Lungi i pensieri foschi! Se non verrà l’amore –
che importa? Giunge al cuore il buono odor dei boschi:

di quali aromi opimo odore non si sa:
di resina? di timo? e di serenità?… –

Sostammo accanto a un prato e la Signora china
baciò la Signorina, ridendo nel commiato:

«Bada che aspetterò, che aspetteremo te;
si prende un po’ di the, si maledice un po’…»

«Verrò, Signora, grazie!» Dalle mie mani in fretta
prese la bicicletta. E non mi disse grazie.

Non mi parlò. D’un balzo salì, prese l’avvio;
la macchina il fruscìo ebbe d’un piede scalzo,

d’un batter d’ali ignote, come seguita a lato
da un non so che d’alato volgente con le ruote.

Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro
sottile d’alabastro, scendeva nella valle.

Volò, come sospesa la bicicletta snella:
«O piccola Graziella, attenta alla discesa!».

«Signora! arrivederla!» Gridò di lungi, ai venti:
di lungi ebbero i denti un balenio di perla.

Graziella è lungi. Vola vola la bicicletta:
«Amica! E non m’ha detta una parola sola!».

«Te ne duole?» – «Chi sa!» – «Fu taciturna, amore,
per te, come il Dolore…» – «O la Felicità!»

E seguitai l’amica, recando nell’ascesa
la triste che già pesa nostra catena antica.
***
La signorina Felicita. Il 3 agosto 1907 il Gozzano confida ad Amalia Guglielminetti, da poco conosciuta e a lui
legata da un rapporto amoroso che durerà fino alla primavera del 1908, poi trasformatosi in un rapporto d’amicizia
tale da sublimare l’amante in “sorella” -, d’aver conosciuto nella località montana di Ceresole Reale “una servente
indigena e prosaicissima”, insomma una ragazza che non è proprio una beltà.

Nasce qui il personaggio destinato, più di ogni altro del suo tempo, a rovesciare la maniera illustre del maggior
poeta, il personaggio che diverrà famoso della Signorina Felicita, per ora affidato a L’ipotesi (autunno 1907) e
poi sviluppato e modificato sensibilmente nella Nuova Antologia del 16 marzo 1909.

Può dirsi questo il fulcro della nuova raccolta di versi a cui il Gozzano pensa in questi anni, sino a quando la
pubblica presso Treves nel febbraio 1911, nel volume “I colloqui”.

Non sono anni facili per la vita privata del poeta:
• la madre è colpita da una paralisi (2 gennaio 1909);
• egli deve, inoltre, badare alla propria salute polmonare, incrinata da una grossa crisi nella primavera del 1907
(nei mesi stessi della simpatia per Amalia) e bisognosa di continui controlli.

Di conseguenza, periodicamente, il poeta è costretto a trasferirsi in località marine o montane climaticamente
favorevoli.

In queste condizioni la preparazione del volume di versi subisce qualche rallentamento, non tale però da incrinare
l’itinerario previsto.

Lo chiarisce il Gozzano medesimo in un’intervista al direttore del quotidiano torinese Il Momento del 22 ottobre
1910 in cui afferma che i “Colloqui” avrebbero dovuto rappresentare “l’ascensione dalla tristezza sensuale e
malsana all’idealismo più sereno”, parole cui si deve fare qualche tara, essendo destinate a un giornale cattolico
poco favorevole al Gozzano, ma dalle quali emerge il disegno di un racconto esistenziale, a capitoli,distinto in
tre sezioni, o fasi, così nominate:

• “Il giovenile errore”;
• “Alle soglie”;
• “Il reduce”.

L’apparente dimissione di ruolo, in specie dai “letterati che detesto”, facilita la coraggiosa
e provocatoria maschera anti-dannunziana, che il poeta calza nei Colloqui.
***
LETTURA N. 3 DA “COLLOQUI” (1911)
La signorina Felicita ovvero la Felicità

10 luglio: Santa Felicita .

I.

Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest’ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all’avvocato che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te.

Pensa i bei giorni d’un autunno addietro,
Vill’Amarena a sommo dell’ascesa
coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa
dannata, e l’orto dal profumo tetro
di busso e i cocci innumeri di vetro
sulla cinta vetusta, alla difesa…

Vill’Amarena! Dolce la tua casa
in quella grande pace settembrina!
La tua casa che veste una cortina
di granoturco fino alla cimasa:
come una dama secentista, invasa
dal Tempo, che vestì da contadina.

Bell’edificio triste inabitato!
Grate panciute, logore, contorte!
Silenzio! Fuga dalle stanze morte!
Odore d’ombra! Odore di passato!
Odore d’abbandono desolato!
Fiabe defunte delle sovrapporte!

Ercole furibondo ed il Centauro,
le gesta dell’eroe navigatore,
Fetonte e il Po, lo sventurato amore
d’Arianna, Minosse, il Minotauro,
Dafne rincorsa, trasmutata in lauro
tra le braccia del Nume ghermitore…

Penso l’arredo – che malinconia! –
penso l’arredo squallido e severo,
antico e nuovo: la pirografia
sui divani corinzi dell’Impero,
la cartolina della Bella Otero
alle specchiere… Che malinconia!

Antica suppellettile forbita!
Armadi immensi pieni di lenzuola
che tu rammendi pazïente… Avita
semplicità che l’anima consola,
semplicità dove tu vivi sola
con tuo padre la tua semplice vita!
II.

Quel tuo buon padre – in fama d’usuraio –
quasi bifolco, m’accoglieva senza
inquietarsi della mia frequenza,
mi parlava dell’uve e del massaio,
mi confidava certo antico guaio
notarile, con somma deferenza.

«Senta, avvocato…» E mi traeva inqueto
nel salone, talvolta, con un atto
che leggeva lentissimo, in segreto.
Io l’ascoltavo docile, distratto
da quell’odor d’inchiostro putrefatto,
da quel disegno strano del tappeto,

da quel salone buio e troppo vasto…
«…la Marchesa fuggì… Le spese cieche…»
da quel parato a ghirlandette, a greche…
«dell’ottocento e dieci, ma il catasto…»
da quel tic-tac dell’orologio guasto…
«…l’ipotecario è morto, e l’ipoteche…»

Capiva poi che non capivo niente
e sbigottiva: «Ma l’ipotecario
è morto, è morto!!…». – «E se l’ipotecario
è morto, allora…» Fortunatamente
tu comparivi tutta sorridente:
«Ecco il nostro malato immaginario!».
III.

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga…

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l’iridi sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia…

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Ogni giorno salivo alla tua volta
pel soleggiato ripido sentiero.
Il farmacista non pensò davvero
un’amicizia così bene accolta,
quando ti presentò la prima volta
l’ignoto villeggiante forestiero.

Talora – già la mensa era imbandita –
mi trattenevi a cena. Era una cena
d’altri tempi, col gatto e la falena
e la stoviglia semplice e fiorita
e il commento dei cibi e Maddalena
decrepita, e la siesta e la partita…

Per la partita, verso ventun’ore
giungeva tutto l’inclito collegio
politico locale: il molto Regio
Notaio, il signor Sindaco, il Dottore;
ma – poiché trasognato giocatore –
quei signori m’avevano in dispregio…

M’era più dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori:
tu tacevi, tacevo, Signorina:
godevo quel silenzio e quegli odori
tanto tanto per me consolatori,
di basilico d’aglio di cedrina…

Maddalena con sordo brontolio
disponeva gli arredi ben detersi,
rigovernava lentamente ed io,
già smarrito nei sogni più diversi,
accordavo le sillabe dei versi
sul ritmo eguale dell’acciottolìo.

Sotto l’immensa cappa del camino
(in me rivive l’anima d’un cuoco
forse…) godevo il sibilo del fuoco;
la canzone d’un grillo canterino
mi diceva parole, a poco a poco,
e vedevo Pinocchio e il mio destino…

Vedevo questa vita che m’avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!
Giungevano le risa, i motti brevi
dei giocatori, da quell’altra stanza.

IV.

Bellezza riposata dei solai
dove il rifiuto secolare dorme!
In quella tomba, tra le vane forme
di ciò ch’è stato e non sarà più mai,
bianca bella così che sussultai,
la Dama apparve nella tela enorme:

«È quella che lasciò, per infortuni,
la casa al nonno di mio nonno… E noi
la confinammo nel solaio, poi
che porta pena… L’han veduta alcuni
lasciare il quadro; in certi noviluni
s’ode il suo passo lungo i corridoi…».

Il nostro passo diffondeva l’eco
tra quei rottami del passato vano,
e la Marchesa dal profilo greco,
altocinta, l’un piede ignudo in mano,
si riposava all’ombra d’uno speco
arcade, sotto un bel cielo pagano.

Intorno a quella che rideva illusa
nel ricco peplo, e che morì di fame,
v’era una stirpe logora e confusa:
topaie, materassi, vasellame,
lucerne, ceste, mobili: ciarpame
reietto, così caro alla mia Musa!

Tra i materassi logori e le ceste
v’erano stampe di persone egregie;
incoronato dalle frondi regie
v’era Torquato nei giardini d’Este .
«Avvocato, perché su quelle teste
buffe si vede un ramo di ciliege?»

Io risi, tanto che fermammo il passo,
e ridendo pensai questo pensiero:
Oimè! La Gloria! un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso!

Allora, quasi a voce che richiama,
esplorai la pianura autunnale
dall’abbaino secentista, ovale,
a telaietti fitti, ove la trama
del vetro deformava il panorama
come un antico smalto innaturale.

Non vero (e bello) come in uno smalto
a zone quadre, apparve il Canavese:
Ivrea turrita, i colli di Montalto,
la Serra dritta, gli alberi, le chiese;
e il mio sogno di pace si protese
da quel rifugio luminoso ed alto.

Ecco – pensavo – questa è l’Amarena,
ma laggiù, oltre i colli dilettosi,
c’è il Mondo: quella cosa tutta piena
di lotte e di commerci turbinosi,
la cosa tutta piena di quei «cosi
con due gambe» che fanno tanta pena…

L’Eguagliatrice numera le fosse,
ma quelli vanno, spinti da chimere
vane, divisi e suddivisi a schiere
opposte, intesi all’odio e alle percosse:
così come ci son formiche rosse,
così come ci son formiche nere…

Schierati al sole o all’ombra della Croce,
tutti travolge il turbine dell’oro;
o Musa – oimè! – che può giovare loro
il ritmo della mia piccola voce?
Meglio fuggire dalla guerra atroce
del piacere, dell’oro, dell’alloro…

L’alloro… Oh! Bimbo semplice che fui,
dal cuore in mano e dalla fronte alta!
Oggi l’alloro è premio di colui
che tra clangor di buccine s’esalta,
che sale cerretano alla ribalta
per far di sé favoleggiar altrui…

«Avvocato, non parla: che cos’ha?»
«Oh! Signorina! Penso ai casi miei,
a piccole miserie, alla città…
Sarebbe dolce restar qui, con Lei!…»
«Qui, nel solaio?…» – «Per l’eternità!»
«Per sempre? Accetterebbe?…» – «Accetterei!»

Tacqui. Scorgevo un atropo soletto
e prigioniero. Stavasi in riposo
alla parete: il segno spaventoso
chiuso tra l’ali ripiegate a tetto.
Come lo vellicai sul corsaletto
si librò con un ronzo lamentoso.

«Che ronzo triste!» – «È la Marchesa in pianto…
La Dannata sarà che porta pena…»
Nulla s’udiva che la sfinge in pena
e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto:
O mio carino tu mi piaci tanto,
siccome piace al mar una sirena …

Un richiamo s’alzò, querulo e rôco:
«È Maddalena inqueta che si tardi:
scendiamo; è l’ora della cena!». – «Guardi,
guardi il tramonto, là… Com’è di fuoco!…
Restiamo ancora un poco!» – «Andiamo, è tardi!»
«Signorina, restiamo ancora un poco!…»

Le fronti al vetro, chini sulla piana,
seguimmo i neri pippistrelli, a frotte;
giunse col vento un ritmo di campana,
disparve il sole fra le nubi rotte;
a poco a poco s’annunciò la notte
sulla serenità canavesana…

«Una stella!…» – «Tre stelle!…» – «Quattro stelle!…»
«Cinque stelle!» – «Non sembra di sognare?…»
Ma ti levasti su quasi ribelle
alla perplessità crepuscolare:
«Scendiamo! È tardi: possono pensare
che noi si faccia cose poco belle…»

V.

Ozi beati a mezzo la giornata,
nel parco dei marchesi, ove la traccia
restava appena dell’età passata!
Le Stagioni camuse e senza braccia,
fra mucchi di letame e di vinaccia,
dominavano i porri e l’insalata.

L’insalata, i legumi produttivi
deridevano il busso delle aiole;
volavano le pieridi nel sole
e le cetonie e i bombi fuggitivi…
Io ti parlavo, piano, e tu cucivi
innebriata dalle mie parole.

«Tutto mi spiace che mi piacque innanzi!
Ah! Rimanere qui, sempre, al suo fianco,
terminare la vita che m’avanzi
tra questo verde e questo lino bianco!
Se Lei sapesse come sono stanco
delle donne rifatte sui romanzi!

Vennero donne con proteso il cuore:
ognuna dileguò, senza vestigio.
Lei sola, forse, il freddo sognatore
educherebbe al tenero prodigio:
mai non comparve sul mio cielo grigio
quell’aurora che dicono: l’Amore…»

Tu mi fissavi… Nei begli occhi fissi
leggevo uno sgomento indefinito;
le mani ti cercai, sopra il cucito,
e te le strinsi lungamente, e dissi:
«Mia cara Signorina, se guarissi
ancora, mi vorrebbe per marito?».

«Perché mi fa tali discorsi vani?
Sposare, Lei, me brutta e poveretta!…»
E ti piegasti sulla tua panchetta
facendo al viso coppa delle mani,
simulando singhiozzi acuti e strani
per celia, come fa la scolaretta.

Ma, nel chinarmi su di te, m’accorsi
che sussultavi come chi singhiozza
veramente, né sa più ricomporsi:
mi parve udire la tua voce mozza
da gli ultimi singulti nella strozza:
«Non mi ten…ga mai più… tali dis…corsi!»

«Piange?» E tentai di sollevarti il viso
inutilmente. Poi, colto un fuscello,
ti vellicai l’orecchio, il collo snello…
Già tutta luminosa nel sorriso
ti sollevasti vinta d’improvviso,
trillando un trillo gaio di fringuello.

Donna: mistero senza fine bello!

VI.

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina;
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l’aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte…

Oh! questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d’essere un poeta!

Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t’han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi… E non mediti Nietzsche…
Mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda…

Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piace. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.

Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natìo,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista…

Ed io non voglio più essere io!

VII.

Il farmacista nella farmacia
m’elogiava un farmaco sagace:
«Vedrà che dorme le sue notti in pace:
un sonnifero d’oro, in fede mia!»
Narrava, intanto, certa gelosia
con non so che loquacità mordace.

«Ma c’è il notaio pazzo di quell’oca!
Ah! quel notaio, creda: un capo ameno!
La Signorina è brutta, senza seno,
volgaruccia, Lei sa, come una cuoca…
E la dote… la dote è poca, poca:
diecimila, chi sa, forse nemmeno…»

«Ma dunque?» – «C’è il notaio furibondo
con Lei, con me che volli presentarla
a Lei; non mi saluta, non mi parla…»
«È geloso?» – «Geloso! Un finimondo!…»
«Pettegolezzi!…» – «Ma non Le nascondo
che temo, temo qualche brutta ciarla…»

«Non tema! Parto.» – «Parte? E va lontana?»
«Molto lontano… Vede, cade a mezzo
ogni motivo di pettegolezzo…»
«Davvero parte? Quando?» – «In settimana…»
Ed uscii dall’odor d’ipecacuana
nel plenilunio settembrino, al rezzo.

Andai vagando nel silenzio amico,
triste perduto come un mendicante.
Mezzanotte scoccò, lenta, rombante
su quel dolce paese che non dico.
La Luna sopra il campanile antico
pareva «un punto sopra un I gigante».

In molti mesti e pochi sogni lieti,
solo pellegrinai col mio rimpianto
fra le siepi, le vigne, i castagneti
quasi d’argento fatti nell’incanto;
e al cancello sostai del camposanto
come s’usa nei libri dei poeti.

Voi che posate già sull’altra riva,
immuni dalla gioia, dallo strazio,
parlate, o morti, al pellegrino sazio!
Giova guarire? Giova che si viva?
O meglio giova l’Ospite furtiva
che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio?

A lungo meditai, senza ritrarre
la tempia dalle sbarre. Quasi a scherno
s’udiva il grido delle strigi alterno…
La Luna, prigioniera fra le sbarre,
imitava con sue luci bizzarre
gli amanti che si baciano in eterno.

Bacio lunare, fra le nubi chiare
come di moda settant’anni fa!
Ecco la Morte e la Felicità!
L’una m’incalza quando l’altra appare;
quella m’esilia in terra d’oltremare,
questa promette il bene che sarà…

VIII.

Nel mestissimo giorno degli addii
mi piacque rivedere la tua villa.
La morte dell’estate era tranquilla
in quel mattino chiaro che salii
tra i vigneti già spogli, tra i pendii
già trapunti da bei colchici lilla.

Forse vedendo il bel fiore malvagio
che i fiori uccide e semina le brume,
le rondini addestravano le piume
al primo volo, timido, randagio;
e a me randagio parve buon presagio
accompagnarmi loro nel costume.

«Vïaggio con le rondini stamane…»
«Dove andrà?» – «Dove andrò? Non so… Vïaggio,
vïaggio per fuggire altro vïaggio…
Oltre Marocco, ad isolette strane,
ricche in essenze, in datteri, in banane,
perdute nell’Atlantico selvaggio…

Signorina, s’io torni d’oltremare,
non sarà d’altri già? Sono sicuro
di ritrovarla ancora? Questo puro
amore nostro salirà l’altare?»
E vidi la tua bocca sillabare
a poco a poco le sillabe: giuro .

Giurasti e disegnasti una ghirlanda
sul muro, di viole e di saette,
coi nomi e con la data memoranda:
trenta settembre novecentosette …
Io non sorrisi. L’animo godette
quel romantico gesto d’educanda.

Le rondini garrivano assordanti,
garrivano garrivano parole
d’addio, guizzando ratte come spole,
incitando le piccole migranti…
Tu seguivi gli stormi lontananti
ad uno ad uno per le vie del sole…

«Un altro stormo s’alza!…» – «Ecco s’avvia!»
«Sono partite…» – «E non le salutò!…»
«Lei devo salutare, quelle no:
quelle terranno la mia stessa via:
in un palmeto della Barberia
tra pochi giorni le ritroverò…»

Giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d’altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine…

M’apparisti così come in un cantico
del Prati, lacrimante l’abbandono
per l’isole perdute nell’Atlantico;
ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico…

Quello che fingo d’essere e non sono!
***
I “Colloqui” ottengono recensioni favorevoli da Emilio Cecchi nella Tribuna (6 marzo 1911) e da Scipio Slataper
nella Voce del 16 novembre, mentre non appaiono del tutto convinti Giuseppe Antonio Borgese – responsabile della
assegnazione dei poeti come il Gozzano a una linea “crepuscolare” – nella Stampa del 27 febbraio, e soprattutto
Vincenzo Cardarelli nell’Avanti! di Roma del 26 marzo e Gian Pietro Lucini nella Ragione del 14 luglio.

Ma gli attacchi più consistenti arrivano da Aldo Palazzeschi
e da Giovanni Papini, particolarmente accaniti nel segnalare i plagi da Jammes, seguiti da Federigo Tozzi nella
Torre, rivista della cosiddetta “reazione spirituale
italiana”, dove, nel rifiuto, il Gozzano è in compagnia della Guglielminetti.
***
Il Gozzano in India. Il 16 febbraio 1912 il Gozzano s’imbarca con un amico, anch’egli tubercolotico, per un viaggio
in India, terapeutico e per niente turistico, da tempo progettato e sempre rinviato per la salute precaria. Toccata
Napoli il 18 febbraio, Porto Said il 21, Aden il 28, l’8 marzo giunge a Bombay e poco dopo a Kandy (Sri Lanka),
dove il Gozzano incontra Castellani, specialista in malattie tropicali, che gli mette a disposizione la sua
macchina “nella speranza di un articolo su di lui”.

Dopo un periodo di permanenza nell’isola di Ceylon, riprende la via del ritorno, portando con sé un ricordo assai
vivo dell’esperienza di viaggio.

Per scriverne, aspetta, però, gli anni 1914 – 1916, quando su “La Stampa” di torino appaiono in diversi momenti le
prose che poi verranno riunite da Giuseppe Antonio Borgese nell’opera “verso la cuna del Mondo” (1917).

Il Borgese, che curerà anche l’opera e disporrà i brani nell’ordine che gli sembra più logico per il lettore, forse
ignora che il Gozzano, in realtà, in certi posti non c’è mai andato.

Il poeta, infatti, per scrivere i suoi testi si è valso di diversi racconti di viaggio scritti da altri autori: in
particolare l’opera del francese Pierre Loti autore nel 1903 de L’India (senza gli Inglesi), opera in un certo
senso da lui sminuzzata e trasformata in un materiale su cui lavorare liberamente, senza
la preoccupazione di dover nascondere l’estrapolazione.

L’aver fatto proprio il lavoro del Loti, declinandolo, però, in termini filoinglesi, costituisce il tentativo
maggiore da parte del Gozzano d’uscire dalla prospettiva impostata dall’autore francese,che prevede la descrizione
di un’India legata alla sua antica tradizione religiosa
e sociale, non sopravanzata dai miti e dai modelli dell’Impero britannico.

Non a caso, la penultima prosa, ambientata a Benares, lungo le rive del Gange sacro, conserva un’affermazione di
estraneità, tipicamente europea, dai riti di quell’antica civiltà.
***
LETTURA N. 4 DA “VERSO LA CUNA DEL MONDO” (1917)
Il fiume dei roghi

Benares, 23 febbraio.
– Benares… il Gange…
Devo ripetere i due nomi favolosi per convincermi che veramente risalgo in barca il fiume sacro, con dinanzi lo
scenario della Città santificata.
– Il Gange… Benares…
Devo liberarmi dal ricordo di troppe descrizioni – da quelle deliziosamente arcaiche di Marco Polo a quelle moderne
e sentimentali di Pierre Loti – per rientrare nella realtà, vedere la cosa troppo attesa con occhi miei. Vano è
scrivere, vano è leggere; una bellezza non esiste se prima non la vedono gli occhi nostri. L’aforisma wildiano è
giusto. Ma prima ancora di saper leggere, io sognavo di Benares. Se risalgo alle origini prime della mia memoria
vedo la città sacra in un’incisione napoleonica, nella stanza dei miei giochi. E il ricordo è così chiaro che il
sogno d’allora mi sembra realtà e la realtà d’oggi mi par sogno…
– Slowly! Adagio, più vicino, – ripeto di continuo al barcaiuolo frettoloso.
Benares va vista dal Gange, come la ribalta dalla platea. L’interno della città è un dedalo infinito di viuzze
laide, degno vivaio di tutte le epidemie del mondo. La città fu costrutta sul Fiume, protende tutta la sua bellezza
verso le acque deificate.
La mia barca costeggia i ghati: così si chiamano i gradi più basso delle immense scalee. La stagione asciutta
scuopre la città quasi alle fondamenta ed appaiono gli immensi cubi di granito, i templi tozzi, le teste elefantine
dei Ganesa, le braccia multiple dei Siva, le statue massiccie destinate ad un’immersione annua di molti mesi e
patinate ora da un limo rossiccio, di bellissimo effetto. La patina rossa colora la città fluviale, indica il regno
delle acque fino all’altezza di venti e più metri; dopo comincia la città abitabile, dalla fantastica architettura.
Duemila sono i templi di Benares eretti come una selva lungo i dieci chilometri che la città occupa sulla riva
sinistra del Gange: templi a pagoda buddista, piramidi e guglie bramine, cupole panciute, minareti maomettani,
chiese eurasiane, sinagoghe, tutto è tollerato in questa “Terra dell’Indulgenza” pur che si creda. Tu non dirai che
la tua religione sia migliore delle altre. Colui che dice: io sono nella verità, colui non è nella verità…
Ecco il noto profilo dei templi e dei palazzi, con le scalee, le verande, le specule, le infinite finestre tutte
rivolte verso il fiume, ecco le strane “cupole a pigna”, così caratteristiche nella architettura indiana. Gran
parte dei superbi edifici appartengono a marahja delle terre più lontane, sono residenze di espiazione. Come nel
Medio Evo i principi andavano ad espiare i loro trascorsi in Terra Santa, così i signori indiani visitano Benares
una volta all’anno o si ritirano in vecchiaia per esalare l’anima in cospetto del Fiume-Dio, che assolve di tutto.
È risaputa la credenza; colui che muore a Benares, lasciando le sue ceneri al Gange, foss’anche un infedele, è
dispensato dal martirio d’ogni reincarnazione, raggiunge la felicità dell’Increato. Malati, diseredati, vecchi
d’ogni genere giungono dalle contrade più remote, dalle foreste equatoriali di Ceylon, dalle vette nevose del
Cachemire, per aver pace nel seno di Brama.
Sono le sette, l’ora della preghiera mattutina. Il sole illumina obliquamente la zona più alta degli edifici;
accende l’oro superstite delle cupole e delle guglie attorno alle quali nugoli neri, verdi, rossi di corvi, di
tortore, di pappagalli, turbinano salutando la luce con un inno assordante. E tutto ciò che vive scende verso il
fiume. Dalle scalette tortuose tra palagio e palagio, dalle immense scalee che dànno alla riva del fiume non so che
profilo assiro o babilonese, scende una folla varia, densa, incessante; uomini, donne, fanciulli, vecchi, giovani
fachiri, pellegrini. E tutti recano ghirlande di fiori; grosse magnolie, gardenie, corolle sconosciute dal profumo
acutissimo, infilzate come rosarii, e prima di scendere nell’acqua le gettano al fiume, pel rituale quotidiano. I
turbanti, le sete, i velluti sono appesi a cespugli o sotto certi ombrelli immensi, senza nervatura, simili a
funghi singolari; gli uomini entrano nell’acqua quasi ignudi, le donne conservano una lunga tunica che dopo la
prima abluzione aderisce alla pelle e rivela più ancora l’ambra delle carni, l’armonia delle forme stupende. E
tutti pregano e meditano. Meditano su che? La mia barca passa loro innanzi, deve deviare per non urtarli, ma quelli
mi fissano e non mi vedono. Il loro sguardo è al di là, la loro anima è perduta negli abissi dell’ineffabile.
Strana città dove tutti credono!
Perchè molti di costoro non sono fachiri, nè santi, nè pellegrini. Sono uomini di venti, di trent’anni, vigorosi e
sani: artigiani, mercanti, soldati, operai che risaliranno le scalee per riprendere la lotta consueta, che
rientreranno nella vita, ma che ogni giorno, due volte al giorno, scendono nella morte, s’immergono nel fiume a
colloquio con la propria anima, per prepararsi quotidianamente al trapasso inevitabile. Odioso confronto con i
nostri uomini, con i nostri borghesi occidentali che ignorano ogni cosa dell’anima, deridono ogni scienza dello
spirito, bestemmiano Dio, ostentando un ateismo fatto più odioso dal vigliacco ravvedimento dell’ultim’ora!
Turba infinita che sempre si rinnova, magnificenza di bronzi cupi, di bronzi chiari, di forme stupende! Ma non
tutto è forza e giovinezza. Gli aspetti della vecchiaia, della malattia, della morte, così necessari alla perfetta
meditazione buddista, offrono sotto questo cielo magico un contrasto non descrivibile. Poichè è bene ricordare che
gran parte di questa folla è qui giunta per morire, per “morire in salute”, come mi spiega con bisticcio atroce il
buon rematore. Tutti i più crudeli martirii con i quali Siva distruttore ritorna al nulla la povera carne umana si
son dati convegno sulle rive del fiume luminoso, offrendo al visitatore un campionario strano, interessante come la
nuova flora, la nuova fauna: scabbie, lebbre, eczemi tropicali (framboesia, albinite, ecc.), che disegnano le pelli
bronzate di chiazze candide e regolari, di chiazze vermiglie come lamponi, di zebrature ondulate; piaghe orride,
tumori che hanno corroso un torace, mettendo a nudo i precordi lividi o hanno corrose le gote scoprendo tutta la
dentatura candida in un sogghigno che non si potrà dimenticare più mai; elefantiasi che tumefanno le gambe, il
seno, le pudende in modo incredibile, tanto che la vittima sembra scomparire tra otri immensi e non può muoversi
senza il soccorso di qualche devoto, portatore del singolarissimo pondo. Un gruppo di questi miserabili è adunato
intorno ad un santo ancora giovane, dalla bruna barba divisa, dallo sguardo di fiamma; che può mai predicare quel
veggente per consolare tante miserie, per far tacere i gemiti di quel carname senza nome? Forse ripete a quei
moribondi le parole dell’Illuminato: “… il saggio si rallegra della sua carne che si sfascia, come il prigioniero
impaziente si rallegra della prigione che si schiude. Beata la musica che si diparte per sempre dallo stromento,
beata la fiamma che si diparte dalla fiaccola, beata l’anima che abbandona la carne…”.
Passiamo oltre. Il sermone non è per noi. Mai come oggi mi son sentito schiavo della apparenza, innamorato folle di
tutto ciò che è forma, colore, ombra, luce: bellezza viva, preda della morte.
La città è interminabile: ancora templi, ancora torri, terrazzi, scalee. Intorno, sul fiume galleggiano infinite le
ghirlande votive e le corolle vivaci, i gioielli, i denti, gli occhi abbaglianti, le chiome nere lucenti formano
tra il riverbero dell’acqua e lo splendore del sole un musaico a chiazze vive come nelle tele di certi
impressionisti. Lo sguardo si stanca. Passiamo in una zona d’ombra riposante, lungo i ghati interminabili. L’acqua
lenta orla di bava sordida i cubi di granito decrepito. Un fetore sinistro di fiori maceri, di carne putrefatta, di
umidità febbricosa e di pestilenza mi fanno ricordare – con un brivido – che da questo focolaio unico si dipartono
a quando a quando, nei secoli, il colera, la peste, i peggiori flagelli del mondo… E non meraviglia. Ecco un
tronco di palma morta che ha fatto diga nel pattume e contro vi s’accumula una putredine varia: ghirlande di queste
corolle carnose che l’acqua converte in viscidume fetido, buccie, carta, cenci, tizzi di carbone, rami, un osso
candido, una tibia umana che il remo solleva lentamente: un misero avanzo sfuggito ad un rogo troppo povero. E poco
oltre la Marayana di Kandaba fa le sue abluzioni sotto un baldacchino sorretto da quattro servi in turbante;
intorno le sue donne reggono le vesti, le collane, l’immenso pettorale di gemme, mentre l’augusta sovrana – una
pingue signora attempata – immerge nel fiume le carni vizze, fa coppa delle mani, beve l’acqua fetida alternando
ogni sorso con un breve gesto d’offerta verso il Cielo.
Più oltre una frotta di bimbi corre ridendo, cerca nel pattume gli avanzi del legno e del carbone; oltre ancora
alcune donne immergono le anfore di rame lucente, di classica forma, e equilibrandole sul capo con l’una mano,
v’avviano verso la sponda, l’altra mano al fianco, onduleggiando le anche con un incedere di procace eleganza.
Proseguiamo, passiamo dinanzi ad un’altra piattaforma di roghi – sono molte, ma quasi tutte deserte in quest’ora –
altri templi, altri palazzi dominanti il fiume dall’alto come castelli feudali. Strana città rimasta intatta nei
millennii, intatta nella sua pietra e nella sua fede! Altre città favolose esistono al mondo, dinanzi alle quali si
esalta la nostra fantasia; ma sono il fantasma di quelle che furono. Benares è oggi qual’era nella notte dei tempi
ariani. Quando in Grecia si celebravano i riti dionisiaci, quando a Roma le feste arvali, quando Tebe offriva
olocausto a Ita, Benares già splendeva sulla riva del Fiume-Dio, come oggi; come oggi la sua folla scendeva nelle
acque sacre a meditare il mistero del divenire.
Un’altra piattaforma che si protende sul fiume: un’altra serie di roghi; ma son quasi deserti in questa stagione
salutare. Quale carname in fiamme deve fornire a queste rive l’ora della peste!
Approdiamo. Due cadaveri sono in molle nel fiume, legati ad una corda, fluttuanti nel sudario candido per l’ultima
abluzione di rito. Un altro finisce di ardere, irriconoscibile ormai; solo i due piedi si protendono fuori delle
fiamme, contratti, le dita divaricate come in uno spasimo estremo: saranno gettati nelle fiamme per ultimi, poichè
è consuetudine di lasciare i piedi fuori del rogo, rivolti verso il fiume, simboleggianti l’ultimo avvio. Questi
roghi non sono grandiosi.
La nostra fantasia immagina cataste eccelse, nubi avvolgenti ogni cosa in vortici odorosi, cerimoniali e preghiere
solenni: i roghi dei martiri e dei poeti. Nulla di tutto questo. Una semplicità che sa lo squallore. I roghi sono
piccoli, simili a lettucci, a fornelli in cemento, appena capaci d’un corpo umano, e il legno si direbbe misurato
con parsimonia, in questo paese delle grandi foreste! E negli addetti, quale frettolosa indifferenza! Ecco: il
cadavere è tolto dal fiume con una specie di barella a grate, è disteso sul letto di cemento tra due strati di
legno sottile: un indù versa una piccola latta d’olio resinoso, un altro accende. Il rogo avvampa, e ai quattro
lati i quattro necrofori in giubba e turbante candido vigilano la cremazione, armati ognuno di una lunga spatola
ricurva con la quale respingono i tizzi crepitanti; lo spettacolo è misero, profanatore; i quattro messeri in
bianco, chini sul braciere modesto, con quei cucchiai singolari, mi fanno pensare a quattro cuochi affaccendati, e
non hanno nulla di tragico. Ma è qui, come altrove, la completa indifferenza degli indiani per la salma, la nessuna
venerazione pel corpo quando l’anima s’è involata per sempre. Una sola cura frettolosa, darlo alle fiamme,
ritornarlo al nulla al più presto. Intorno ad ogni rogo, poco distante, ricorre un sedile di granito ricurvo dove
siede la famiglia del defunto. Ma nessuna lacrima, nessun commiato straziante; i congiunti assistono
all’incenerimento per vigilare che il rito sia compiuto esattamente, che il legno sia sufficiente, che tutta la
cenere sia data al fiume.
Un terzo cadavere è giunto. Un fanciullo di forse dodici anni, bellissimo, falciato dalla morte d’improvviso,
poichè il volto ha la calma del sonno placido e il braccio oscilla pendulo e la testa dalle chiome bluastre
s’arrovescia sulla spalla dei portatori non per anco irrigidita. Un uomo – il fratello forse – una donna ancora
giovane – forse la madre – assistono all’opera, scambiano con gli addetti poche sillabe, discutendo certo sulla
resina che la donna annusa e trova di qualità molto buona. E il piccolo attende resupino sulla catasta, il profilo
perfetto fatto più delicato dal sonno senza risveglio, le frangie tenebrose delle palpebre solcate dallo smalto
candido dell’occhio socchiuso. Non so che dolore indefinibile mi stringa il cuore fissando quel volto adolescente,
fissando l’altro volto di vegliardo che già le fiamme disfanno. Forse riconosco nell’uno e nell’altro – attraverso
le remote analogie d’un’unica stirpe – i volti di fanciulli e di vecchi che mi furono cari. Noi amiamo il volto,
questo specchio dell’io; amiamo le rughe, la canizie dei vecchi, i capelli biondi, gli occhi sereni dei bimbi. Non
possiamo concepire il ritorno d’un caro defunto senza il suo volto, il suo sorriso, la sua voce. La nostra
religione (con un dogma tra i più medievali e puerili, è vero, ma che mi piace non discutere), soddisfa questa
nostra illusione promettendoci la resurrezione della carne.
Come costoro sono lontani da noi! Prima di nascere, prima di morire si sono già detto addio. Si sono rassegnati
serenamente, dai tempi dell’origine ariana, a questa disperata certezza “Nulla è; tutto diviene. L’io ed il non io
sono il frutto d’una mera illusione terrestre”. Perchè se così non fosse sarebbe mostruosa, rivoltante la calma di
questa giovane madre che compone tra le braccia del fanciullo il piccolo elefante d’ebano, il mulino minuscolo, un
rotolo di carte: preghiere forse, o forse quaderni di scolaretto diligente! e tutto questo fa senza una lacrima,
senza che una fibra del suo volto abbia un sussulto! Certo costei è una bramina compiuta, migliore assai di
quell’altra madre, quella Marayana citata nei sacri testi che si strappava le chiome, ululando sul cadavere del suo
unico figlio. E i yogi – si racconta – cercavano invano di richiamarla alla verità, di strapparla al demone
dell’illusione. E tanto era lo strazio della donna che, per il potere d’un fachiro, l’anima ritorna al cadavere già
disteso sul rogo. E la madre si getta sul resuscitato, folle di gioia. Ma il principe giovinetto s’alza sulla
catasta, respinge la donna con un gemito, si guarda intorno sbigottito, dice: “Chi mi chiama? Chi mi strazia? Dove
sono? Chi ha spezzato in me l’armonia della Ruota? In quale delle innumerevoli apparenze del mio passato mi ebbi
per madre questa forsennata? Portatela dall’esorcista! Mara, il tentatore, ulula in lei!”. Così parlato il giovine
ricade resupino e l’anima s’invola nell’ineffabile. La madre, la marayana Kritagma, fu quella che andò penitente
fino ad Anuradhapura, nel centro di Ceylon, la Roma buddista, ed ebbe la grazia somma d’essere illuminata da Gotamo
in persona, come racconta il poeta Kalidasa…
***
La fine. Gozzano non partecipa alla prima guerra mondiale: sottoposto a visita medica viene riformato a causa delle
sue cattive condizioni di salute.

Di ciò il poeta si dorrà, ma la sua posizione nei confronti del conflitto non può esser definita né come
interventista né come neutralista.

Anzi la lirica “pioggia d’agosto”, contenuta nell’opera “colloqui” fa ritenere il poeta piuttosto lontano dalle
posizioni più radicalmente nazionaliste
***
LETTURA N. 5 DA “COLLOQUI” (1911)
Pioggia d’agosto

Nel mio giardino triste ulula il vento,
cade l’acquata a rade goccie, poscia
più precipite giù crepita scroscia
a fili interminabili d’argento…
Guardo la Terra abbeverata e sento
ad ora ad ora un fremito d’angoscia…

Soffro la pena di colui che sa
la sua tristezza vana e senza mete;
l’acqua tessuta dall’immensità
chiude il mio sogno come in una rete,
e non so quali voci esili inquiete
sorgano dalla mia perplessità.

«La tua perplessità mediti l’ale
verso meta più vasta e più remota!
È tempo che una fede alta ti scuota,
ti levi sopra te, nell’Ideale!
Guarda gli amici. Ognun palpita quale
demagogo, credente, patriota…

Guarda gli amici. Ognuno già ripose
la varia fede nelle varie scuole.
Tu non credi e sogghigni. Or quali cose
darai per meta all’anima che duole?
La Patria? Dio? l’Umanità? Parole
che i retori t’han fatto nauseose!…

Lotte brutali d’appetiti avversi
dove l’anima putre e non s’appaga…
Chiedi al responso dell’antica maga
la sola verità buona a sapersi;
la Natura! Poter chiudere in versi
i misteri che svela a chi l’indaga!»

Ah! La Natura non è sorda e muta;
se interrogo il lichène ed il macigno
essa parla del suo fine benigno…
Nata di sé medesima, assoluta,
unica verità non convenuta,
dinanzi a lei s’arresta il mio sogghigno.

Essa conforta di speranze buone
la giovinezza mia squallida e sola;
e l’achenio del cardo che s’invola,
la selce, l’orbettino, il macaone,
sono tutti per me come personae ,
hanno tutti per me qualche parola…

Il cuore che ascoltò, più non s’acqueta
in visïoni pallide fugaci,
per altre fonti va, per altra meta…
O mia Musa dolcissima che taci
allo stridìo dei facili seguaci,
con altra voce tornerò poeta!
***
Tra il 1915 ed il 1916, oltre a numerosi articoli apparsi su diversi giornali dell’epoca vanno segnalati:
• dei frammenti poetici sulle farfalle che avrebbe dovuto divenire un poemetto entomologico;
• un film sulla vita di San Francesco, di cui aveva studiato la storia basandosi su Dante e sui fioretti;
• alcuni poemetti d’ambientazione indiana che fanno supporre che il poeta inclinasse verso le filosofie orientali;
• fiabe e favole infantili apparse sul Corriere dei Piccoli.

Improvvisamente, però, il 16 luglio 1916 la tisi che l’affligge da tempo gli provoca una crisi: è ricoverato
all’ospedale protestante di Genova, poi, assistito dalla sorella Erina, si trasferisce a torino dove si spegne il 9
agosto.

Ha solo 32 anni.
Tra coloro che ne ricordano l’opera si segnala un giovane Antonio Gramsci che sull’Avanti! scrive:
il Gozzano è, secondo l’autore dei Quaderni dal carcere “il primo poeta italiano che sedendosi a tavolino non
imboccasse gli oricalchi dei furori eroici e dimenticasse la storia”.

Le opere.

In vita il Gozzano ha licenziato solamente tre volumi:
• La via del rifugio, (1907);
• I colloqui (1911);
• I tre talismani, (1914).
Postumi vengon pubblicati in tre anni “altri quattro volumi di prose in larga misura predisposti dall’autore”,
• La principessa si sposa. (fiabe, 1917);
• Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India (1912-1913), con Prefazione di Giuseppe Antonio Borgese
• il ritratto dell’autore, (1917);
• L’altare del passato, (1918);
• L’ultima traccia. Novelle, (1919).

Sono pubblicati, in fine, volumi che raccolgono tutte le poesie.

PIER LUIGI GIACOMONI