GRAN BRETAGNA. TRIONFA JOHNSON E LA BREXIT E’ SICURA
(20 Dicembre 2019)

LONDRA. Le elezioni parlamentari generali del 12 dicembre scorso hanno consacrato come leader Boris Johnson che ha acquisito una maggioranza schiacciante ai Comuni e messo in crisi sia i Laburisti che i Liberaldemocratici.

Altra conseguenza: la Brexit, ossia l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea è, salvo sorprese, sicura: col 1° febbraio 2020 Londra non farà più parte dei 28 ed intraprenderà una strada autonoma.

Sul raggiungimento di quest’obiettivo il Premier britannico aveva puntato tutte le sue carte al punto d’aver imperniato su di esso l’intera campagna elettorale con lo slogan ripetuto fino alla noia «Let’s get Brexit done»: un motto che ha convinto anche molti elettori laburisti nelle Midlands e nelle contee dell’Inghilterra settentrionale, ai confini con la Scozia, a votare a sorpresa per i candidati tories, facendo perdere a Jeremy Corbyn seggi che i Labours controllavano anche da cent’anni.

Già nel 2016 questi elettori si erano schierati massicciamente per il “Leave”, imputando all’UE la progressiva deindustrializzazione delle loro aree e la perdita di posti di lavoro. Ora hanno dato credito alle promesse del Primo Ministro che prevede d’investire nelle infrastrutture e nel Servizio Sanitario Nazionale (NHS) fino a 34 miliardi di Sterline da ora fino al 2024.

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I RISULTATI.

I VINCITORI.

In generale, come detto, il vero vincitore della contesa elettorale è stato il Partito Conservatore che ha conquistato 365 seggi sui 650 che compongono la Camera dei Comuni.

I Tories hanno migliorato la scadente performance del 2017 quando ottennero solo 318 seggi e dovettero negoziare un patto di coalizione col DUP, partito unionista protestante nordirlandese, per poter governare in solitudine. I rapporti con gli Unionisti si sono col tempo deteriorati ed ora Johnson potrà fare a meno di loro.

I Conservatori sono cresciuti prepotentemente in Inghilterra dove hanno raccolto il 47% dei voti popolari ed hanno conquistato 345 seggi su 533: in altre aree i Blues hanno fatto registrare perdite, (in Scozia ad esempio hanno perso 7 seggi), ma nella regione più grande e popolosa del Regno hanno fatto man bassa di voti e deputati.

In Scozia i grandi vincitori sono stati i nazionalisti dell’SNP che ha recuperato il pessimo risultato del 2017: allora gli “Yellows” avevano vinto 35 seggi su 59, stavolta ne hanno accumulati 48 lasciando le briciole agli altri. Ciò ha spinto il Primo Ministro di Edimburgo Nichola Sturgeon ha rivendicare la prossima celebrazione d’un secondo referendum per l’indipendenza della regione settentrionale.

Londra però ha risposto che non se ne parla prima del 2039.

In Irlanda del Nord la giornata del 12 dicembre ha segnato l’avanzata di due piccoli partiti: l’SDLP e l’Alleanza che sta cercando di farsi largo nell’opinione pubblica predicando la fine del voto settario: finora infatti nelle sei contee dell’Ulster cattolici repubblicani e unionisti protestanti si limitano a mobilitare i propri specifici elettorati evitando i mescolamenti tra le diverse tribù.

L’Alleanza invece prova a gettar le basi di un futuro non settario e di una gestione condivisa del governo della regione.

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GLI SCONFITTI.

Nettamente battuti i Laburisti che perdono 59 seggi e più di otto punti percentuali in voti.

In Inghilterra i Labours scendono a 180 mandati e possono soltanto consolarsi del discreto risultato del Galles dove eleggono 22 Mp su 40.

Disastroso il risultato in Scozia dove una volta i “Reds” avevano una delle loro roccaforti: stavolta riescono ad eleggere un solo Mp, pallido ricordo dei fasti del passato.

Anche i Liberaldemocratici escono dallo scrutinio polverizzati: disporranno di solo 11 Mp, eletti tra Inghilterra e Scozia, ma spariscono dalla rappresentanza parlamentare del Galles.

In Irlanda del Nord perdono voti sia gli Unionisti protestanti sia lo Sinn Féin: i primi oggi valgono complessivamente il 41% dell’elettorato e sono riusciti ad eleggere solo 8 deputati (-2), mentre lo Sinn Féin che nel 2017 aveva ottenuto il 28% è sceso al 22% delle preferenze popolari.

Comunque nella provincia i protestanti sono una robusta minoranza, cosa che potrebbe spingere i repubblicani fautori dell’unificazione delle due Irlande a promuovere un referendum che potrebbe avere un esito positivo superando la divisione creatasi quasi un secolo fa al momento della creazione dello Stato Libero d’Irlanda.

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LA BREXIT E’ SICURA.

Riaprendo i lavori del 58° Parlamento del Regno Unito la regina Elisabetta II ha indicato che l’obiettivo principale del suo governo è l’uscita del Paese dalla UE a decorrere dal 31 gennaio 2020. A tal proposito verranno presentati ben 7 progetti di legge per regolare i diversi aspetti della questione. In realtà col 1° febbraio si avvierà tra Londra e Bruxelles un complesso negoziato volto a determinare le future relazioni tra i due soggetti. I Brexiteers puri e duri vorrebbero che l?United Kingdom diventasse una specie di singapore europeo, un Paese cioè dove vigono le regole d’un capitalismo selvaggio, deregolamentato che fa dumping sociale e fiscale ad un’Unione che in questi anni mostra livelli di crescita vicini allo zero. I più moderati vorrebbero invece un accordo che consenta ai due soggetti di convivere senza farsi reciprocamente del male.

A febbraio inizierà comunque una fase transitoria che dovrebbe, salvo proroghe, concludersi a fine 2020 nel corso della quale dovrebbero essere stipulati accordi tra le due sponde della Manica.

PIER LUIGI GIACOMONI

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PS. Mentre scrivevamo queste note la Camera dei Comuni ha approvato in prima lettura l’EU (Withdrawal Agreement) Bill, con 358 voti contro 234 (una maggioranza di 124 voti, tra cui sei deputati laburisti).

Dopo la pausa natalizia Westminster prenderà in esame in dettaglio il testo legislativo, prima d’approvarlo in via definitiva.

Il testo adottato oggi prevede:

1. l’Uscita del Regno Unito dalla UE il 31 gennaio 2020;

2. il no ad un’ulteriore proroga del periodo transitorio oltre il 31 dicembre 2020, durante il quale l’UK sarà fuori dall’UE, ma dovrà applicare ancora numerose norme previste nella legislazione comunitaria.