GRAN BRETAGNA. ALLE URNE, ALLE URNE!
(21 APRILE 2017)

LONDRA. L’8 giugno prossimo, l’elettorato britannico sarà chiamato alle urne per eleggere un nuovo Parlamento.

Malgrado il Fix Term Act del 2011 preveda che solo in casi eccezionali si può ricorrere alle elezioni anticipate,
pratica diffusa prima di quella data, quando i Primi Ministri convocavano il popolo al voto quando, secondo loro,
era più conveniente, mercoledì scorso con 522 sì e 13 no la Camera dei Comuni, su proposta della Premier theresa
May, s’è autosciolta.
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Le motivazioni. Mrs. May rivolgendosi al Paese con un breve discorso sulla soglia del N. 10 di downing Street
martedì 18 aprile, ha ammesso d’aver deciso di chiudere la legislatura con «riluttanza». Motivando, però, la sua
scelta, ha aggiunto: «Il Paese sta unendosi, ma Westminster è divisa.»

Puntando il dito contro coloro che intendono ostacolare in qualunque modo la Brexit ha precisato:
«I laburisti hanno minacciato di votare contro l’accordo finale che raggiungeremo, I liberaldemocratici hanno detto
di voler inceppare il lavoro del governo, i membri non eletti della Camera dei Lords hanno promesso di combatterci
a ogni passo del cammino.»

Per non parlar degli scozzesi, pronti ad uscire dal regno ed a proclamare l’indipendenza.

Per tutte queste ragioni, il Primo Ministro ha deciso di rivolgersi direttamente al popolo per chiedere un mandato
forte che metta a tacere la promessa guerriglia parlamentare,non solo delle opposizioni, ma anche dell’ala dura dei
Tories che scalpita per avere una Brexit rapida e teme che il governo invece voglia annacquarla.
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Gli obiettivi. Non tutti gli obiettivi veri di questa decisione sono stati dichiarati, ma l’amministrazione di
Theresa May è affetta da alcuni peccati d’origine che finora ne hanno certificato un’intrinseca debolezza.

In primo luogo, per il Primo Ministro è indispensabile ottenere un mandato pieno prima che emergano i contraccolpi
economici della Brexit che per ora non si sono manifestati, perché in sostanza, dal 23 giugno 2016 ad oggi,non è
successo quasi nulla.

In secondo luogo, è necessario per lei consolidare la sua leadership: non dobbiamo dimenticare, infatti, che Mrs.
May, come ha di recente velenosamente rilevato la collega scozzese Nichola Sturgeon, non è mai stata eletta da
nessuno, se non da coloro che nel suo collegio, l’anno mandata ai Comuni.
May, infatti, è divenuta tacitamente leader dei conservatori, e quindi Primo Ministro, per mancanza d’avversari il
13 luglio 2016, dopo le dimissioni rassegnate da David Cameron.

In terzo luogo, se l’8 giugno otterrà una piena vittoria potrà formare un Ministero dove la componente eurofobica
potrà venir in parte ridimensionata, consolidando la linea d’una Brexit morbida nei tempi e nei modi.

Com’è noto, infatti, al Regno Unito interessa concludere con Bruxelles un accordo che favorisca il libero scambio
tra le due parti ed ai 27 interessa garantire adeguata protezione ai lavoratori comunitari che operano in Gran
Bretagna.

Sul piano parlamentare al Primo Ministro interessa ottenere una robusta maggioranza ai Comuni, onde scongiurare
ribellioni di deputati, quando si dovrà ratificare l’accordo sulla Brexit e dovrà esser modificata la legislazione
comunitaria di cui Londra si vuole disfare.

Per questo May ha iniziato la sua campagna elettorale attaccando frontalmente il leader laburista Jeremy Corbyn,
giudicato inadatto a divenire Premier per le sue posizioni notevolmente radicali.

Non a caso la leader dei Verdi, Carolyn Lucas ha proposto in questi giorni un fronte comune tra Labour, Libdems ed
altre forze politiche per evitare una “valanga azzurra”.

Da ultimo, May spera di guadagnare qualche seggio anche in Scozia ridimensionando la leadership del locale partito
Nazionale che nel 2015 conquistò tutti i seggi assegnati alla regione, tranne tre.

Se quest’obiettivo fosse centrato, verrebbero anche ridimensionate le rivendicazioni indipendentiste di Edimburgo e
si allontanerebbe la prospettiva d’un secondo referendum secessionista in scozia.

Non è affatto detto che tutte le finalità esplicite ed implicite qui elencate vengano centrate, anzi non possono
essere esclusi colpi di scena.

Il ricorso ad elezioni anticipate è frequente nella storia britannica,ma è già accaduto che un leader dato per
favorito all’inizio della campagna elettorale, finisca per esser sconfitto: nel 1970, ad esempio, il laburista
Harold Wilson convocò l’elettorato con un anno d’anticipo, perché i sondaggi lo davano in vantaggio sui suoi
rivali. All’apertura delle urne risultò però che aveva perso.

Perciò, solo dopo l’8 giugno sarà chiaro se l’iniziativa del Primo Ministro britannico si è rivelata un azzardo,
come lo fu il non necessario referendum del 23 giugno, o un blitz pienamente riuscito.

PIER LUIGI GIACOMONI