GERD, EGITTO E SUDAN SUL PIEDE DI GUERRA PER L’ACQUA DEL NILO
(30 Luglio 2020)

IL CAIRO. Egitto e Sudan sono sul piede di guerra a causa della decisione etiopica di riempire l’invaso della Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd), una diga che dovrebbe raccogliere le acque del Nilo: Quando quest’opera sarà a regime – temono i governi del Cairo e di Khartum – calerà il livello del grande fiume pregiudicando le piene che da secoli alimentano l’agricoltura di questi due Paesi dell’Africa nord-orientale.

L’ultima tornata di negoziati tra i governi delle tre nazioni non è andata bene, anche se forse le trattative riprenderanno presto.

Di conseguenza, il Ministro etiopico per le Risorse Idriche, Seleshi Bekele, ha dichiarato in TV che verranno avviate le operazioni di riempimento del bacino. Secondo Al Jazeera,
la decisione dell’Etiopia «scatenerà le proteste di Egitto e
Sudan, che dipendono dalle acque del Nilo».

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IL NILO VITALE PER L’EGITTO

Già Erodoto nelle Storie (V sec. a. C.) definiva l’Egitto un dono del Nilo perché grazie alle sue piene che avvengono regolarmente d’estate, fertilizza col proprio limo le terre agricole: così gli Egiziani potevano e possono sfamarsi producendo grano ed orzo, allevare gli animali e vestirsi coltivando cotone e lino.

L’antica civiltà egizia non sarebbe esistita senza questa importante risorsa che i Faraoni per secoli continuarono a garantirsi con periodiche guerre contro i popoli della Nubia (l’odierno Sudan) e dell’Etiopia.

Per i Romani l’Egitto era il “granaio dell’impero” ed Augusto lo trasformò in una provincia imperiale direttamente controllata da suoi emissari e sottratta al governo di proconsoli di nomina senatoriale: grazie al frumento egiziano i Cesari potevano garantire le periodiche distribuzioni gratuite di farina che tenevano calme le plebi dell’Urbe.

Il Nilo, uno dei fiumi più lunghi al mondo nasce tra burundi e ruanda e nel suo primo tratto si getta nel Lago vittoria (68mila kmq.), poi risale il continente fino a giungere in Etiopia,alimentando nel suo percorso diversi laghi.

In Etiopia avviene l’incontro tra il Nilo Bianco e l’Azzurro ed il fiume assume le enormi dimensioni che avrà fino alla foce a delta sul Mediterraneo.

Tra la primavera e la prima parte dell’estate, il fiume si alimenta con le precipitazioni che interessano l’Africa orientale (stagione primaverile delle piogge) e quindi a luglio raggiunge il suo livello massimo di portata d’acqua.

In antichità, i sacerdoti misuravano il livello del fiume e stabilivano se l’annata sarebbe stata buona, mediocre o cattiva: era proprio nei mesi delle piene che i contadini venivano impiegati per la costruzione delle piramidi, perché durante le alluvioni non c’era nulla da fare nei campi, invasi com’erano dall’acqua e dal fango.

Poi, una volta rientrato nel proprio alveo, il Nilo permetteva le semine che conducevano ai raccolti dell’anno successivo.

I Faraoni, dal canto loro, dovevano prestar molta attenzione alle piene del Nilo perché una o più annate di scarsità, oltre che provocar carestie, avrebbero anche determinato la loro caduta ed il probabile avvento d’un successore: i sacerdoti infatti consideravano un atto di sfiducia degli dèi verso il monarca un Nilo quasi in secca.

Così, la costruzione della GERD da parte del governo etiopico innervosisce molto i regimi egiziano e sudanese.

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LA GERD.

La costruzione della diga Gerd, opera dell’azienda italiana Salini Impregilo (Webuild), è cominciata nel 2011. Al termine dei lavori, che sono stati completati per due terzi e sono costati finora oltre quattro miliardi di dollari, sarà la diga più grande dell’Africa, con la capacità di generare 6.450 megawatt di energia, più del doppio di quanto faccia oggi l’Etiopia (dove 65 su 110 milioni di abitanti [59,1% della popolazione] non hanno la corrente elettrica). In questo modo Addis Abeba spera di sostenere i suoi progetti di sviluppo economico e di industrializzazione e proporsi come esportatore d’elettricità nel resto della regione.

L’Egitto, invece, trae dal Nilo il 90% del suo approvvigionamento idrico, che è già inferiore ai suoi bisogni. Se la portata del fiume dovesse ridursi per colpa di un afflusso ridotto dal Nilo Azzurro, per Il Cairo sarebbe la crisi. Simili sono le preoccupazioni del Sudan che è nel pieno d’una problematica transizione tra il duro regime militare di Omar Hassan al Bashir e una fragile democrazia.

Il governo di Khartum sa che una crisi alimentare favorirebbe forse il ritorno al potere dell’esercito, mentre il Paese è pervaso da fiammate di violenza, come segnalano recentissimi massacri nella regione del Dar fur, teatro della pulizia etnica attuata nei primi anni duemila dalle milizie Janjaweed, al soldo della giunta allora al potere.

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I PRECEDENTI.

L’Egitto, il Sudan e il Regno Unito nel 1959 ignorano completamente le esigenze dell’Etiopia e degli altri Paesi africani attraversati dal corso del Nilo
quando pattuiscono un accordo sulla spartizione delle acque del grande fiume.

In base all’intesa, che Il Cairo ritiene tuttora valida, all’Egitto spettano 55,5 miliardi di metri cubi d’acqua mentre al Sudan ne vanno 18,5 miliardi.

Per i due Paesi arabi del Nord Africa gli altri possono contare su abbondanti piogge primaverili, ma tutta l’Africa Orientale, a causa dei mutamenti climatici lamenta frequenti siccità.

Nel 2015, i leader d’Egitto, Sudan ed Etiopia firmano una dichiarazione di principio per risolvere la disputa, ma il documento è vago e ognuno l’interpreta come crede meglio.

Uno dei punti più controversi è quanti anni debba metterci l’Etiopia a riempire il bacino sul Nilo Azzurro per non lasciare a secco gli altri.

Ancora: cosa si fa se per uno o più anni di seguito si verificano delle siccità?

Gli ultimi colloqui svoltisi ad inizio luglio sotto la mediazione dell’Unione Africana, non hanno prodotto, come detto, sostanziali risultati: tuttavia, la minaccia etiopica d’iniziare il riempimento dell’invaso è stata messa in atto solo in parte e le diplomazie hanno tenuto aperto un canale che dovrebbe riattivarsi quanto prima.

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ORGOGLIO NAZIONALE.

Ad ostacolare l’accordo, come spesso succede, sono le questioni di politica interna e di orgoglio nazionale.

Sui media etiopici e nei discorsi dei politici la diga assume un grande valore simbolico. Oltre a evocare nel nome l’idea di «rinascimento» e quindi di una nuova epoca di sviluppo e benessere, il progetto è presentato dall’attuale governo come una «diga etiope per gli etiopi».

Gli etiopi sono orgogliosi di aver raccolto da soli la maggior parte dei fondi per la Gerd e la diga è diventata un vessillo dei nazionalisti. Ogni ostacolo al progetto potrebbe scatenare reazioni distruttive e instabilità regionale. Non bisogna dimenticare che il paese sta vivendo grandi cambiamenti, anche al livello istituzionale, e che a volte le tensioni tra i vari gruppi etnici hanno dato origine a scontri violenti tra le comunità o tra gruppi di potere rivali all’interno della stessa etnìa, com’è successo dopo la morte del musicista e attivista oromo Hachalu Hundessa.

Gli stessi media di Addis Abeba se la sono presa con gli Stati Uniti che di volta in volta hanno cercato di mediare, accusati d’ingerirsi negli affari interni del Paese.

Infine, come spiega la rivista scientifica Nature, l’Etiopia ha fretta: ha solo un’occasione all’anno per riempire la diga e vuole sfruttare le piogge stagionali di luglio e agosto per farlo. In caso contrario, dovrebbe aspettare l’anno prossimo.

L’Egitto, invece, che si oppone al progetto fin dall’inizio, considera la diga una «minaccia alla sua stessa esistenza». Perciò Il Cairo ha fatto capire che potrebbe usare la forza per ristabilire un flusso regolare di acque come è accaduto per millenni.

Questa retorica bellicista, alimentata dal regime militare al potere DAL 2013, che tra l’altro sta spingendo il Paese ad intervenire nella guerra civile libica, porterà ad un’altra guerra per l’acqua?

Gli egiziani invieranno davvero aerei da combattimento sulla GERD per bombardarla, innescando la probabile reazione etiopica?

L’impressione generale è che non si arriverà a tanto: prima di tutto perché i colloqui non sono stati azzerati, ma solo sospesi, poi perché in realtà sono stati fatti alcuni passi in avanti verso un’intesa.

Si potrebbe, ipotizza qualcuno, stringere un accordo valido anche un anno solo, come fecero in passato India e Pakistan per il controllo delle acque del fiume Gange (1975): dopodiché Delhi ed Islamabad prorogarono la validità dell’intesa per tre, poi cinque ed infine trent’anni.

Intanto, il Ministro etiopico per le risorse idriche ha fatto sapere su twitter che «La costruzione della diga ha raggiunto il livello di 560 metri, contro i 525 dell’anno scorso. Il riempimento del bacino è dovuto alle forti piogge, l’afflusso supera il deflusso e si è creato naturalmente un ristagno. Resterà finché non comincerà il deflusso». E’ evidente il tentativo da parte delle autorità di Addis Abeba di gettar acqua sul fuoco nell’attesa che dal lavorìo delle diplomazie emerga un accordo accettabile per tutti.

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LE GUERRE PER L’ORO BLU.

Secondo un detto indiano, dopo quaranta giorni di digiuno si muore di fame mentre per la sete ne bastan quattro.

Per molte aree del mondo l’acqua, specialmente quella dolce (il 6%
sul totale delle risorse idriche del Pianeta), è una risorsa rara, da custodire gelosamente, da non sprecare ed in passato molte guerre sono state determinate dalla necessità di controllare importanti fonti di rifornimento.

Per i regni della Mesopotamia e dell’antico Egitto il controllo dei fiumi Tigri ed Eufrate da una parte e Nilo dall’altra era fondamentale per garantirsi il regolare approvigionamento di cibo.

I cinesi esercitarono nei secoli un ferreo controllo dei fiumi per irrigare i campi di riso,vitali per l’alimentazione della popolazione.

Ed oggi?

«finora – scrive La Stampa – sono documentati dalla Banca Mondiale ben 507 conflitti legati al controllo delle risorse idriche.»

Tra gli altri la guerra civile in Siria, in atto dal 2011, dove secondo molti esperti la sequenza di molti anni di siccità ha certamente contribuito allo scatenarsi della crisi.

Lo stesso conflitto mediorientale è in parte giustificato dal controllo delle acque: occupando il golan nel 1967 Israele ha messo le mani sulle sorgenti del fiume Giordano, in precedenza sotto la sovranità siriana, e ciò ha favorito lo sviluppo della modernissima agricoltura che rifornisce il mondo di agrumi.

La Turchia ha avviato la costruzione d’una diga al confine con la siria per convogliare nel proprio territorio le acque di Tigri ed Eufrate, i fiumi gemelli, per alimentare centrali idroelettriche e irrigare i campi.

La carenza d’acqua o il suo malgoverno è sicuramente una delle motivazioni che spingono tanta gente ad emigrare dall’Africa subsahariana verso l’Europa e il Nord America.

In conclusione, c’è da temere che nei prossimi decenni proprio la mancanza dell'”oro blu” possa ulteriormente destabilizzare gli equilibri mondiali, determinando ulteriori conflitti tra chi vuol metter le mani su questa risorsa vitale e chi vuol impedirglielo.

PIER LUIGI GIACOMONI