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ESSERE SCHIAVE NON E’ PACCHIA

luglio 5, 2018 • Pierluigi Giacomoni

ESSERE SCHIAVE NON E’ PACCHIA
(5 Luglio 2018

ROMA. Pochi giorni dopo il suo insediamento, il Ministro  italiano per l’Interno Matteo Salvini aveva dichiarato

che col suo arrivo al Viminale sarebbe finita «la pacchia» per i migranti, perché l’Italia sarebbe divenuto un

paese meno permissivo relativamente all’arrivo di rifugiati, richiedenti d’asilo e migranti in genere.

Pochi giorni dopo queste sconcertanti dichiarazioni, è uscita su Avvenire una lettera aperta firmata da due

Presidenti di associazioni che si occupano in modo particolare delle ragazze che vengono portate nel nostro Paese

per prostituirsi.

Già, perché vi è un altro orribile tributo che le giovani generazioni di africani pagano all’europa: quello del

meretricio: a fronte di una crescente richiesta da parte del “mercato”, ragazze, spesso minorenni, vengono

costrette con la forza a “battere” lungo i marciapiedi, finché non hanno pagato fino all’ultimo centesimo, il

debito fatto al momento della partenza.

Questo debito ovviamente si alimenta con interessi di tale entità da richiedere molti anni di sfruttamento.

Chi ci guadagna? le numerose mafie che si ingrassano con la tratta degli esseri umani.

Chi ci perde? Le ragazze che sono sfruttate, violentate, picchiate dai loro padroni.

Pubblico, qui di seguito integralmente, la lettera delle responsabili delle due associazioni umanitarie che si

battono contro la tratta e cercano di reinserire le ragazze in una vita normale.

PIER LUIGI GIACOMONI
***
Signor Matteo Salvini, ora che ha avviato il suo mandato di ministro dell’Interno ci sentiamo di renderle note

alcune evidenze scaturite dal nostro pluriennale lavoro a fianco delle persone immigrate, con specifico riferimento

alle giovani africane, in particolare nigeriane, vittime di tratta degli esseri umani a scopo di sfruttamento

sessuale – reato transnazionale qualificato dalle più importanti fonti normative internazionali quale reato contro

i diritti umani.
Le vicende che queste donne ci raccontano non possono certo essere descritte con il termine «pacchia» che lei ha

voluto utilizzare per una sommaria descrizione della qualità  di vita di migliaia di uomini, donne, bambine e

bambini costretti a lasciare il proprio Paese per l’indubitabile insostenibilità  della loro situazione dovuta a

ingiustizie, povertà, corruzione, impossibilità  di costruirsi un futuro, nonché a motivo di conflitti armati.
Fattori in cui l’Occidente ha enormi responsabilità.
Vorremmo soffermarci sulle storie delle giovani e giovanissime, sempre più spesso minorenni, che arrivano nelle

nostre città.
Il viaggio inizia con la promessa di un lavoro onesto e una vita migliore per loro e le loro famiglie, quasi sempre

assai numerose.
Promessa che, nell’isolamento dei villaggi e in una situazione deprivante, le giovani accettano con speranza ed

entusiasmo.
Durante il lungo percorso nel deserto prende invece corpo il meccanismo di sottomissione.
Le speranze si infrangono in Libia, dove sono costrette a prostituirsi quasi sempre con violenze fisiche e

psicologiche in “Connection Houses” gestite dalla mafia nigeriana con la mala libica.
Quando finalmente le ragazze si imbarcano e giungono sulle coste italiane, trovano ad attenderle la ‘maman’ o altri

esponenti della mafia nigeriana pronti a farle prostituire per gli italiani.
Il patto è unilaterale, le condizioni nette: se la ragazza non darà  all’organizzazione tutti i guadagni, a

copertura di un millantato credito di decine di migliaia di euro, verrà  uccisa come potranno esserlo i familiari

in patria.
Strozzata dalla paura e ricattata, ognuna diventa emblema della sistematica violazione dei diritti umani e di una

profonda ineguaglianza.
Per intervenire contro tali ingiustizie è impensabile colpire chi ne è vittima.
Per rendere un Paese accogliente, inclusivo, rispettoso delle vittime di questi soprusi non si può tuonare contro i

“clandestini” senza conoscere le situazioni da cui provengono e chi sono coloro che hanno organizzato il viaggio.
L’Italia è stato il primo Stato europeo a comprendere il meccanismo del traffico di esseri umani.
Fin dal 1998 la legge 286 (la “Turco-Napolitano”) ha previsto percorsi di sostegno e inserimento sociale per

persone sfruttate e abusate.
Il permesso di soggiorno “ex articolo 18” ha rappresentato, e rappresenta, una pratica di eccellenza che l’Ue tenta

di replicare.
Non possiamo tornare indietro.
Tanto più che le pratiche a sostegno delle “trafficate” moltiplicano le indagini contro i trafficanti coordinate

dalla Dda.
Le organizzazioni che si occupano dei migranti e delle migranti in difficoltà  hanno maturato esperienze di

altissimo livello, importanti per restituire alle persone diritti imprescindibili e veicolare messaggi di

accoglienza.
I fondi stanziati per gli interventi umanitari provengono dalla Commissione europea, a riconoscimento del ruolo

centrale del-l’Italia.
Perché allora raccontare agli italiani che quei fondi sono sottratti alle politiche sociali destinate ai nativi?

Signor ministro, cosa può portare di buono aizzare una guerra tra poveri?
Come enti e associazioni da molti anni impegnati a liberare migliaia di donne, schiavizzate per migliaia di

italiani che di giorno o di notte le comprano e le ributtano sulla strada come merce “usa e getta”, è nostro dovere

spiegare forte e chiaro lo stato reale delle situazioni.
Ed è altrettanto chiaro dovere delle istituzioni ascoltare chi ha competenze solide sui temi sociali.
Dunque è anche un suo dovere, signor ministro.
Grazie per l’attenzione.
Suor Eugenia Bonetti, Presidente Ass. “Slaves no more”
Oria Argano, Presidente “BeFree” Cooperativa Sociale

(da “Avvenire” – 6 Giugno 2018)

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