ESISTE IL MANUALE CENCELLI?
(25 Gennaio 2021)

ROMA. Esiste il manuale Cencelli? E’ Un’espressione giornalistica? un testo effettivamente redatto da un tal Cencelli? Un’invenzione che tuttavia aleggia nella nostra vita ed è più reale del reale?

Secondo alcuni, “Manuale Cencelli” è solo un modo di dire dei giornalisti parlamentari: designa la pratica d’assegnare ruoli politici e governativi ad esponenti di vari partiti o correnti in proporzione al loro peso.

L’espressione viene spesso usata in senso ironico o dispregiativo, quando si effettuano nomine e si osserva che il prescelto è riconducibile ad una determinata forza politica o ad una corrente più o meno organizzata all’interno d’un partito.

In realtà, un Cencelli nella storia d’Italia è esistito: Massimiliano Cencelli (1937) è un ex funzionario della Democrazia Cristiana, che in un’intervista rilasciata nel 2003 ad Avvenire spiega come nasce il manuale che porta il suo nome:

«Nel 1967 – dichiara – Sarti,[1] con Cossiga[2] e Taviani,[3] fondò al congresso di Milano la corrente dei “pontieri”, cosiddetta perché doveva fare da ponte fra maggioranza e sinistra. Ottenemmo il 12% e c’era da decidere gli incarichi in direzione. Allora io proposi: “se abbiamo il 12%, come nel consiglio di amministrazione di una società gli incarichi vengono divisi in base alle azioni possedute, lo stesso deve avvenire per gli incarichi di partito e di governo in base alle tessere.” Sarti mi disse di lavorarci su. In quel modo Taviani mantenne l’Interno, Gaspari[4] fu Sottosegretario alle Poste, Cossiga alla Difesa, Sarti al Turismo e spettacolo. La cosa divenne di pubblico dominio perché durante le crisi di governo, Sarti, che amava scherzare, rispondeva sempre ai giornalisti che volevano anticipazioni: “chiedetelo a Cencelli”».
(Massimiliano Cencelli, intervista su Avvenire del 25 luglio 2003).

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IL MANUALE ESISTE?

Oltre ad essere un’espressione gergale però, il “manuale Cencelli” è una specie di leggendario meccanismo basato su formule algebriche, apparentemente inventato durante la cosiddetta Prima Repubblica con l’obiettivo di spartire equamente gli incarichi di governo – ognuno con un’importanza diversa – in base al peso elettorale di ogni singolo partito o corrente.

Non è chiaro se il “manuale” esista concretamente: non è mai stato pubblicato e si dice sia circolato sotto forma di pamphlet tra i dirigenti politici dell’epoca. Secondo alcuni, è una serie di appunti e di modelli di calcolo, ma altri credono che sia un testo codificato e ben preciso: il giornalista Renato Venditti, all’inizio degli anni Ottanta, dedica all’argomento ed alle sue applicazioni pratiche un libro pubblicato da Editori Riuniti.

Stando al “manuale Cencelli”, ogni posto di governo ha un valore, un peso, calcolato dal punto di vista qualitativo, cui viene assegnato un certo punteggio:
• il ministero dell’Interno non ha lo stesso valore del ministero della Cultura;
• il Ministero delle Poste e Telecomunicazioni pesa parecchio perché, sostiene Cencelli «poteva assumere un sacco di persone che poi avrebbero ricompensato con il voto»).

• I posti di sottosegretario sono ripartiti secondo il principio generale che un ministro “vale” due sottosegretari e mezzo.

E’ anche previsto un equilibrio nella rappresentanza geografica in modo che siano presenti nel governo tutte le regioni in rapporto alla quantità di voti raccolti, ad esempio dalla DC, nelle diverse parti d’Italia.

Gli incarichi ministeriali e sottosegretariali , poi, son assegnati a seconda della percentuale dei voti ottenuta dai partiti e le correnti interne: esse se li spartiscono in proporzione alle tessere detenute dai rispettivi capi corrente.

Così, dopo ogni congresso della DC sovente avviene una crisi di governo che si conclude con la riassegnazione dei portafogli ministeriali tenendo conto degli equilibri emersi alla fine delle assise nelle votazioni per il consiglio nazionale, il parlamentino del partito.

Spiega un articolo apparso su La Stampa del 1974:

«Cencelli aveva realizzato un lavoro perfetto: aveva calcolato la forza di ogni corrente tenendo conto delle percentuali ottenute ai congressi (queste cifre le aggiorna periodicamente) e aveva poi diviso in categorie di importanza decrescente i posti appetibili: i ministeri sono ripartiti in “grossissimi”, in “grossi”, “piccoli”, e “senza portafogli”. Tra i primi ci sono l’Interno, gli Esteri, la Difesa e il Tesoro da sempre in mani democristiane o eccezionalmente socialdemocratiche e repubblicane, ma mai affidati a un socialista. La distribuzione dei posti diventava un problema matematico. Tra due correnti di uguale forza, se una otteneva un ministero “grossissimo”, poteva avere, per esempio solo due sottosegretari. L’altra corrente, se otteneva un ministero di seconda categoria era compensata con un numero maggiore di sottosegretari, alcuni dei quali nei ministeri di prima categoria».

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LOTTIZZAZIONE.

Spinto all’eccesso questo meccanismo ha portato nella storia della “prima Repubblica” all’occupazione dello Stato, delle banche, degli enti pubblici, delle aziende a partecipazione statale e di molto altro da parte dei partiti e delle correnti che li costituiscono.

Lo denuncia, ad esempio, Enrico Berlinguer[5], in una celebre intervista concessa ad eugenio Scalfari nel luglio 1981[6]:

«I partiti non fanno più politica […] i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia.»
I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia[7] in Veneto, Gava[8] in Campania, Lattanzio[9] in Puglia, Andreotti[10] nel Lazio, De Mita[11] ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani[12] nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…»
[…] I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali.
[…] Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.»

Le inchieste condotte negli anni Novanta dal pool di mani pulite che portano al crollo del sistema di potere della “prima Repubblica” confermano le dichiarazioni di Berlinguer: sono gli effetti di quel “manuale” che ancora oggi tanto influenza la politica nel nostro paese: la lottizzazione è praticata a molti livelli ed è il combustibile che anima il conflitto politico incessante tra le diverse forze in campo.

PIER LUIGI GIACOMONI

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NOTE:

[1] Adolfo Sarti (1928-1992): Esponente di punta della DC, eletto in Piemonte, in particolare a Cuneo, più volte deputato e senatore, è stato membro di numerosi governi, ma mai presidente del Consiglio.
E’ stato Ministro per la Difesa, la Pubblica istruzione e la Giustizia.
[2] FRANCESCO Maurizio Cossiga (1928-2010): esponente di punta della DC, nativo di Sassari, è stato più volte sottosegretario, Ministro, Presidente del Consiglio (1979-1980) e Presidente della Repubblica (1985-1992).
[3] Paolo Emilio Taviani (1912-2001): esponente di punta della DC ligure è stato membro dell’assemblea costituente e poi deputato e senatore, ma non ha mai ricoperto l’incarico di presidente del consiglio.
E’ stato tra l’altro Ministro della difesa e dell’Interno. Nel 1992 è nominato senatore a vita.
[4] Remo Gaspari (1921-2011): esponente di punta della DC abruzzese, è sottosegretario e ministro in numerosi governi tra gli anni 60 e gli 80.
[5] Enrico Berlinguer (1922-1984): d’origine sarda, diviene segretario Generale del PCI nel 1972, rimane in carica fino alla morte.
[6] cfr. Dove va il PCI? Intervista a Berlinguer, da La Repubblica, 28 Luglio 1981 ora in www.enricoberlinguer.it
[7] Antonio Bisaglia (1929-1984): esponente di punta della DC veneta, ricopre negli anni 70 numerosi incarichi ministeriali, mai la presidenza del Consiglio.
E’ stato ministro dell’agricoltura, delle partecipazioni statali e dell’industria in diversi governi.
[8] Antonio Gava (1930-2008): esponente di punta della DC campana, figlio del più volte ministro Silvio Gava, ha ricoperto la carica di Ministro dell’Interno, mai la Presidenza del Consiglio.
[9] Vito Lattanzio (1926-2010): esponente di punta della DC barese, è stato più volte ministro, mai presidente del Consiglio.
Ministro della difesa nel terzo governo Andreotti è costretto a dimettersi dopo che dall’ospedale militare del Celio a Roma fugge il criminale di guerra Herbert Kappler (1977).
[10] Luigi Ciriaco De Mita (1928): esponente di punta della DC irpina, è stato più volte ministro e poi presidente del consiglio tra il 1988 e l’89. attualmente è sindaco di Nusco (AV).
[11] Giulio Andreotti (1918-2010): esponente di punta della DC è stato sette volte Presidente del Consiglio. nel 1992 è nominato senatore a vita.
[12] Arnaldo Forlani (1925): è stato più volte segretario politico della DC. Ministro della difesa e degli Esteri in numerosi governi, ha ricoperto la Presidenza del Consiglio tra l’ottobre 1980 e il maggio ’81.