ELEZIONI AMMINISTRATIVE IN LIBANO
(12 maggio 2016)

BEIRUT. Ricordate il Libano? Negli anni Settanta ed Ottanta non passava giorno che non giungessero da quel piccolo Paese, circa 10.000 kmq di superficie, incastonato fra Israele e Siria, notizie drammatiche di scontri, massacri, sparizioni. Poi alla fine degli anni Ottanta, una pace precaria ha fatto inserire il paese dei cedri nell’orbita siriana.

Il Libano, però, è oggi travagliato da notevoli problemi:
– oltre 1,5 milioni di rifugiati siriani sono stati accolti all’interno del Paese, in aggiunta ai profughi palestinesi che da decenni vivono nei campi di raccolta;
– il parlamento da due anni non riesce ad eleggere un nuovo Presidente della repubblica, stante il disaccordo tra i due principali candidati cristiani Samir Geagea e Michel Ahoun;
– Beirut per mesi è stata sommersa dai rifiuti e si sono svolte diverse manifestazioni di protesta contro la corruzione politica e l’incapacità delle autorità di metter fine ad un lunghissimo sciopero dei netturbini.

Malgrado tutto ciò, nei giorni scorsi nella capitale e nella valle della Bekaa (ve la ricordate?), si sono tenute le elezioni amministrative: erano sei anni che non venivano rinnovati i poteri locali.

Si è trattato di un voto democratico, anche se si son registrati casi di compravendita di voti. I risultati, inoltre, evidenziano ancora una volta la suddivisione etnico-religiosa del Paese tra aree cristiane e musulmane.

«Nella capitale – riferisce il sito della radio Vaticana – ha vinto la “Lista
dei beirutini”, sostenuta dal primo ministro Saad al Hariri, che ha conquistato tutti i 24 seggi disponibili seppur con un’affluenza del 20 per cento.
Nell’area a maggioranza sciita in netto vantaggio, invece, il partito di Hezbollah insieme a quello di Amal, anch’esso sciita. Nessun seggio, invece, per “Beirut Madinati”, la lista civica di opposizione formata da giovani attivisti e professionisti, che è nata sulla scia delle proteste contro la cattiva
gestione dei rifiuti nella capitale del Paese.»

In Libano si aspetta da due anni l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, dopo la fine del mandato di
Michel Suleiman nel maggio del 2014: per ben 36 volte il Parlamento monocamerale si è riunito per scegliere il nuovo capo dello stato, ma non è mai stato raggiunto il quorum per rendere valida la seduta.

In base alla spartizione etnico-religiosa del Paese, sancita nel 1943 al momento dell’Indipendenza,il Presidente della Repubblica deve esser un cristiano, il Primo Ministro un musulmano sunnita, il Presidente della camera, uno sciita.

Secondo la Costituzione, rivista dopo la guerra civile (1975-1990) i seggi disponibili in Parlamento e nei consigli locali devon esser ripartiti in egual misura tra cristiani e musulmani, cosicché il Libano è un esempio, in un’area decisamente nevralgica, di collaborazione tra persone di diversa fede religiosa.

PIERLUIGI GIACOMONI