EDITORIALE: O ROMA O MORTE!
(9 Settembre 2016)

ROMA. «O Roma o morte!», era l’inquietante alternativa espressa da alcuni uomini del Risorgimento italiano che
ritenevano che l’Italia unita, per nessuna ragione al mondo, avrebbe mai dovuto e potuto rinunciare a roma, come
capitale eterna ed indivisibile.

Il movimento fascista, per dimostrare nel 1922 la propria capacità di prendere il potere, organizzò la “marcia su
Roma”, che sarebbe finita in un fiasco, come ci racconta Emilio Lussu, se il re avesse deciso, invece di
cincischiare vanamente, di decretare lo stato da’ssedio e mandare l’esercito contro i manipoli delle camicie nere.

Il Movimento Cinque Stelle ha puntato molte delle sue carte sulla conquista del Comune di Roma, come aperitivo
stuzzicante alla propria futura ascesa a Palazzo Chigi.

Roma, però, è una città difficile: quando l’esercito italiano la conquistò si generò la “questione romana”, ossia
il conflitto tra il nuovo Stato unitario ed il Papa, che rifiutò la legge sulle guarentigie ed intimò ai cattolici,
a tutti i cattolici, di non partecipare alla vita politica dell’Italia unita; il fascismo perse molte delle sue
piume rivoluzionarie una volta salito al potere; il Movimento Cinque Stelle deve ora dimostrare di avere cultura di
governo.

E’ proprio qui che le falle si vedono grandi come una casa ed è puramente autoassolutorio gridare al complotto dei
“partiti, dei media, dei poteri forti, delle forze occulte plutocratico-massoniche, per nascondere che sotto gli
slogan non c’è nulla.

Se è vero che le amministrazioni capitoline che sono passate possono aver commesso gravi errori e, di conseguenza,
la mission di governare la città è quanto mai impervia, se è immaginabile che certi “poteri forti”, detentori di
grossi interessi, cerchino di rendere la vita impossibile alla nuova giunta insediatasi solo da due mesi, non è
ammissibile che si scarichi sugli altri la propria incapacità d’uscire dagli slogan elettorali per calarsi nel
ruolo che l’elettorato ha affidato, per di più con quasi il 70% dei voti, a chi è stato eletto, sindaco e
consiglieri comunali.

Lo spaventoso melodramma che stiamo vivendo in questi giorni ricorda più il libretto di quelle opere liriche in cui
i protagonisti finiscono sempre per estremizzare ogni parola, ogni evento, per finirla con un’ecatombe generale da
cui si salva solo il maggiordomo.

Le ossessioni di un movimento, che si sta trasformando in partito, che talvolta è costretto a riunirsi in segreto
per dirsene quattro, che deve decidere se concedere al sindaco l’autonomia operativa che la legge gli assegna, le
piccole e grandi ripicche, gli odi, le guerre per bande, nascondono, a mio avviso, un vuoto programmatico
inquietante, che oggi riguarda roma, ma che domani potrebbe riguardare l’intero Paese.

Governare una metropoli come la capitale d’Italia, che è anche capitale mondiale del cattolicesimo, sede della FAO,
luogo che conserva un patrimonio di beni culturali unico al mondo, significa sporcarsi le maniche con dei problemi
immensi, non ripetere stancamente degli slogan che potevano esser buoni per vincere le elezioni, ma non servono a
reggere il peso d’una città difficile.

Governare non è attività per dilettanti allo sbaraglio, come ai tempi della Corrida, programma presentato per anni
da Corrado Mantoni in radio e tv, richiede studio, documentazione, capacità di dialogo e di ascolto anche di chi
non la pensa come te o è portatore di interessi legittimi.

Finora il Movimento Cinque Stelle, come altri populismi, ha soprattutto urlato, insultato, sbeffeggiato, ma è
mancato nella capacità storica di dare il suo contributo al rinnovamento dell’Italia e dell’Europa; finora è
sembrato, soprattutto, la riedizione in peggio di certi gruppuscoli della sinistra extraparlamentare degli anni
Settanta; finora è parso quasi comportarsi come quegli adolescenti a cui non va bene nulla, ma che non hanno nulla
da offrire di alternativo.
Peraltro, sull’immigrazione, sull’integrazione degli stranieri, abbiamo letto parole che sarebbero state bene in
bocca al sindaco Gentilini di Treviso, quello che sradicava le panchine perché così gli extracomunitari non ci si
potevano sedere.

Finora le cinque stelle hanno preferito fare opposizione senza se e senza ma, strizzando l’occhio a tutti i “no”
(in tedesco lo chiamano “nein partei”).

Ora, però, sono chiamate a governare la città più difficile d’Italia e forse una delle più complesse al mondo: da
lì si capirà se le stelle brilleranno di luce propria o si trasformeranno rapidamente in buchi neri.
Anche per loro, dunque, vale più che mai lo slogan «O Roma o morte!» così in voga quando si lottava per la
formazione dell’Italia unita.

PIER LUIGI GIACOMONI