EDITORIALE. PERCHE’ L’EX RIVOLUZIONARIO DIVENTA LEGHISTA?
(31 Gennaio 2021)

BOLOGNA. Un anno fa, una ragazza che conosco mi racconta meravigliata che un suo amico, che da giovane era radicalmente rivoluzionario, fattosi anziano, è diventato leghista.

Come mai, mi chiede, accadono queste metamorfosi?

La sua domanda mi è frullata in testa un anno: oggi voglio provare a rispondere, basandomi anche su quel tanto di documentazione acquisita in mesi di letture.

Anzitutto mi è venuta in mente una battuta di don Lorenzo Milani: in un suo scritto, che cito a memoria, rispondeva proprio a questa domanda nei termini seguenti: se uno da vecchio diviene reazionario, vuol dire che sotto sotto lo era anche prima, solo che non lo voleva dire perché gli pareva sconveniente.

Non è che uno da vecchio cambia in peggio – conclude don Lorenzo – semplicemente fa vedere esattamente ciò che è, mostra la propria vera natura.
(del resto, dicono i sondaggisti, spesso coloro che alle elezioni votano a destra non lo rivelano a chi li interpella perché in una certa misura si vergognano di dire pubblicamente ciò che poi intendon fare in segreto).

Non so se il punto di vista di don Milani mi soddisfa davvero:

Credo, infatti, che quando si è giovani si è ingenui, non si ha dietro di sé molto passato, forse si è anche un po’ romantici e si vede il mondo più positivamente di ciò che realmente è, perciò si posson coltivare legittimamente delle utopie rivoluzionarie.

Poi, passano gli anni, subentrano le amarezze, le sconfitte bruciano sulla pelle e sorge il risentimento: da ciò deriva l’idea che esser leghisti è meglio che far i comunisti: per di più, magari si è raggiunta una posizione, si son conquistate sicurezze economiche e lavorative per cui la rivoluzione non è un’opzione più così desiderabile.

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LA NOSTALGIA.

subentra col tempo anche la “nostalgia” del buon tempo antico.

A mano a mano che si diventa grandi, s’invecchia, è logico esser nostalgici per qualcosa che si è vissuto di cui si ha un buon ricordo.

Si ha la nostalgia di un’epoca della nostra vita, per esempio la giovinezza, di un luogo dove si è vissuto e dove si son trascorsi momenti belli e piacevoli, d’un cibo, di persone scomparse…

Si pensa, anche in buona fede, che gli esseri umani d’una volta eran più buoni, più educati…

«La “nostalgia” – narra sul Corriere della Sera antonio Polito – nasce in medicina. Fu un medico svizzero, Johannes Hofer, a coniare il termine nel 1699, fondendo insieme le parole di origine greca nostos , e cioè ritorno, e algos , dolore. Nella Dissertatio medica de nostalgia ne identificò la patologia osservando il comportamento dei soldati del suo paese che, dopo lunghe campagne all’estero, risultavano talvolta ossessionati da gravi forme di malinconia. Per esempio ascoltando un’antica canzone svizzera intonata durante la mungitura. Era una sorta di ninna nanna che faceva venire le lacrime agli occhi, ma anche perdere la concentrazione e talvolta perfino la salute. Al punto che l’esercito aveva vietato alle truppe di cantarla, a pena di morte.»

Molte canzoni sono venate di nostalgia: per brasiliani e portoghesi la Saudade è un ingrediente fondamentale della loro produzione musicale e poetica.

La nostalgia, però, è un’arma a doppio taglio: del tempo lontano sovente favoleggiamo ciò che ci arreca gioia, ma rimuoviamo ciò che ci provoca dolore.

La nostalgia può anche provocare risentimento nei riguardi di tutto ciò che è andato storto nell’esistenza. Questo rancore, come un veleno ad effetto ritardato, ci pone alla ricerca delle cause delle nostre sconfitte e può condurci all’individuazione d’un capro espiatorio, quell’elemento, che una volta eliminato, ci ridarebbe la felicità e la serenità perdute.

Il sovranismo, il nazionalismo, il leghismo, il campanilismo sono ideologie che si alimentano di questi sentimenti e li trasformano in progetto politico: di fronte alla nostra incapacità a comprendere i fenomeni nuovi della società del XXI secolo, invece di cercare di capire, d’interpretare i tempi nuovi, di “saper leggere i segni dei tempi come diceva Giovanni XXIII, chiudiamo tutti i boccaporti e ci rifiutiamo di guardare in faccia la realtà.

Anche gli Stati possono alimentare la nostalgia del buon tempo andato tentando di di rivitalizzare antiche mitologie più o meno riconducibili ad un’epoca felice:

• Fascismo e nazismo tentavano di riconnettersi con i momenti gloriosi dell’antichità (la romanità ed il Reich tedesco medievale).

• Oggi, diversi governi usano la nostalgia come instrumentum regni:

• In Russia, Putin ha riabilitato Stalin e ripristinato l’inno sovietico;

• in Francia, Macron gioca a somigliare a Napoleone anche fisicamente;

• In Gran Bretagna, la Brexit alimenta due nostalgie per l’Impero dell’epoca della Regina Vittoria, nonché la politica dello “splendido isolamento” attuata nel XIX secolo, quando il Regno Unito si disinteressava di ciò che accadeva in Europa, perché la sua potenza militare, soprattutto marittima ed economica, era tale da permettergli di tenersi alla larga dai conflitti che periodicamente laceravano il “continente”.

• Negli Stati Uniti, Donald Trump, durante la campagna elettorale del 2016, si richiamava agli anni Cinquanta del Novecento, epoca in cui l’egemonia statunitense era indiscussa. Lo slogan che l’ha reso famoso e vincente difatti era “Make America great again”, facciamo l’America grande di nuovo.

Come se gli USA di oggi potessero comportarsi sulla scena internazionale come accadeva settant’anni fa, quando l’Europa era a pezzi dopo il secondo conflitto mondiale e i movimenti di liberazione dei Paesi in via di sviluppo stavano muovendo i primi passi.

«Anche la Cina – scrive ancora Polito – sta vivendo un’ondata di nostalgia politica: Xi Jinping tenta di restaurare il potere globale del Regno di mezzo, e per dimenticare il secolo della umiliazione (1849-1949) rinverdisce con la Via della Seta i fasti della dinastia Ming. L’appena dimessosi Shinzo Abe, a sua volta, ha tratto ispirazione per una lunga premiership in Giappone dalla restaurazione Meiji dell’Ottocento, il “governo illuminato” che rovesciò il dominio feudale dello shogunato e riuscì a modernizzare il Paese. Narendra Modi in India è anche lui un mercante di nostalgia: ha perfino insediato una commissione di esperti per provare che gli odierni hindi sono i legittimi discendenti degli abitanti originari del Paese, e dare così un fondamento etnico al suo programma che discrimina l’immigrazione musulmana. Erdogan è un altro fulgido esempio: ha messo in discussione il Trattato di Losanna del 1923 perché tolse alla moderna Turchia territori che erano dell’impero ottomano, e si è inserito nella crisi libica come se la Tripolitania fosse ancora turca, prima cioè che gli italiani la sottraessero alla Sublime Porta con la guerra del 1911.»

Si potrebbe proseguire con Viktor Orbán che vorrebbe allargare i confini dell’Ungheria fino a riassorbire i territori che furono persi col trattato del Trianon del 1920; per non parlare del periodico riapparire delle rivendicazioni teritoriali degli ortodossi ebrei che vorrebbero che Israele coprisse un estensione che, come sta scritto nella Bibbia, vada dal Mediterraneo al Giordano: il cosiddetto Herez Israel (grande israele).

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DA COMUNISTI A LEGHISTI.

E qui arriviamo al punto:

In un libro inchiesta uscito nel 2019 David Allegranti[1] narra un episodio della sua vita di giornalista.

Il 4 Agosto 2018 si trova alla festa dell’Unità di Ardenza, in provincia di Livorno. Cinque mesi prima, il PD ha subìto una cocente sconfitta alle elezioni politiche, in giugno s’è insediato il governo giallo-verde composto da ministri della Lega di Salvini e del Movimento 5 Stelle di Di Maio.

In Toscana, le amministrative han visto l’elezione di sindaci di centro-destra a Pisa, Siena e Massa: la regione non è più una roccaforte della sinistra.

Sotto un tendone, malgrado il caldo, è in corso un dibattito tra Allegranti e Orfini, Presidente del PD: “Dopo tre quarti d’ora di incontro scatta il momento delle domande. Si alza in piedi un tipico livornese sulla sessantina, grandi baffi e polo rossa d’ordinanza.

Esordisce così: «Ma lo sapete come mai noi s’è perso a Pisa? C’è stato uno sviluppo esagerato di industrie, di lavoro, eppure niente, s’è perso… Il mio punto di vista è questo qui: quando da Livorno uno va all’ospedale di Pisa, come si fa tutti, c’è trenta neri che ti vengono davanti. Non uno, non dieci, trenta, dico. De’, guardate che la Lega ha vinto in questa maniera qui».

Rimango stranito: […] questo elettore di sinistra […] sostiene che il problema siano gli immigrati. […]

Un tempo la Toscana era una roccaforte rossa, un posto in cui il voto a sinistra era quasi automatico, “antropologico” direbbe qualcuno. Forse però questa Toscana Felix non esiste più, forse la sinistra quel voto l’ha dato troppo per scontato, non ha avuto le risposte giuste alle domande poste dalla cittadinanza su sicurezza, immigrazione, crisi economica. O forse semplicemente anche nella Toscana rossa è scoppiata la paura per i “neri”, come dice questo signore di Livorno, e per una volta questi neri non sono i fascisti.”

Già, «sicurezza», «immigrazione», «crisi economica»: queste sono le angosce degli Italiani: il nostro paese vive una crisi di lungo periodo caratterizzata da una scarsissima crescita del PIL, quando non di stagnazione o recessione, l’ascensore sociale è bloccato, mille corporazioni fanno di tutto per difendere i loro privilegi. I governi, anche quando hanno grandi abmizioni riformatrici, spesso sono intrinsecamente molto fragili e, quindi producono poco.

Il cittadino teme d’esser in balia di bande criminali che la fanno da padrone senza che nessuna autorità lo protegga.

Nelle sue ultime indagini il CENSIS, un importante centro di ricerche sociologiche, dichiara che quasi il 50% degl’Italiani vorrebbe esser governato da un “uomo forte”.

Sarà questa la conclusione della nostra lunga crisi? L’affermazione d’un leader che saprà risolver tutti i nostri problemi e darci una luce nuova? Oppure sarà meglio rinnovare la nostra stanca ed affaticata democrazia in modo da rilanciarne le sorti?

Personalmente, non credo negli uomini forti perché penso che le tirannìe hanno prodotto spaventosi disastri e lutti che lasciano a lungo il segno: ritengo, allo stesso tempo, che la nostra democrazia abbia bisogno d’un rilancio che ci permetta di far ripartire il motore del nostro Paese che da troppo tempo è inesorabilmente fermo.

Aggiungo, rubando le parole al Card. Zuppi, che viviamo «in un mondo che si è fatto piccolo», perché ciò che pareva lontano è arrivato qui, mentre «tanti cuori» si son «troppo ristretti perché pieni di paura e soli»: ecco, nella solitudine individualistica in cui vivono tante persone forse risiede la risposta vera alla domanda che mi è stata posta un anno fa.

L’individualismo che abbiamo respirato nell’aria negli ultimi decenni da un lato ci ha forse regalato l’illusione dell’indipendenza, del poter far a meno degli altri, dell’esser noi i padroni veri del nostro destino, ma dall’altro ci ha resi più soli di fronte a fenomeni più grandi di noi.

L’emergenza pandemica che stiamo vivendo da quasi un anno e che minaccia di durare ancora a lungo, i mutamenti climatici che dimostrano l’insostenibilità del nostro modello di vita iperconsumistico, la globalizzazione che porta alla ribalta della storia popoli che finora erano a noi soggetti, la galoppante avanzata di nuove tecnologie sempre più invasive e determinanti per il nostro quotidiano… tutto questo mette a nudo le nostre fragilità e pone in seria discussione i pilastri del nostro modello di vita e di società fondato per l’appunto sull’individuo.

Margaret Thatcher, negli anni Ottanta, disse «la società non esiste: esistono gl’individui». forse proprio il superamento dell’individualismo thatcheriano è la via d’uscita ai nostri problemi di oggi e la base per la costruzione d’una nuova convivenza in cui le persone, specialmente le più deboli ed emarginate, non sian lasciate sole a vivere nelle loro paure e nella loro povertà, non solo economica.

«Nessuno si salva da solo», ripete a ogni piè sospinto Papa Francesco, perché, aggiungiamo noi, se ci troviamo in difficoltà, se siamo malati, sofferenti, infelici, una mano o una parola offertaci da un altro, l’affetto di una persona cara sono il medicamento che può ridarci la fiducia in noi stessi e costituire la base per una ripartenza.

PIER LUIGI GIACOMONI

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NOTA:

[1] D. ALLEGRANTI: COME SI DIVENTA LEGHISTI Viaggio in un paese che si credeva rosso
e si è svegliato verde, DeA Planeta Libri, Milano, 2019.