EDITORIALE. L’IPOCRISIA EUROPEA
(8 Luglio 2021)

BRUXELLES. Da pochi giorni è entrata in vigore in Ungheria una legge fortemente discriminatoria nei confronti della comunità LGBT: questo è solo l’ultimo episodio di una lunga serie che coinvolge il regime di Budapest, una vera dittatura mascherata da finta democrazia.

Già, perché in Ungheria si vota, c’è un parlamento, ci sono dei partiti, ma il potere è ormai saldamente nelle mani di Viktor Orbán, di Fidesz e degli oligarchi che lo spalleggiano.

Al di là del testo della legge contro gli LGBT, obiettivo anche del regime polacco, abbiamo l’impressione che l’Unione europea stia facendo sfoggio d’ipocrisia.

«La Commissione europea – scrive Repubblica – si erge a garante dei Trattati. Ursula von der Leyen ha promesso che non starà a guardare quando ci sono zone che vengono dichiarate lgbt free . Ma ci sono volute quaranta procedure d’infrazione di Bruxelles e miriadi di bocciature della Corte di Giustizia europea e innumerevoli risoluzioni e condanne del Parlamento europeo perché finalmente i governi reagissero contro un Paese scivolato da tempo in una deriva autocratica, che scommette tutto sulla censura della comunità lgbt. Il premier ungherese Viktor Orbàn ha dovuto affrontare all’ultimo vertice dei capi di Stato e di governo l’ira dei suoi colleghi per una legge che equipara ogni menzione lgbt alla pornografia. Ed è cruciale che non si siano mosse solo le istituzioni europee, ma anche i governi. Purtroppo, l’Ungheria non è sola. La Polonia ha avviato da anni una guerra contro i migranti, le donne e le comunità lgbt. Ha istituito zone lgbt-free, ha bandito l’aborto, ha minacciato di uscire dalla Convenzione di Istanbul che protegge le donne dalle violenze e si prepara a una battaglia ideologica contro il divorzio. Ma il punto è che se non saranno arginate subito le lesioni sistematiche dello Stato di diritto e le violazioni dei diritti umani, l’Ungheria e la Polonia rischiano di essere solo l’inizio.»

Dove sta l’ipocrisia europea?

Orbán è al potere ininterrottamente dal 2010, ha già cambiato due volte la costituzione, ha riformato la legge elettorale in modo da assicurarsi il controllo del Parlamento quasi in eterno, controlla i media, tutti i media, sta mettendo le mani sull’università, ha eliminato l’indipendenza della magistratura e si potrebbe andar avanti. Lui stesso non fa mistero dei suoi obiettivi: vuol instaurare una “democrazia illiberale”, definisce le delibere dell’europarlamento spazzatura e vorrebbe che le singole nazioni che compongono l’Unione europea fossero sovrane, delegando a Bruxelles solo poteri residuali.

L’Ungheria si è opposta con successo alla ripartizione dei migranti tra i 27 e Budapest ha costruito un reticolato di filo spinato per impedire ai profughi l’ingresso nel Paese.

Qualcosa di simile sta facendo la Polonia dove Jaroslav Kaczynski fa il bello e cattivo tempo.

Il tutto è accaduto nel silenzio dell’Unione europea che anzi ha cercato di blandire i due regimi: quando l’anno scorso in sede di trattativa per la creazione del Next Generation Eu si accantonò la questione dello “stato di diritto”, lo si fece proprio per non escludere Ungheria e Polonia da quei fondi pur sapendo che in quei due Stati non è garantito il rispetto dei più importanti diritti umani.

E’ ovvio che ora tanto Budapest quanto Varsavia irridono la Presidente della Commissione ed anche i governi degli altri 25: “ci avete lasciato fare ciò che ci pareva per anni, ora – dicono – chiudete il becco e piantatela.”

La UE, ora, fin dove vuol spingersi?
Vuol che Ungheria e Polonia escano dall’unione, come sarebbe logico, oppure spera in un cambio di governo da qui alle prossime elezioni politiche nei due Paesi?
Vuol bloccare i fondi NGE diretti a questi due?

Francamente, non si capisce: il problema è che ancora una volta Bruxelles vuol far rispettare i trattati “a babbo morto”, cioè quando la situazione nei due paesi dell’Est Europa è già molto compromessa. Nei palazzi di Bruxelles e nelle altre capitali occidentali ci si doveva svegliare prima e si doveva capire che la piega presa dagli eventi era già molto grave da tanto tempo.

Sembra di rivivere l’esperienza degli anni 30 quando Hitler salì al potere in Germania: è vero, all’epoca non c’era l’UE, ma l’atteggiamento delle democrazie occidentali assomiglia a quello dell’UNIONE DI OGGI.

Hitler, una volta salito al potere nel 1933, potè violare i trattati di Versailles, riarmarsi, occupare la Renania, per poi mangiarsi l’Austria, suo paese d’origine.
Vennero poi i Sudeti e il tragico convegno di Monaco e l’occupazione della Cecoslovacchia.

Nel frattempo, in Germania, i nazisti avevano imposto il loro orribile totalitarismo e varato le leggi razziali di Norimberga.

Nel ’39, il Führer invase la Polonia: Francia e Regno Unito dichiararono guerra, ma per mesi, in Occidente, non si sparò nemmeno un colpo.

Si dovette attendere l’occupazione di Belgio, Olanda, Danimarca e Norvegia (primavera 1940), nonché il crollo della Francia, perché ci fosse una reazione che impedisse ai nazisti di costruirsi un vasto impero in Europa.

Il nostro continente pagò un prezzo altissimo per quell’attendismo in vite umane e in distruzioni.

E’ vero, Polonia ed Ungheria non sono Paesi grandi, anche se Varsavia conta 38 milioni d’abitanti, non aderiscono all’Euro, ma sono il punto di riferimento ideologico d’una quantità di partiti d’estrema destra che sperano un giorno di poter scardinare l’Unione europea per offrirla alle superpotenze totalitarie orientali.

Quest’aspetto geopolitico della questione da solo dovrebbe ispirare un’azione ben più energica di quella esplicata finora da Bruxelles e spingere l’Europa democratica a porre chiaramente sul tavolo la questione se i due Paesi dell’Est vogliono davvero continuare a far parte di questo club delle democrazie, oppure andarsene per la loro strada: l’UE ha dimostrato di poter far a meno della Gran Bretagna, sicuramente può privarsi di orbán e Kaczynski e delle loro dittature oligarchiche.

PIER LUIGI GIACOMONI