EDITORIALE. IL FATTO DELL’ANNO
(23 Dicembre 2021)

BOLOGNA. Alla fine d’un anno ricco d’avvenimenti, qual è stato l’evento più importante del 2021?

A nostro parere, il ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan.

Quest’evento, infatti, segna il punto finale di settant’anni e oltre d’interventi occidentali in Asia. Dalla fine della seconda guerra mondiale,Stati Uniti ed alleati hanno considerato il continente asiatico come lo scacchiere chiave del mondo: chi se ne assicurava il controllo poteva considerarsi a buon diritto la potenza egemone dell’intero pianeta.

Non a caso quest’area, ad esempio, è stata luogo di scontri armati aperti anche durante la “guerra fredda” (si pensi alle guerre in Corea e Vietnam e agli spaventosi spargimenti di sangue in Indonesia, per fare solo pochi esempi).

Fino agli anni 70, l’epicentro dello sforzo dell’apparato industrialmilitare nordamericano era la parte orientale del continente; dopo, il focus si è spostato nel Medio Oriente. L’anno chiave può esser individuato nel 1979:

1. In Iran cade il regime dello shah Reza Pahlevi e prendono il potere gli Ayatollah sciiti;
2. in Afghanistan, con un colpo di stato, il PDPA, comunista, assume il controllo del Paese.

Da quei due fatti derivano:

1. L’Iran diverrà la bestia nera dell’Arabia Saudita e di tutto il mondo sunnita, nonché dell’Occidente;
2. L’Afghanistan sarà invaso dall’Unione Sovietica per puntellare il fragile regime comunista: da questo sforzo deriverà il collasso della potenza sovietica e del suo impero;

Poi, anni di conflitti, complotti, terrorismo, fatti oscuri, stragi spaventose.

L’Occidente, nel 2001, dopo gli attentati dell’11 Settembre a New York e Washington, decide d’intervenire a lungo in Afghanistan per “esportarvi la democrazia” e due anni dopo fa lo stesso in Iraq: risultato, duplice sconfitta:

In Iraq, Washington e alleati devono ritirarsi malinconicamente nel 2010, in afghanistan nel 2021.

Le immagini diffuse dalle TV di tutto il mondo delle migliaia di afghani assiepati all’aeroporto di Kabul quattro mesi fa hanno fatto rivivere, in chi ne ha memoria, quelle di Saigon del 1975: tutti coloro che, a vario titolo, avevano collaborato con gli occidentali chiedevano d’onorare le promesse d’un futuro migliore fuori dal paese. Le donne e le ragazze temevano, a ragione, d’esser rinchiuse in casa o di subire rappresaglie dai miliziani islamisti. Tutti nelle 34 province afghane sapevano che dopo la partenza dei militari NATO sarebbe calato il silenzio sulla loro infelice nazione.

Da quegli angosciosi eventi, ciò che sappiamo dell’Afghanistan ci parla d’un paese dove manca il cibo e si vive in un clima di violenza diffusa: chi ha potuto se n’è andato trovando ospitalità lontano, anche in Italia.

I Talebani, dal canto loro, hanno trovato orecchie attente a Mosca, Pechino e nel golfo persico, oltre che in pakistan, tradizionale alleato dell’emirato, ma Stati Uniti ed Europa sono completamente scomparsi dalla scena asiatica, se si eccettuano Giappone, australia, Corea Meridionale e Taiwan.

Di conseguenza, i flebili richiami mossi dalle cancellerie euroamericane al rispetto dei diritti umani, a cominciare da quelli delle donne e delle minoranze etnico-religiose, possono a Kabul cadere inascoltati.

Può venire dall’Afghanistan il messaggio che anche l’impero occidentale, come quello sovietico, su quelle montagne ha incontrato il suo traguardo finale? si può immaginare che l’Occidente democratico tragga dalla lezione afghana quegl’insegnamenti che ne ridefiniscano la natura trasformandolo davvero in una grande isola di libertà contrapposta all’autoritarismo di paesi come Cina e Russia che oggi paiono in fase ascendente nell’ambito economico e politico?

PIER LUIGI GIACOMONI