EDITORIALE. DOPO IL CICLONE TRUMP
(10 Novembre 2016)

WASHINGTON. L’aveva detto nei giorni scorsi: faremo una Brexit ancora più grande.

In effetti, il risultato delle elezioni presidenziali nordamericane assomiglia un po’ al referendum sulla Brexit il cui esito non era stato previsto da nessuno.

Tutti erano convinti, prima del voto del 23 giugno scorso, che la maggioranza dei britannici avrebbe scelto di rimanere nell’UE.

Invece no! Nei giorni successivi sulle pagine dei giornali inchieste su inchieste volte a spiegare perché
l’opzione “leave” aveva prevalso, ad esempio, nei distretti operai, nelle aree rurali, nei piccoli centri ed aveva perso a Londra.

La stessa cosa accade ora: prima del voto tutti, ma proprio tutti, avevano previsto che Hillary Clinton avrebbe battuto Donald J. Trump, i democratici avrebbero riconquistato il Senato, mentre non sarebbero riusciti a sovvertire i rapporti di forza alla Camera.
Oggi, gli stessi giornali ci spiegano con dovizia di reportages che i distretti operai bianchi impoveriti dalla crisi, le aree rurali, i movimenti religiosi fondamentalisti hanno prevalso su Wall Street, sulla mentalità liberal delle città della East e della West Coast.

Tutti costoro sono scesi in campo contro la società multietnica, contro la multiculturalità, contro le teste d’uovo, gli analisti, gli esperti, i sondaggisti che da settimane ripetevano che alla fine clinton avrebbe battuto Trump, che era impossibile che il magnate newyorchese vincesse, che il voto massiccio delle donne, dei neri, degli ispanici, dei gay, e di un sacco di altre lobby si sarebbe oposto all’avanzata di Donald J.Trump.

E invece no! Invece alla fine ha avuto ragione Michael Moore che un mese fa aveva detto che Trump avrebbe vinto perché nei distretti operai del Michigan e del Wisconsin, aree tradizionalmente democratiche, la maggior parte dei votanti avrebbe votato per lui perché delusa dalla politica di deindustrializzazione che faceva sì che un sacco di fabbriche chiudesse per riaprire in cina o in Messico dove gli operai lavoran di più ad una paga molto più bassa.

Lo stesso Moore aveva definito scialba la prova di Hillary Clinton nei tre dibattiti in tv contro Trump.

Nessuno però l’ha ascoltato! Anzi è stato deriso come uno che di politica non capisce nulla.

Eppure i segnali non mancavano: Trump aveva sbaragliato il campo repubblicano, eliminando nella fase delle primarie tutti gli altri sedici precandidati. Alcuni, certamente, erano delle macchiette, ma altri, no!

Non lo era Marco Rubio, senatore della Florida, non John Kasich, Governatore dell’Ohio o Ted Cruz, Senatore del Texas.

La stessa Clinton, nella fase delle primarie, ha avuto le sue difficoltà: Bernie Sanders, Senatore del Vermont che ama definirsi socialista in un Paese che teme il socialismo più d’un uragano, le ha dato del filo da torcere e le ha messo parecchia paura.

Soprattutto lei è apparsa vecchia, poco convincente, incapace di ricreare quella coalizione progressista che aveva condotto Obama alla Presidenza nel 2008 e l’aveva riconfermato, malgrado tutto, nel 2012.

Gli Americani, soprattutto coloro che appartengono alle classi meno abbienti, si son messi nelle mani di Donald J. Trump non tanto perché credano, a mio avviso, che realizzerà la giustizia sociale, riapirà le fabbriche chiuse a Detroit, impedirà ai messicani d’emigrare negli Stati Uniti e d’incanto farà fuori, come in un film Western, tutti i cattivi, ma per reazione alle delusioni provate negli anni scorsi, dall’esplodere della crisi dei mutui subprime in poi.

A molti di noi l’America non sembra un Paese in crisi economica, per molti americani, e l’hanno dimostrato col voto o col non voto, perché è comunque alto il livello d’astensionismo, invece pare che la crisi sia profonda ed hanno incaricato Donald J. Trump di tirarli fuori dai guai.

Si vedrà coi fatti se il nuovo Presidente, l’amministrazione che dovrà formare di qui al 20 gennaio, il Congresso a netta maggioranza repubblicana ci riusciranno.

In ogni caso fra due anni, alle elezioni di mezzo termine, si potrà tracciare un primo bilancio del lavoro intrapreso dal nuovo governo.

PIER LUIGI GIACOMONI