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ECUADOR. IL GOVERNO RADDOPPIA I PREZZI DEI CARBURANTI, ESPLODE L’IRA POPOLARE

Ottobre 5, 2019 • Pierluigi Giacomoni

ECUADOR. IL GOVERNO RADDOPPIA I PREZZI DEI CARBURANTI, ESPLODE L’IRA POPOLARE
(5 ottobre 2019)

QUITO. In Ecuador il Governo raddoppia il prezzo dei carburanti, esplode l’ira popolare: da giorni le città del

Paese sono teatro di proteste, manifestazioni e scontri con la polizia, dopo che il 1° ottobre il Presidente della

Repubblica Lenín Boltaire Moreno Gracés ha annunciato la cancellazione immediata dei sussidi versati dallo Stato

alle compagnie petrolifere, che permetteva di tener artificialmente bassi i prezzi dei combustibili, in particolare

benzina e gasolio.

Immediata la reazione del sindacato degli autotrasportatori a cui si sono aggiunti tassisti, studenti ed

organizzazioni indigene: questo cartello di forze ha proclamato uno sciopero a tempo indeterminato, bloccando con

manifestazioni le principali città del Paese.

La reazione delle forze di sicurezza non s’è fatta attendere e nella notte tra giovedì 3 e venerdì 4 si sono

registrati scontri tra agenti di polizia, soldati da una parte e dimostranti dall’altra: bilancio, diversi feriti e

350 arresti.

Nelle ultime ore lo sciopero è stato sospeso, ma le richieste rimangono in piedi: i ribelli chiedono al Presidente

Moreno di revocare le misure d’austerità e calmierare il prezzo dei combustibili il cui aumento è destinato a

ripercuotersi su tutti gli altri generi di consumo.

***

ORIGINE DELL’AUSTERITA’.

Rivolgendosi al paese tramite TV il Presidente Lenín Moreno ha annunciato martedì 1° ottobre anche:

1. il dimezzamento delle ferie per i dipendenti pubblici;
2. Il taglio del 20% degli stipendi per i lavoratori stagionali.

La sparizione dei sussidi sul combustibile ha determinato l’immediata esplosione dei prezzi di benzina e gasolio:

– Un gallone di super (3,78L) è passato in poche ore da 1,85$ a 2,30;
– il gasolio da 1,08$ a 2,27.

«Compatrioti – ha detto il Presidente – è necessario correggere gravi problemi dell’economia ecuadoriana. Questo

sussidio per decenni non è andato a beneficio di chi ne aveva effettivamente bisogno, ma a vantaggio di coloro che

praticano il contrabbando».

Il pacchetto di provvedimenti d’austerità, che ricorda molto l’epoca della politica di “ajuste financiero”

praticata negli anni Novanta, ha origine in un prestito della durata di tre anni di 4.209 milioni di dollari che,

ha indicato il Ministro per l’Economia e le Finanze Richard Martínez, è della durata di tre anni e sarà versato in

tre rate: una di queste, di 900 milioni, è già stata pagata.

L’FMI, per concedere il prestito, ha imposto l’eliminazione dei sussidi sui carburanti che costano alle casse

nazionali oltre un miliardo di dollari all’anno, mentre il debito estero è pari a 10 miliardi: il Fondo che ha sede

a Washington in un suo comunicato, ha precisato che il prestito è stato accordato per migliorare la resilienza

dell’economia ecuadoriana.

***

STATO D’ECCEZIONE.

Per fronteggiare i crescenti disordini, che tra l’altro hanno avuto il corollario di saccheggi dei negozi e diverse

devastazioni, il Governo ha decretato lo “Stato d’eccezione”, misura prevista dalla Costituzione nazionale in caso

di emergenza.

Il provvedimento, che può durare fino a 60 giorni, consente al governo di sospendere diverse garanzie

costituzionali, come la libertà di stampa, il divieto di manifestare ed anche l’introduzione del coprifuoco

notturno.

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INSTABILITA’ CRONICA.

L’Ecuador, come altri Stati dell’America Latina, ha una storia nella quale l’instabilità politica e la fragilità

istituzionale sono croniche.

Dopo un lungo periodo di dittatura militare, nel 1979 il potere tornò nelle mani dei civili, tuttavia il forte

indebitamento dello Stato, col frequente intervento dell’FMI volto a salvare il paese dalla bancarotta ha provocato

la caduta di numerosi presidenti.

Nel 2005, una mobilitazione massiccia dei movimenti per l’emancipazione degli Indios, il 40% della popolazione, cui

aderirono altri settori economici, nota con l’espressione “rebelión de los forajidos”, si concluse con la caduta

dell’allora Presidente, Lucio Gutiérrez; cinque anni prima, pochi giorni dopo aver annunciato la “dollarizzazione”

dell’economia, tuttora in vigore, fu rovesciato il Presidente Jamil Mahuad.
Migliaia di persone scesero in strada per chiedere le dimissioni del Capo di Stato: anche allora Mahuad aveva

introdotto drastiche misure di austerità come l’incremento del prezzo dei combustibili ed il congelamento dei

depositi bancari, noto con l’espressione “feriado bancario.

qualcosa di simile al “corralito” argentino del 2001.

«Ora – scrive BBC Mundo – il Governo di Moreno insiste che non si farà condizionare dalle proteste popolari e che i

provvedimenti assunti non cambieranno: essi, tra l’altro, vanno a beneficio dell’ambiente, parola del Governo.

I manifestanti, invece, ribattono che le autorità vogliono solo criminalizzare la protesta sociale.

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FUORI DALL’OPEC.

Parallelamente alle misure d’austerità che abbiamo descritto, quito ha deciso d’uscire dall’OPEC (L’Organizzazione

dei Paesi esportatori di petrolio) a partire dal 1° gennaio 2020.

«Questa misura fa parte del piano del Governo nazionale di riduzione della spesa pubblica e creazione di nuove

entrate», ha scritto in un comunicato il Ministero per l’Energia e le Risorse Naturali non rinnovabili.

Ufficialmente, malgrado abbia preso questa decisione, Quito appoggia gli sforzi dell’OPEC di ridurre la produzione

di petrolio per far crescere i prezzi, ma è convinzione degli analisti locali che in realtà Moreno e i suoi

Ministri vogliano da un lato prender le distanze dalla politica intrapresa dal predecessore Rafael Correa, che

aveva ricondotto il paese in seno all’OPEC, e dall’altro incrementare le entrate fiscali per evitare il rischio

d’una bancarotta.

Come membro dell’organizzazione, l’Ecuador ha promesso di produrre 524.000 barili al giorno di greggio, cosa che

implica una riduzione della produzione pari a 16.000 barili rispetto al passato: tuttavia già all’inizio dell’anno

il Ministro per l’Energia e le risorse Minerarie non rinnovabili Carlos Pérez aveva dichiarato che la produzione

ecuadoriana era in aumento, così come lo fu nel ’17.

quest’è la seconda volta che il Paese latinoamericano abbandona l’organizzazione che ha sede a Vienna: l’Ecuador

aderì all’OPEC nel 1973 per uscirne nel 1992 e tornarvi 15 anni dopo.

Gli analisti locali sostengono che l’uscita di Quito non avrà effetti sul piano globale, dato che il volume

complessivo della produzione non è tale da influire sul prezzo mondiale dell’oro nero, però nel breve termine

potrebbe fruttare un certo flusso di denaro nelle esangui casse di Quito affette da un pesante indebitamento.

***

CRISI REGIONALE.

Le odierne vicende ecuadoriane sembrano confermare che in questo momento l’area andina sia nell’occhio del ciclone

d’una crisi più complessiva che investe tutti gli Stati dell’area dal Venezuela alla Bolivia.

• In Venezuela, è sempre in atto il conflitto tra sostenitori ed avversari di Nicolás Maduro con la conseguente

emigrazione di centinaia di migliaia di persone affamate ed impoverite in tutto il Sudamerica;

• In Colombia, una fazione delle FARC ha ripreso le armi contro il governo di bogotà,mentre proseguono sotto

traccia gli omicidi di sindacalisti, attivisti per i diritti civili e sacerdoti vicini ai campesinos.

• In perù, come abbiam visto, è in atto un confronto molto aspro tra ppoteri dello Stato;

• in Bolivia, il 20 ottobre si terranno delle elezioni presidenziali che saranno un referendum pro o contro la

permanenza di Evo Morales al potere, dopo 14 anni di leadership, malgrado un plebiscito, tenutosi nel 2017, gli

avesse precluso la ricandidatura.

«Le ragioni delle turbolenze in atto e la loro intensità – scrive el país – sono diverse da paese a paese – però

il cocktail rappresentato da corruzione, disuguaglianza sociale e polarizzazione dello scontro tra governi ed

opposizioni moltiplicano la tensione da Caracas a La Paz.»

I colpi di Stato in America Latina non sono più di moda, come negli anni Settanta del XX secolo, però il termine

Golpe è tuttora utilizzato dai critici dei governi per accusarli di gravi violazioni delle regole costituzionali.

Hanno parlato di Golpe i fugimoristi in Perù, Lenín Moreno ha accusato di tentato colpo di Stato il sindacato degli

autotrasportatori che è sceso in piazza contro i provvedimenti d’austerità adottati dal Presidente, Maduro continua

a sostenere che è in atto un putsch strisciante per rovesciare il regime bolivariano e parlano di Golpe gli

avversari di Evo Morales.

Da un lato, l’area andina dimostra ancora una volta la sua fragilità, dall’altro è forte la tentazione di certi

leader d’eternare il proprio potere trasformandosi in caudillos che non preparano la strada alla loro successione:

è stato questo forse l’errore più grave commesso da Lula in Brasile, di Chávez in Venezuela e potrebbe esser la

stessa cosa anche per Morales in bolivia.

Sullo sfondo c’è qui l’annoso problema del narcotraffico, alimentato dalla produzione della cocaina e dagli enormi

profitti che produce il suo smercio. Il denaro frutto della vendita della droga alimenta la corruzione, il

malcostume e corrode istituzioni dalle radici già molto esili.

Sarà interessante vedere cosa accadrà nell’imediato futuro.

PIER LUIGI GIACOMONI

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