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DUE AGOSTO: CHI SA, PARLI

agosto 7, 2018 • Pierluigi Giacomoni

DUE AGOSTO: CHI SA, PARLI
(7 Agosto 2018)

BOLOGNA. «Chi sa parli – dice ancora una volta l’Arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi – e trovi il modo più opportuno per farlo.»

Sta parlando davanti alle persone riunite nella chiesa di S. benedetto, in via Indipendenza, a pochi metri da quella stazione centrale che fu devastata il 2 Agosto 1980 da una forte esplosione che uccise 85 persone e ne ferì 200.

A trentotto anni di distanza da quel crimine molti dettagli della vicenda sono ancora oscuri e si ignora chi siano stati i mandanti, ma proprio per questo si alza ancora la voce che domanda giustizia.

In paramenti viola, colore dei defunti e della riconciliazione, il presule si rivolge non solo ai credenti, ma a tutta la città lì rappresentata tra gli altri dal sindaco e dal nuovo prefetto:
«Quello che è successo è irreversibile e il tempo non cancella né le mani sporche di sangue né la memoria né la responsabilità se non viene affrontata: per cui a chi sa chiedo di non continuare a vivere con questo peso, ma di liberarsene facendo emergere la verità.»

Zuppi cita poi una celebre istanza di papa Giovanni Paolo II, quando invitò i mafiosi a pentirsi e a convertirsi.
«Nel vedere le immagini di quel giorno a me viene la pelle d’oca tutte le volte che guardo la fotografia che ritrae quella donna sulla barella, con gli occhi spalancati.
Ci viene solo da piangere a pensare a lei, a quello che ha visto, alle persone accanto a lei.
E proviamo lo stesso sgomento, la stessa incredula sorpresa, ma anche la voglia di fare qualcosa e di aiutare ancora oggi le vittime di allora.
Ecco perché chiedo al cuore di chi ha responsabilità di questa strage di aprirsi e di parlare.»

«E’ vero che Dio è misericordioso, ma è anche giudice e non potra’ mai accettare l’ingiustizia di innocenti colpiti da mani assassine e vigliacche.
L’attentato del 2 agosto fu una epifania del male alla quale si è opposta una solidarietà che ci fa sentire tutti istintivamente familiari di quelle vittime.
Quella compassione che il vangelo chiede a tutti gli uomini è il primo passo della misericordia, ed è questo motivo che la verità dovrà emergere.»

Pubblichiamo qui integralmente il testo dell’omelia:
***
Messa in suffragio delle vittime della strage alla Stazione del 2 agosto 1980
Giovedì  2 Agosto 2018  nella chiesa di San Benedetto

La giornata di oggi è la sofferta coscienza della storia recente della nostra città. L’attentato del 2 agosto 1980 rappresenta una ferita tragica che l’ha fatta diventare grande, improvvisamente, come certi avvenimenti segnano la vita di una persona, una svolta che la cambia per sempre. Bologna da quel giorno ha un dolore ed una consapevolezza che non vuole perdere. La memoria è ormai lontana nel tempo ma certo non è distante nel coinvolgimento, così intenso tanto da motivare la partecipazione di cittadini e di rinnovarsi nei significati. Ieri mattina, in una intensa cerimonia partecipata da tanti bambini sono stati ricordati i 6 minori vittime di quella strage degli innocenti. Oggi sarebbero i loro genitori, forse, qualcuno, nonno. Sperimentiamo ancora la straordinaria – ma vorrei dire normale per ogni città che vuole essere umana e civile! – solidarietà, che si oppone al male e ci fa sentire tutti istintivamente familiari delle vittime. Allora, come oggi, la solidarietà ci rende capaci di gesti di fratellanza, mossi da quella compassione che il Vangelo chiede a tutti gli uomini e rende nostro prossimo un uomo sconosciuto mezzo morto buttato sulla strada e ci spinge ad esserlo noi per lui. Rinnovando quel dolore ritroviamo una città che vuole essere prossima: se il male colpisce brutalmente noi non saremo brutali; se il male rende l’altro un estraneo o un nemico, noi lo soccorriamo, sempre, comunque, perché soffre ed è il mio prossimo e io lo sono per lui. Quando vediamo o pensiamo le immagini di quel giorno ci viene ancora da piangere, proviamo lo stesso sgomento, la stessa incredula sorpresa, ma anche la voglia di fare qualcosa e di aiutare oggi le tante stragi di innocenti che avvengono in silenzio, ridotte a poche righe di giornale o a immagini che scorrono troppo rapidamente nel monitor e nel cuore. Dio è il Samaritano che piange con noi e ci insegna a non essere mai indifferenti nel vedere la cattiveria e la combatte in maniera tutta umana, anzi la più umana, con la compassione e la misericordia. Ha bisogno sempre anche della nostra. Per questo, come è scritto sulla porta della Chiesa di Rigosa,[1] penso che “Qui si entra per amare Dio; di qui si esce per amare il prossimo”.
Il testamento delle vittime non è la vendetta, che è complice del male e ne resta prigioniera tanto da provocarne altro, ma è giustizia. Il Vangelo di oggi[2] ci parla di un giudizio, quello di Dio. Questo può apparire troppo lontano per il desiderio di giustizia che viviamo nel presente. Credere al giudizio di Dio e temerlo permette di non abituarsi all’ingiustizia e ci aiuta a cercare la verità fin da oggi e ad essere uomini giusti in ogni scelta della nostra vita. Dio non accetta e giudica l’ingiustizia del forte che umilia il debole o lo ignora, del fratello che alza le mani contro suo fratello, del ricco che lascia alla porta della sua casa il povero Lazzaro senza fare nulla per lui. Dio non potrà mai accettare l’ingiustizia di innocenti colpiti da mani assassine e vigliacche, come sempre quelle del terrorismo ma anche dei pregiudizi, che non si possono mai sottostimare, perché inquinano la convivenza, seminano odio, a cominciare dall’uso delle parole. Credere nel giudizio di Dio non significa affatto rinunciare alla giustizia nel presente, nel tempo e nella storia, anzi, ci spinge ad essere, con la nostra vita personale che diventa anche impegno civile, operatori di giustizia. E un uomo solo può cambiare questo mondo!
L’anno scorso chiesi a quanti hanno le mani ancora sporche di sangue – perché il tempo non cancella la memoria ma neanche la responsabilità se questa non viene affrontata – e a coloro che sono responsabili delle omissioni di quel sangue effuso nella stazione o nell’autobus 37: non portate questo peso! Togliendovelo dal vostro cuore, nel modo che troverete più opportuno, aiuterete a credere nell’uomo, a riparare in parte quello che è irreparabile perché la vita è tolta per sempre. Aggiungo: fatelo per voi, per guardarvi in faccia perché altrimenti rimanete solo uomini e donne che scappando dalla giustizia scappano anche da se stessi e il rimorso non vi potrà lasciare mai in pace. Perché il giudizio di Dio viene. Dio è misericordia, certo, ma è giudice e sarà solo giudice se non apriamo la porta del nostro cuore al suo perdono e gli permettiamo di essere il nostro «avvocato», il parakletos (cfr 1 Gv2,1), la misericordia. “Verrà il giudizio di Dio!”, gridò ai mafiosi con forza da profeta Giovanni Paolo II ad Agrigento. Con la stessa fermezza lo ripetiamo oggi per i responsabili di questa strage e per quanti sanno qualcosa. Il giudizio di Dio ci chiede conto di dov’è il nostro fratello. Non possiamo rispondere che non ne siamo custodi, perché Abele è nostro fratello ed a noi chiede e chiederà conto. Cristo, nuovo Abele, si è offerto innocente ed ha donato la sua vita e la sua uguaglianza a Dio perché il buio della morte sia sempre illuminato dalla calda e sofferta luce del suo amore. Lui starà sempre dalla parte delle vittime. «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati», dice Gesù. Abbiamo fame e sete, sempre e per tutti, e vogliamo lavorare perché la giustizia diventi realtà, anche se non sempre vediamo i risultati di questo impegno. Non ci arrendiamo, per noi e per gli altri, facendo nostra la voce delle vittime innocenti. Sempre. Dice Papa Francesco nella Gaudete et exultate (79): “Tale giustizia incomincia a realizzarsi nella vita di ciascuno quando si è giusti nelle proprie decisioni e si esprime poi nel cercare la giustizia per i poveri e i deboli”. E’ proprio vero che la memoria dei padri è un atto di giustizia e oggi la memoria di questi padri ci spinge a essere contro il male, senza convenienze, senza calcoli, sempre dalla parte dell’uomo. La regola d’oro è essere amici del mondo e della persona, e considerare una, tutta la famiglia umana. “Mettiamo da parte ciò che divide e cerchiamo quello che unisce”, invitava con tanta bontà, che è sempre intelligente (quella vera), Giovanni XXIII. Camminiamo nella stessa direzione, che non è di una parte ma di tutte le parti perché la giustizia è di tutti e per tutti. Solo la perseveranza ottiene, come auspichiamo, quei risultati che finora non sono stati raggiunti per l’opacità del male che nasconde la verità, ne ha paura e scoraggia a cercarla, fa sembrare tutto inutile o rende la ricerca di giustizia un’esagerazione e non un diritto- dovere, causando rabbia e disillusione.
Signore, Dio di giustizia e di misericordia senza fine, dona la tua pace alle vittime innocenti e a noi di essere operatori di giustizia, perché nella notte del dolore e della violenza si riaccenda la luce dell’amore e le cose di prima passino, siano asciugate le lacrime, la morte sconfitta e la nuova città scenda dal cielo bella come una sposa. E donaci, con i nostri piccoli e concreti gesti di giustizia, di iniziare a vivere oggi la tua speranza. Amen

Matteo Maria Zuppi,
Arcivescovo di Bologna
***
Note:
[1] Chiesa di Rigosa: Santa Maria Del Carmine Di Rigosa, Via G. Mameli, 5, Bologna
[2] Vangelo del 2 agosto: Matteo 13, 47-53

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Terminate queste parabole, Gesù partì di là.

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