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DOPO LE EUROPEE: MOLTI PAESI IN UN MARE DI GUAI

Giugno 4, 2019 • Pierluigi Giacomoni

DOPO LE EUROPEE: MOLTI PAESI IN UN MARE DI GUAI
(4 Giugno 2019)

BRUXELLES.

Come si temeva, le elezioni per il nuovo Parlamento europeo hanno gettato in un mare di guai molti Paesi: non solo l’Italia, ma anche Gran bretagna, Francia, Germania ed altri sembrano vivere in un momento di passaggio tra i vecchi equilibri ed i nuovi.

In generale, si può dire, ragionando a mente più fredda rispetto ai giorni dello scrutinio, che le contemporanee elezioni in 28 Paesi hanno segnato una considerevole avanzata delle forze dello scontento che potrebbero occupare un centinaio di seggi nella nuova assemblea di Strasburgo. E’ vero, come hanno notato con malcelata soddisfazione i commentatori, che i nazionalpopulisti non potranno condizionare, come speravano, le decisioni degli organismi comunitari, ma è altrettanto vero che il segno più riguarda i sovranisti, mentre il segno meno colpisce invariabilmente popolari e socialisti.

Se questo, nell’immediato, non si riflette negli assetti di potere dell’Unione, si riverbera invece nelle singole situazioni nazionali.

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LE CRISI APERTE.

I risultati delle elezioni europee hanno provocato direttamente, già la sera dello scrutinio, la crisi del governo greco di Alexis Tsipras: il brusco calo di voti conseguito da Syriza, il suo partito, e la contemporanea affermazione di Nea Demokratia, ha convinto il Premier a chiedere al Presidente della Repubblica di sciogliere la camera ed indìre le elezioni anticipate per il 7 luglio prossimo.

Anche l’Austria andrà presto alle urne, probabilmente in settembre: qui nei giorni precedenti il voto europeo è scoppiato lo scandalo denominato “Ibiza Gate”: qualcuno ha diffuso un video, realizzato nel 2017 in cui il leader del partito della Libertà (FPö) Heinz-Christian Strache si dichiarava disposto ad accettare fondi da oligarchi russi pur di vincere le successive elezioni federali e zittire i giornali che si battono contro di lui. conseguenza: dimissioni di Strache dalla vicecancelleria, crisi del governo di Vienna, voto di sfiducia della Camera e nomina d’un governo tecnico che guiderà il paese fino alle urne.

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SULL’ORLO DEL BARATRO.

A parte l’Italia, dove si attende da un giorno all’altro la caduta del Ministero Conte, in grave difficoltà si trova il governo tedesco di Grosse Koalition tra CDU-CSU ed SPD. Le urne il 26 Maggio scorso hanno visto il crollo sia dei partiti dell’Unione, che hanno raccolto il loro minimo storico, sia quello dei socialdemocratici, scesi al 15,8%. Conseguenza immediata: dimissioni della Presidente del Partito Andrea Nahles, creazione d’un triunvirato che gestirà il partito fino all’autunno e messa in discussione della partecipazione al governo. Se l’SPD, il più antico partito socialista dell’Occidente dovesse uscire dall’esecutivo guidato da angela Merkel, potrebbero venir indette nuove elezioni federali anticipate.

In Gran Bretagna il 24 Maggio, ossia il giorno dopo le elezioni europee, a cui in teoria il Regno Unito non avrebbe dovuto partecipare, il Primo Ministro Theresa May ha annunciato le sue prossime dimissioni tanto dal ruolo di capo del governo, quanto da quello di leader dei conservatori. Questo non significa che a breve si conoscerà il nome del nuovo inquilino del N. 10 di Downing Street, perché la corsa alla successione della Premier potrebbe durare diverse settimane prima che i 120mila iscritti ai tories possano indicare col voto che leader vogliono. Dietro l’angolo, nuove elezioni generali e magari anche un nuovo referendum sulla Brexit.

In Francia, il voto alle europee ha ridisegnato il quadro politico generale confermando la crisi della sinistra, atomizzata in una quantità di sigle totalmente autoreferenziali e prive di consenso popolare e ha fatto esplodere il Partito dei Repubblicani, eredi di de Gaulle, Chirac e Sarkozy. Les Républicains hanno conseguito il 26 maggio il peggior risultato della loro storia e pochi giorni dopo il loro Presidente ha rassegnato le dimissioni dall’incarico. Ora, quello che fu uno degli schieramenti dominanti della Quinta Repubblica, assieme ai socialisti, è completamente da ricostruire.

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PASSAGGIO DI POTERI.

Finlandia, Estonia, Spagna, Belgio e Danimarca sono alle prese col passaggio di consegne tra i governi uscenti e quelli entranti. In tutti questi Paesi si sono tenute le elezioni legislative nazionali e devono quindi essere formati i nuovi esecutivi, tenendo conto della notevole frammentazione dei rispettivi parlamenti.

Particolarmente ingarbugliate sono le situazioni in Belgio e Spagna, dove accanto alle elezioni nazionali, si son tenute anche quelle regionali, mentre negli altri Stati citati il problema è metter d’accordo forze politiche con programmi confliggenti e vincolate da promesse elettorali non immediatammente realizzabili.

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Se si può trarre un bilancio da questa complessa tornata elettorale in cui si sono sovrapposte tematiche nazionali e transeuropee, si può dire che dovunque nel nostro continente regnano frammentazione, insoddisfazione, debolezza degli esecutivi. E’ proprio questa combinazione di vari elementi, talvolta decisamente confliggenti che fa pensare che siamo entrati decisamente in una fase politica in cui le leadership in carica sono la somma di tante debolezze: la stessa Germania, che pure in questi anni ha svolto una funzione direttiva all’interno della UE, appare come fiaccata da un’instabilità che ne mina la stessa capacità di condurre il treno europeo.

PIER LUIGI GIACOMONI

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