DIALOGO DI UN VENDITORE D’ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE
(31 Dicembre 2016)

BOLOGNA. Anche il 2016 va in archivio e passa alla storia: i 366 giorni che l’hanno composto faranno parte da domani dei nostri ricordi e di quelli dei giornali che tra dieci anni o più ci ricorderanno che nel 2016 accadde quel certo evento, scomparve quel certo importante personaggio, si verificò quella strage o quel lieto evento.

Quando cambia l’anno ci si fa gli auguri, cioè si comunica all’amico, al congiunto od anche allo sconosciuto che si spera che l’anno che viene sia per lui, come per noi, apportatore di novità positive.

Di quest’argomento s’occupò Giacomo Leopardi (1798 – 1837), famoso poeta e uomo coltissimo.

Nelle sue operette morali scrisse il «DIALOGO DI UN VENDITORE D’ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE.»

Lo trascrivo qui a mo’ di meditazione propedeutica per l’anno nuovo che sta arrivando.

Ovviamente, auguri d’un buon anno a tutti!

PLG
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DIALOGO DI UN VENDITORE D’ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE (1).

PERSONAGI:
Venditore=V
Passeggere=P
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V. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
P. Almanacchi per l’anno nuovo?
V. Sì signore.
P. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
V. Oh illustrissimo sì, certo.
P. Come quest’anno passato?
V. Più più assai.
P. Come quello di là? (2)
V. Più più, illustrissimo.
P. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
V. Signor no, non mi piacerebbe.
P. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
V. Saranno vent’anni, illustrissimo.
P. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
V. Io? non saprei.
P. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
V. No in verità, illustrissimo.
P. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
V. Cotesto si sa.
P. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
V. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
P. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
V. Cotesto non vorrei.
P. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
V. Lo credo cotesto.
P. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
V. Signor no davvero, non tornerei.
P. Oh che vita vorreste voi dunque?
V. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
P. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
V. Appunto.
P. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
V. Speriamo.
P. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
V. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
P. Ecco trenta soldi.
V. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.
***
NOTE:
1. Questo dialogo fu composto nel 1832 (probabilmente a Firenze). Non è dubbio che il suo primo spunto consista nella nota dello “Zibaldone” datata primo luglio 1827: «Io ho dimandato a parecchi se sarebbero stati contenti di tornare a rifare la vita passata, con patto di rifarla né più né meno quale la prima volta. L’ho dimandato anco sovente a me stesso. Quanto al tornare indietro a vivere, ed io e tutti gli altri sarebbero stati contentissimi; ma con questo patto, nessuno; e piuttosto che accettarlo, tutti (e così io a me stesso) mi hanno risposto che avrebbero rinunziato a quel ritorno alla prima età, che per se medesimo sarebbe pur tanto gradito a tutti gli uomini. Per tornare alla fanciullezza, avrebbero voluto rimettersi ciecamente alla fortuna circa la lor vita da rifarsi, e ignorarne il modo, come s’ignora quel che della vita resta da fare. Che vuol dir questo? Vuol dire che nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza, tutti abbiam provato più male che bene, e che se noi ci contentiamo ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l’ignoranza del futuro, e per una illusione della speranza, senza la quale illusione e ignoranza non vorremmo più vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti» (“Zib.” I, 1118-1119).
L’inconsueta agilità di questa operetta giustifica l’ipotesi che essa sia stata composta per lo «Spettatore», nel cui preambolo Leopardi aveva scritto di voler soprattutto dilettare il lettore, perché «il dilettevole è più utile dell’utile». L’assoluta semplicità del dialogo, la scenetta men che «quotidiana», costituiscono un motivo di differenziazione rispetto alle altre operette.
2. Ancora precedente.