CRISI ECONOMICA ED ANTIGERMANISMO
(23 luglio 2015).

BERLINO. Questa lunga crisi europea sta facendo riemergere i nazionalismi, i particolarismi locali e le vecchie avversioni.

Una di queste è l’avversione verso la Germania. Oggi, è indubbio, la Germania è nel bene e nel male il Paese guida dell’Europa: nulla si può fare senza il suo consenso.

Eppure non è stato sempre così. La Germania, come noi la conosciamo, è una creazione recente.

Per lunghi secoli essa sarebbe stata definita una “semplice espressione geografica”, definizione adottata dal Principe di Metternich per definire l’Italia della Restaurazione.

dopo la pace di Westfalia (1648) il territorio tedesco, comprendente anche la Prussia Orientale, era suddiviso in un migliaio di microstati, spesso in lotta l’uno contro l’altro.
Nel 1871, dopo la guerra franco-prussiana, Otto von Bismarck creò il secondo impero, che in realtà era una federazione di regni semiautonomi che accettavano d’esser governati dal Kaiser prussiano e dal suo Cancelliere.

L’unificazione bismarckiana,  però, gettò le basi per la creazione d’una potenza economica e militare che presto divenne rivale dell’allora egemone Gran Bretagna.

La prima guerra mondiale però mise in luce i limiti della potenza tedesca ed ancora più tragici furono gli esiti della seconda.

Dopo il 1945, la Germania fu suddivisa in due stati, strettamente ancorati all’URSS, la Germania Est, ed agli USA, la Germania Ovest.

Il crollo dell’impero sovietico rese possibile la riunificazione dei due stati, previa la rinuncia alla Prussia Orientale.

La riunificazione richiese un forte sforzo economico per avvicinare i due pezzi del nuovo Paese. Difatti l’economia della Germania Ovest era nettamente più forte e moderna di quella dell’Est.

furono necessari forti investimenti, anche per evitare che nei Länder orientali prendessero quota movimenti neonazisti o nostalgici del comunismo, appena collassato.

In effetti, il panorama politico tedesco è uscito dalla riunificazione molto modificato ed in diverse occasioni L’NPD ed altre formazioni d’estrema destra han raccolto parecchi voti e seggi in diverse elezioni regionali all’Est, cavalcando l’insoddisfazione generata dall’imponente ristrutturazione dell’economia delle regioni orientali.

Oggi, pare che Berlino sia il Paese egemone dell’europa: nulla si  può decidere senza il consenso del bundestag o della Corte costituzionale di Karlsruhe. Ciò si deve alle norme presenti nella legge fondamentale tedesca che richiede, ad esempio, il consenso del Parlamento quando si prestano soldi pubblici ad altri stati (vedi caso Grecia).

In realtà, proprio l’accordo del 12 luglio scorso tra UE e Grecia dimostrano che la linea dura di berlino stavolta non è passata. Se fosse stato per il ministro tedesco per le finanze Wolfgang Schaeuble la Grecia avrebbe dovuto uscire da eurolandia e rimanere in una specie di limbo per cinque-dieci anni.

La linea Draghi, sostenuta da Francia ed Italia ha, da un lato costretto i greci a fare quelle riforme che da tempo gli si richiedeva e dall’altro rintuzzato le velleità germaniche desiderose di creare un’area euro più piccola, ma più rassicurante.

Se i Greci ce la faranno, nonostante le previsioni negative di numerosi esperti che prevedono il default di atene tra la fine del 2015 e l’inizio del ’16, la linea rigorista di Berlino avrà subito un’altra sconfitta e forse questa lunga crisi dell’Unione europea potrà dirsi veramente superata, con buona pace per gli eurofobici di tutte le specie.

PIERLUIGI GIACOMONI