CILE. SECCO NO POPOLARE ALLA NUOVA COSTITUZIONE
(19 Settembre 2022)

SANTIAGO DEL CILE. Secco no popolare alla nuova costituzione cilena elaborata in un anno di lavori dalla Convenzione costituzionale eletta a suffragio universale il 15-16 Maggio 2021.

Col 62% dei voti di oltre 13 milioni di cileni, convocati alle urne obbligatoriamente, il testo, composto di 388 articoli e 57 norme transitorie e finali, è stato cestinato in tutte le regioni del Paese e praticamente tutti i comuni, tranne 8.

La votazione era stata indetta da Gabriel Boric, Presidente della Repubblica, in carica dall’11 marzo, dopo che il documento gli era stato consegnato il 4 Luglio.

Il risultato dello scrutinio non era inatteso: già nelle settimane precedenti al 4 Settembre i sondaggi avevano dato in vantaggio “rechazo” su “apruebo”: la sorpresa è stata l’ampiezza con cui quest’opzione ha vinto, considerato che solo due anni fa, il 25 ottobre 2020 il 79% dei cileni si era pronunciato per mandar in pensione la Costituzione di Pinochet (1980).

Inoltre, il testo approvato dalla convenzione (155 deputati, metà donne e metà uomini compresi 17 rappresentanti dei popoli indigeni) non soddisfaceva nemmeno il Presidente che pure si era pronunciato per “apruebo”: nelle ultime fasi della campagna elettorale, annusando probabilmente l’avvento del rifiuto, Boric aveva avanzato proposte d’emendamento che sarebbero state sottoposte al vaglio del Congresso nazionale in cui la coalizione presidenziale non ha la maggioranza, specialmente al Senato.

Per questo motivo, di recente, i legislatori han abbassato il quorum per modificare la magna charta fissandolo ai quattro settimi delle assemblee.

Ora, Boric ha avviato un dialogo proficuo con tutte le forze politiche e sociali per cui si è giunti alla stipula d’un accordo: convocazione d’una nuova Convenzione Costituente, stesura d’un nuovo testo e indizione alla fine d’un referendum confermativo con voto obbligatorio.

Per Indire le nuove elezioni costituenti sarà necessaria l’approvazione d’una legge specifica da parte del Congresso: processo ancora lungo, dunque, mentre la Costituzione di Pinochet, peraltro più volte modificata, rimane in vigore.

Boric, però, paga un prezzo politico pesante alla sconfitta: il 6 settembre ha aperto le porte del governo al centro-sinistra tradizionale (Democrazia Cristiana, Partito Socialista ed altri) esonerando alcuni tra i suoi più stretti collaboratori dagli incarichi ministeriali loro assegnati solo da sei mesi.

Perché non sfugge a nessuno che tra le ragioni del trionfo di “rechazo” c’è anche il malcontento crescente della popolazione verso il Presidente e il suo governo, giudicato non all’altezza della complessa situazione socioeconomica cilena.

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LE RAGIONI DEL “RECHAZO”

Andando più in profondità, si possono individuare diverse ragioni dietro il trionfo di “rechazo”:

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1. SOMMA DI “NUMERI PRIMI”

I costituenti hanno optato per la somma di tanti “numeri primi”, «Ovvero scrive Lucia Capuzzi[1] – in termini sociologici, hanno puntato sull’aggregazione delle istanze di numerose minoranze, troppo a lungo escluse. Hanno, tuttavia, mancato di individuare un minimo comune denominatore intorno al quale coagularle. In pratica, il grande assente in questo lungo anno di lavoro della Costituente è stata la mediazione. Un paradosso per un percorso iniziato proprio con un accordo ampio fra le principali forze politiche per chiedere ai cittadini, tramite una consultazione, di pronunciarsi sull’attuale Carta, scritta durante la dittatura, seppur più volte riformata.»

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2. OBBLIGATORIETÀ DEL VOTO

L’obbligatorietà del voto, portando alle urne i più distanti dalla politica, ha, in qualche modo, fa- vorito “rechazo”, perché su quest’opzione si sono concentrate tutte le insoddisfazioni cresciute tra la popolazione per le mancate realizzazioni del nuovo governo. Su “rechazo” poi si sono coagulate tutte le opposizioni alla nuova amministrazione, sia di destra,nostalgica magari di Pinochet, che a dicembre aveva sostenuto la candidatura di José Antonio Kast (44% alle presidenziali), sia d’estrema sinistra, insoddisfatta per la mancata trasformazione del cile in un Paese retto da tante assemblee popolari.

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3. MASSIMALISMO

Nel suo anno di vita, la Convenzione ha preso decisioni influenzate da un massimalismo che alla fine ha prodotto il risultato che sappiamo.

L’Assemblea, dominata da elementi di sinistra anche molto radicale, è stata – secondo diversi osservatori – la grande valvola di sfogo per gruppi fin qui emarginati dai processi decisionali. Una parte di questi l’ha vissuta in modo esasperato, una sorta di “rivincita” storica. Vari esponenti hanno scelto la via dello scontro, con l’ostentazione di atteggiamenti massimalisti. Questo ha favorito una campagna di disinformazione nella quale sono stati agitati gli spettri dell’estremismo.

In un certo senso, lo stesso Presidente Boric ha riconosciuto la sera del 4 settembre in un discorso in TV che il patto costituzionale deve tener conto di almeno due istanze: la volontà più volte espressa dai cittadini di scrivere una nuova magna charta, ma anche che questa sia il frutto d’un grande patto nazionale che includa ilmaggior numero possibile d’orientamenti ideologici: «Mi impegno – ha detto Boric a fare di tutto, per costruire, insieme al Congresso e alla società civile, un nuovo itinerario costituente da cui scaturisca un testo che, raccogliendo quanto appreso finora nel processo, riesca a interpretare le istanze della grande maggioranza dei cittadini.»

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4. IL TESTO

La scelta d’andare oltre le istanze emerse dalle proteste del 2019 e di scrivere un testo lungo 388 articoli e con pretese di omnicomprensività non ha favorito il consenso.

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5. I LOCALISMI

Il drastico decentramento proposto dalla Carta, la cancellazione del Senato, soppiantato da una Camera delle Regioni è stato visto da tanti come un attentato all’unità dello Stato sancita fin dall’indipendenza. Se fosse passato quest’orientamento si sarebbe potuto assistere ad un’infinità di rivendicazioni localistiche, a partire da quelle portate avanti da alcune frange estremiste dei Mapuche dell’Araucanía che vorrebbero la restituzione dei terreni loro espropriati al momento della colonizzazione, nonché indennizzi economici per i danni subìti, a lor dire, in secoli di predominio bianco.

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6. GLI INDIGENI

La definizione del Cile come «Stato plurinazionale» e la creazione d’un sistema di giustizia parallelo per i nativi, anche se limitato all’ambito locale e non riferito alla giustizia penale, ha diffuso il timore d’una possibile spaccatura all’interno del Paese ed una minaccia all’universalità del sistema giudiziario che prevede che ciascun cittadino sia uguale agli altri davanti alla legge, indipendentemente dall’origine etnica.

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7. ABOLIZIONE DELLA PROPRIETÀ PRIVATA

«Un altro aspetto controverso – scrive Paula Molina[2] – è stata l’idea che la nuova Costituzione non tutelasse il diritto alla proprietà privata, un’idea così diffusa durante la campagna referendaria che i partiti al governo hanno dovuto metter per iscritto che essa sarebbe stata in ogni caso tutelata.»

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8. CONVENZIONE PROGRESSIVAMENTE SCREDITATA

«Nonostante – prosegue Molina – nel Paese sia diminuita la fiducia nei partiti politici, le polemiche sullo sviluppo della Convenzione costituzionale e la sua incapacità di comunicare ciò che stava facendo, hanno progressivamente allontanato l’opinione pubblica da questa nuova istituzione.»

In più, aggiungiamo noi, qualche scandalo, qualche dichiarazione fuori posto, qualche smargiassata di alcuni convenzionisti troppo desiderosi d’uscire dall’anonimato, hanno decretato un progressivo discredito d’un’istituzione che avrebbe dovuto rinnovare lo Stato.

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UNA COSTITUZIONE CONDIVISA

Che cos’è allora una costituzione? Una sommatoria infinita di leggi? Un catalogo di rivendicazioni? Il frutto della prevalenza d’una parte sulle altre?

No di certo: le costituzioni sono prima di tutto un patto tra le diverse componenti della società ed hanno il compito di strutturare lo Stato dandogli delle istituzioni che gli permettano di funzionare. Spetta poi alla legislazione ordinaria intervenire con norme specifiche dove la Costituzione non è intervenuta.

E’ fondamentale allora che il futuro patto costituzionale cileno superi la magna charta di Pinochet, ma anche un testo, come quello redatto dalla Convenzione, ideologicamente orientato a senso unico.

Bene ha fatto il popolo a cestinare quel testo costringendo i diversi attoripolitici a ricostruire quel patto nazionale che nel 2020 spinse i quattro quinti della popolazione a pronunciarsi per il pensionamento della costituzione elaborata durante la dittatura.

Boric, dal canto suo, deve ricordarsi che molti di coloro che a dicembre votarono per lui lo fecero non perché approvassero il suo programma, ma perché lo preferivano a José Antonio Kast che sembrava troppo nostalgico di Pinochet.

PIER LUIGI GIACOMONI

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[1] L. Capuzzi, Il Cile dice no alla nuova Costituzione Boric riparte da un grande accordo, avvenire.it, 6 Settembre 2022;
[2] P. Molina, La (aparente) paradoja de Chile: 3 razones para entender el no a la nueva Constitución cuando casi el 80% estaba a favor de cambiarla, bbcmundo.com, 5 Settembre 2022.