CHI CONTROLLA IL FIUME EL ESEQUIBO?
(5 Marzo 2021)

GEORGETOWN. Chi controlla il fiume el Esequibo che da 180 anni fa da frontiera tra Guyana e Venezuela?

Caracas non ha dubbi: la regione le appartiene di diritto, Georgetown non è d’accordo.

Motivo della contesa, la presenza d’ingenti risorse minerarie (oro, petrolio, legname pregiato, che ovviamente fan gola ad entrambi i Paesi.

Proviamo però a ricostruire la storia di questo angolo di mondo.

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GEOSTORIA DELLA REGIONE.

LA GEOGRAFIA.

Se guardiamo la cartina politica dell’America Meridionale ci accorgiamo che nel Nord del subcontinente ci sono tre territori bagnati dal Mar dei Caraibi: da ovest a est troviamo le tre Guiane: la più vicina al Venezuela è quella che fu possedimento britannico, seguita dal Surinam, già colonia olandese, indi la Guiana Francese, territorio d’oltremare di Parigi, da dove partono i razzi Arianne.

Questi territori son bagnati dal Mar dei Caraibi nei cui fondali son state rinvenute considerevoli riserve di gas e petrolio, mentre sulla terraferma, in particolare nell’area contesa, in piena foresta pluviale, pare si trovino altre succulente fonti di reddito.

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LA STORIA.

Nel XVI secolo, le Guiane entrarono nell’orbita spagnola, che, ad eccezion del Brasile, dominava l’intera America del Sud.

Nel tardo 500, da queste parti, approdò l’avventuriero inglese Sir Walter Raleigh, nonché diversi navigatori olandesi. Anzi, le Province Unite fondarono un’importante colonia a Recife, che comprendeva il Nordeste brasiliano, strappandolo al debole controllo portoghese.

Successivamente, anche francesi ed Inglesi crearono delle colonie, mentre Lisbona eliminò la testa di ponte olandese nel Nordeste brasiliano, limitando la presenza dei coloni al futuro Surinam.

Gli europei utilizzarono le Guiane per crearvi grandi piantagioni di canna da zucchero, coltivate da schiavi neri importati dall’Africa. Più tardi Inglesi ed olandesi vi avrebbero trasferito manodopera d’origine indiana e giavanese.

Nel 1815, la Gran Bretagna conclude un accordo con Amsterdam per la spartizione del territorio: da una parte c’è la Guiana Olandese, dall’altra la Guyana britannica: le sue dimensioni però non son ben definite. Nel 1824 Simón Bolívar, leader della Grande Colombia, scrive a Londra una lettera per chiedere che venga restituita al nuovo Stato sorto sulle ceneri dell’impero spagnolo, l’area che si trova ad ovest del fiume Esequibo, ma il Regno Unito fa orecchio da mercante.

Anzi, Nel 1840 la superpotenza fa redigere da un geografo compiacente una mappa che non soddisfa Caracas: questi amplia notevolmente l’estensione della colonia; nel 1899 un arbitrato internazionale ratifica la mappa.

Successivamente si scoprirà che uno dei componenti del comitato arbitrale, un russo, si è lasciato corrompere dai britannici, schierandosi al momento del voto dalla parte di Londra.

Nel 1963, il Venezuela sottoscrive un trattato internazionale con la Gran Bretagna che riconosce le dimensioni attuali della Guyana, che acquisisce l’indipendenza nazionale il 26 giugno 1966.

I successivi tentativi venezuelani per rimetter in discussione la sentenza arbitrale del XIX secolo si riveleranno vani.

Ora Nicolás Maduro, Presidente della Repubblica Bolivariana, sembra aver deciso di riaprire la vertenza, forse anche per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica interna dal disastro in cui è precipitata l’economia venezuelana.

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LA GUYANA.

SCHEDA GEOGRAFICA.

Grande 214.970 KMQ., è popolata da appena 786.391 abitanti (stima del 2018), concentrati soprattutto a Georgetown, la capitale.

La popolazione appartiene a diverse etnìe, indiani (40%), africani (30%) meticci (20%) europei e nativi (10%): Le religioni praticate sono diverse tra cui Cristianesimo, Buddismo, Induismo ed Islam.

Le lingue parlate sono diverse: oltre all’inglese, sono diffuse il creolo, un dialetto che mescola insieme termini anglosassoni con espressioni provenienti dalle lingue indiane ed africane.

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L’ASSETTO ISTITUZIONALE.

Il Paese si autodefinisce Repubblica Cooperativa: lo Stato è unitario, suddiviso in dieci regioni.

Il Presidente della Repubblica, è il leader del partito che controlla la maggioranza all’Assemblea Nazionale: questi presiede il governo ed ha il potere di sciogliere in anticipo il parlamento monocamerale.

Dopo unA fase di regime monopartitico, la Guyana è approdata negli anni 90 al pluralismo.

Al momento, i principali schieramenti in campo sono due:

• Il Partito Progressista del Popolo (PPP), attualmente al potere, sostenuto prevalentemente dagli Indo-guyanesi;
• il Congresso Nazionale del Popolo (PNC) appoggiato soprattutto dagli afroguyanesi.

Dopo le elezioni generali del 2 marzo 2020 il PPP Dispone di 33 seggi su 65, mentre il PNC, in coalizione con altre forze ne ha 31: capo dello Stato è Irfaan Ali, mentre Mark Phillips guida il governo, entrambi appartengono al PPP.

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LA POLITICA ESTERA.

La Guyana, più che rivolger la propria attenzione ai paesi del Sud America, con cui confina, sviluppa la propria politica estera prevalentemente verso i Paesi dei Caraibi: è membro della CariCom, la Comunità Economica dei Caraibi di cui fan anche parte tra gli altri, Giamaica, Barbados e Trinidad, per citare solo i più importanti.

Inoltre, essendo inserito nel Commonwealth, è considerato un paese satellite della Gran Bretagna e degli Stati Uniti.

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L’ECONOMIA.

i principali prodotti d’esportazione sono zucchero, banane, agrumi, noci di cocco ed altra frutta tropicale. Dal sottosuolo provengono bauxite, oro e diamanti. La pesca dei crostacei rappresenta per il Paese un’importante fonte di reddito.

La Guyana dipende notevolmente dagl’investimenti stranieri, principalmente nel settore minerario.

L’industria produce soprattutto birra, rum, zucchero ed abbigliamento. Le infrastrutture sono carenti.

Il turismo è attirato dalle aree incontaminate di foresta pluviale ricca di biodiversità.

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LIBERTA’ DI STAMPA.

Sebbene la costituzione garantisca completa libertà di stampa e parola, tuttavia, a scopo intimidatorio, le elites dirigenti accusano spesso i giornalisti di diffamarle, al fine di bloccare inchieste sulla corruzione, sostiene RSF.

La legislazione sulle trasmissioni adottata nel 2017 è stata criticata dai proprietari dei media locali: il testo richiede che le emittenti private diffondano almeno un’ora al giorno programmi riservati al governo in modo che questi possa far conoscere i propri atti alla popolazione: peraltro, l’esecutivo controlla giornali, radio e tv in tutto il Paese.

vi sono 305.000 internauti.

PIER LUIGI GIACOMONI