CAMERUN. TENSIONE IN CRESCITA TRA ANGLOFONI E FRANCOFONI
(29 Gennaio 2017)

YAOUNDé. La tensione politica sta crescendo in Camerun per l’annoso conflitto tra maggioranza francofona e
minoranza anglofona.
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Le origini. Quando il Camerun divenne nel 1960 uno Stato indipendente non comprendeva le regioni occidentali
facenti parte del Camerun britannico: il territorio della Repubblica era quello dell’ex colonia francese a cui
Parigi aveva concesso di raggiungere la piena sovranità nazionale.

A seguito d’un referendum popolare tenutosi l’11 febbraio 1961, si procedette ad incorporare i due Camerun in modo
da unificare il Paese, smembrato dopo la Prima guerra mondiale quando Regno Unito e Francia si spartirono il
Camerun tedesco.

Di questo territorio non fece parte l’area settentrionale, a maggioranza musulmana, che preferì l’annessione alla
Nigeria.

Il governo di Yaoundé varò una costituzione federale che accordava alle diverse regioni del Paese un’ampia
autonomia e le lingue ufficiali del Paese furono dichiarate il francese e l’inglese.

Nel 1972, però, il Presidente Ahmadou Ahidjo (1960 – 1982) abolì la costituzione federale e convertì il Camerun in
uno stato centralizzato.

Ahidjo fomentò negli ultimi anni del suo potere il conflitto tra maggioranza francofona e minoranza anglofona, per
cui, quando nel 1982 lasciò il potere al suo Primo Ministro Paul Biya sembrò per qualche anno che i dissapori tra
le due comunità linguistiche fossero in via di superamento, con la concessione di maggiore libertà alla stampa ed
alle organizzazioni politiche, pur nell’ambito del sistema a partito unico.

Negli ultimi anni, però, Biya è tornato sui passi del suo predecessore, accentrando il potere a Yaoundé e lasciando
intendere che la lingua prevalente nel Paese è il francese.
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Le rivendicazioni degli anglofoni. I contrasti tra le due comunità si sono inasprite negli ultimi mesi a causa di
una serie di iniziative intraprese dal governo centrale.
• il trasferimento di giudici ed insegnanti francofoni nell’area anglofona;
• l’accentuarsi dello scontro tra federalisti e centralisti.

Yaoundé non vuol sentir parlare né di ripristino del federalismo, applicato nei primi dodici anni di vita dello
Stato, né di secessione delle due province anglofone.

I 5 milioni circa di angloparlanti, però, denunciano gravi discriminazioni:
• nei tribunali, dove i giudici trasferiti da Yaoundé, pretendono che si parli francese;
• a scuola, dove insegnanti francoparlanti, si rifiutano d’insegnar la lingua di shakespeare;
• nella pubblica amministrazione, dove funzionari che ignorano l’inglese, impongono che le pratiche vengano
espletate nella lingua di Rabelais anche nelle province occidentali;
• gli avvocati denunciano che il governo centrale non pubblica le leggi nelle due lingue, come prescrive la
costituzione;
• le possibilità d’avanzamento sociale d’un anglofono sono nettamente inferiori rispetto ad un francofono.

In una parola: gli abitanti delle due province occidentali accusano Yahoundé di voler “francofonizzare” le province
di Nord-Ovest e sud-Ovest, malgrado il Paese abbia chiesto ed ottenuto di far parte del Commonwealth proprio in
virtù della presenza d’una considerevole minoranza di angloparlanti.
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Bamenda e Buéa. La tensione ha toccato l’apice tra novembre e dicembre 2016 quando nelle città di Bamenda e Buéa
capoluoghi delle province anglofone, sono scoppiati scontri con morti, feriti ed arrestati tra forze dell’ordine e
attivisti di alcuni gruppi politici favorevoli o alla secessione o al federalismo.

Gli scontri sono stati di particolare violenza a Bamenda con le forze dell’ordine che non hanno esitato ad aprire
il fuoco ad alzo zero sui dimostranti.

Alcune fonti parlano di cinque persone uccise, centinaia di feriti ricoverati nei vicini ospedali.

Vengono denunciati pesanti maltrattamenti da parte della polizia nei confronti dei fermati.

Col 2017, il conflitto si è ulteriormente inasprito: il 31 dicembre, nel suo messaggio di fine anno,il Presidente
della Repubblica Paul Biya ha definito coloro che protestano «Estremisti, manipolati, strumentalizzati».

Il 9 gennaio, alla ripresa delle attività scolastiche, le città sono state proclamate “morte”: nessuno si è recato
al lavoro e le vie erano deserte. In breve: sciopero generale.

E’ caduto finora nel vuoto l’invito di John Fru, Presidente del Social Democratic Front (SDF), la forza politica
che più rappresenta gli abitanti delle due regioni, per una ripresa del dialogo tra le due comunità, mentre
prendono sempre più piede due organizzazioni politiche radicali che rivendicano o la secessione o il federalismo,
ipotesi entrambe respinte da Yaoundé.

Non contribuiscono certo al rasserenamento degli animi né l’arresto di cinque esponenti del
Southern Cameroons national council (Scnc), separatista, e del Cameroon anglophone civil society consortium
(Cacsc), federalista, né la chiusura di una stazione radio ed un sito internet molto seguiti, accusati dal
Ministero per l’Informazione di svolgere propaganda separatista.

In un comunicato, l’Unione Africana ha invitato le parti al dialogo, condannando l’ondata di arresti effettuata dai
servizi di sicurezza governativi.
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Paul Biya. Non sono estranee a queste vicende le questioni connesse alla successione al Presidente della repubblica
Paul Biya, 83 anni, al potere dal 1982.

Politico di lunghissimo corso, deve fronteggiare crescenti contestazioni causate dalla crisi economica, dalla
corruzione endemica, dalla diffusa disoccupazione.

Nei suoi discorsi ufficiali, il Capo dello Stato sostiene che il Camerun è uno «stato di diritto» e d’un «Paese
democratico» nel quale la costituzione è rispettata.

Paul Biya, ha scritto Le Monde, è il Presidente d’un Camerun ufficiale: è il principale beneficiario d’un sistema
corrotto. Non è il Presidente d’un Paese reale, dove le ragazze sono violentate dai poliziotti, dove è impossibile
avere giustizia, dove è considerato un crimine abominevole protestare in modo non violento contro il governo, dove
migliaia di cittadini camerunesi quotidianamente sono umiliati,maltrattati da pubblici funzionari che dovrebbero
essere al loro servizio.

In questo 2017 che sarà anno elettorale per il Paese, il Camerun si trova in un clima di forte incertezza, guidato
da un leader troppo vecchio, che tollera il clima d’arbitrio che regna dovunque e dove sembra mancare un progetto
per il futuro.
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Il Camerun. Nato dalla dissoluzione degli imperi coloniali, il Camerun non è mai stato governato da regimi
militari, come è accaduto spesso in Africa, ma da partiti unici, fino a quando negli anni Novanta si è affermato il
multipartitismo.

L’economia si fonda sull’esportazione di legnami pregiati, petrolio, cacao ed altri prodotti tropicali e soffre
d’un crescente declino a causa del crollo dei prezzi delle materie prime esportate.

Abitato da circa 22 milioni di persone, il 20% di essi parla inglese e vive nelle province occidentali.

Negli ultimi anni è stato coinvolto nel conflitto scatenato da Boko Haram che opera in Nigeria,ma estende anche la
propria sfera d’influenza ai Paesi vicini: Ciad, Niger e, per l’appunto Camerun.,

Suddiviso in dieci province dotate d’una larga autonomia, è popolato da numerose etnie: alcune sono islamizzate,
altre cristianizzate.

Finora i rapporti tra le diverse comunità religiose sono stati buoni, ma lo stato teme che le ingerenze di Boko
Haram possa far sorgere presto o tardi anche uno scontro tra musulmani e seguaci di altre confessioni.

PIER LUIGI GIACOMONI