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BURUNDI. SI E’ VOTATO MALGRADO LA PANDEMIA

Maggio 28, 2020 • Pierluigi Giacomoni

BURUNDI. SI E’ VOTATO MALGRADO LA PANDEMIA
(29 Maggio 2020)

BUJUMBURA. In Burundi si è votato malgrado la pandemia da Coronavirus: nessuno è riuscito a convincere le autorità a posticipare le elezioni generali che si sono svolte mercoledì 20 maggio.

si trattava di rinnovare il Presidente della Repubblica, l’Assemblea nazionale e le autorità locali che in luglio eleggeranno il Senato.

Le tre settimane di campagna elettorale, caratterizzate, come in passato, da violenze ed attentati dinamitardi che sono costati la vita a decine di persone, hanno condotto ad una giornata elettorale tesa e costellata d’arresti ed accuse di irregolarità.

Durante lo spoglio, il leader del CNL Agathon Rwasa ha più volte accusato le autorità di ogni genere di soprusi: si è denunciata ad esempio la pratica di controllare i votanti o d’immettere nelle urne schede precompilate, mentre i miliziani del partito di governo, gli Imbonerakure, intimidivano i votanti o compivano raid nei quartieri di Bujumbura notoriamente avversi al presidente Pierre Nkurunziza.

«Le elezioni in Burundi non sono credibili e libere» ha decretato Doudou Diene, Presidente della Commissione di Inchiesta sul Burundi delle Nazioni Unite in una intervista data alla Deutsche Welle.

Inoltre, nessun osservatore straniero di Nazioni Unite, Unione Africana, Unione Europea ha ricevuto il permesso di essere presente durante le elezioni. Gli unici osservatori ammessi sono stati quelli della East African Community (Comunità Economica dell’Africa Orientale) a condizione che si sottoponessero alla quarantena di 14 giorni come misura preventiva per il contagio da Covid-19. Una misura che ha ovviamente impedito la loro presenza.

Alla vigilia delle elezioni si è svolta a Bujumbura una riunione tra gli alti gerarchi del regime, i dirigenti della CENI (Commissione Elettorale Nazionale Indipendente) e i capi della milizia Imbonerakure (coloro che guardano avanti), per organizzare le frodi elettorali e la repressione delle manifestazioni popolari in sostegno al candidato dell’opposizione Agathon Rwasa.

Tutto questo lavorìo, come vedremo, ha dato i suoi frutti.

Prima però di soffermarci sull’attualità, riteniamo utile volgere lo sguardo alla complessa storia di questo piccolo territorio (27.830 kmq.) abitato da oltre 11 milioni di persone, situato nell’Africa dei Grandi laghi.

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STORIA DEL BURUNDI.

IL REGNO.

LE ORIGINI.

Le origini del Burundi sono note solo grazie ad un misto di tradizioni orali e ritrovamenti archeologici sul territorio. La tradizione più accreditata parla di un fondatore originario del Ruanda di nome Ntare Rushatsi, altre versioni invece si differenziano per la provenienza di questo fondatore, che sarebbe venuto invece dallo Stato meridionale di Buha. L’idea di una fondazione di origine ruandese della regione è stata promossa dai colonizzatori europei, perché essa ben si adatta alla loro idea di una classe dominante locale proveniente dal ceppo camita dell’area nord-orientale. Questa teoria continua ad essere adottata ufficiosamente anche nell’odierno Stato burundese.

«La teoria hamitica, cara all’etnologia diffusionista, – scrive Anna Maria Gentili – catalogava la popolazione secondo una precisa gerarchia razziale a cui trovava giustificazione in ricostruzioni storiche del tutto prive di qualsiasi riscontro. Secondo questa teoria, di stampo prettamente evoluzionista, gli agricoltori, prevalentemente hutu, avrebbero scalzato i cacciatori raccoglitori twa, prima di essere sottomessi da conquistatori, provenienti da oriente (dall’Etiopia nel XVI secolo, secondo l’esploratore J. H. Speke), di origine hamitica (tutsi) fondatori delle monarchie. Contrariamente a quanto può essere dimostrato con fonti per le emigrazioni dei Luo nella regione ugandese nel XVI secolo e per i masai del Tanganyika nel XVIII, non vi è nessuna prova, né linguistica né storica, che permetta di sostenere quella teoria. Ma il mito, benché smentito da tutta la più autorevole ricerca accademica, continua ad avere credito insieme agli stereotipi che ha creato e diffuso.»
(A. M. Gentili: Il leone e il cacciatore. Storia dell’Africa subsahariana, Carocci, Roma, 2008)

Gli storici moderni, perciò, optano per l’ipotesi che intorno al XV secolo vi siano state delle migrazioni di popolazioni di allevatori che si sono stanziati nella zona, trovando disponibilità di pascoli per il loro bestiame.

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UNA NAZIONE ORGANIZZATA.

La prima testimonianza dell’esistenza di una nazione organizzata in Burundi risale al XVI secolo ed è localizzata nelle zone collinose a oriente. Essa si espande nel secolo successivo, annettendo un gruppo di piccoli regni, ed entrando in competizione col vicino Ruanda. La massima espansione del territorio si verifica sotto il Re Ntare Rugamba, (1796-1850): in quegli anni la superficie controllata quasi raddoppia rispetto alle dimensioni abituali.
Il regno è strutturato in modo gerarchico: al vertice dello Stato c’è il mwami che è capo d’un’aristocrazia terriera che controlla gran parte delle aree coltivabili. Oltre all’agricoltura si pratica anche l’allevamento del bestiame (in prevalenza bovino). Chi ne possiede tanto, è molto ricco.

La nobiltà riscuote i tributi dai contadini e dagli allevatori e garantisce loro la protezione, come avveniva nell’Europa feudale tra l’VIII ed il XII secolo.

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TUTSI E HUTU: DIFFERENZE SOCIOECONOMICHE, NON ETNICHE.

Come osserva opportunamente Gentili «Le popolazioni di Rwanda e Burundi – termini che si riferiscono agli Stati storici, ai coloniali e agli Stati attuali, ma che, come noto, non coincidono per estensione del territorio – non si distinguono per cultura, poiché la tradizione orale è la stessa per tutti i gruppi di popolazione, e la lingua – di origine bantu con apporti delle lingue del sud del Sudan e cuscitiche – è per tutti i gruppi la stessa. Le popolazioni si differenziavano invece in rapporto alla gerarchia di potere che venne a determinarsi come conseguenza del possesso delle risorse principali: bestiame e controllo della terra.» (op. cit.)

Tutsi e Hutu, oltre che Twa, non sono storicamente delle vere e proprie etnìe, perché la lingua usata è per tutti la stessa (in Rwanda Kinyarwanda, in burundi, Kirundi [NDR]), «bensì categorie socio-politiche, gerarchizzate internamente e interagenti per mezzo di complessi rapporti di scambio economico e matrimoniale specie fra tutsi e hutu. Queste categorie diventeranno rigide definizioni di differenza poi catalogate come razziali o etniche in base alle scelte ideologiche e amministrative della politica coloniale.» (op. cit.)

i Ganwa, classe dominante in Burundi fino alla proclamazione della Repubblica (1966), si distinguono per rango e casta dagli altri lignaggi aristocratici Tutsi e dai Tutsi non nobili.
Inoltre, le distinzioni di casta e rango cambiano significativamente secondo le epoche e le circostanze storiche, scandite sia da presa di potere, sia da acquisizione di privilegi nel possesso delle principali risorse.

«In Burundi – continua Gentili – la dinastia dei Baganwa, instaurata dopo la fine del XVII secolo, giocava un ruolo di arbitro nel complesso sistema di clientele che legava clan tutsi e hutu. I principati esistenti non vennero sottomessi come nel caso Rwanda, ma continuarono a esistere autonomamente pur riconoscendo ritualmente la supremazia dell’istituzione monarchica e dei poteri sacri del Mwami (re). Le divisioni etniche e regionali erano, nel caso Burundi, meno importanti che in Rwanda e cominciarono a manifestarsi soprattutto nel periodo della decolonizzazione, anche in conseguenza della rivoluzione in atto in Rwanda che si sarebbe conclusa all’indipendenza (1960) con la sconfitta dei tutsi e la presa di potere della maggioranza hutu.» (op. cit.).

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UNA RELATIVA STABILITA’ POLITICO-SOCIALE.

Fin al 1850 la regione dei Grandi laghi sembra godere d’una situazione favorevole, esclusa dalle rotte commerciali, la regione dispone d’una base nutritiva in espansione, d’una fecondità non perturbata da eventi esogeni, infine di una relativa stabilità politica.

L’agricoltura si distingue per la sua diversificazione di produzioni vegetali al crocevìa di grandi zone colturali: cereali delle savane, tubercoli delle foreste, piante di origine asiatica o americana. Domina il binomio sorgo-fagioli, ma sono importanti anche mais, banane, manioca e molte varietà di legumi.

La centralità dei bovini nell’affermazione del potere delle diverse dinastie e nei rapporti di clientela è fonte di ricchezza: Re e aristocrazie accumulano armenti come segno di potere e prestigio, ma accanto a questi “eserciti bovini”, vi è l’allevamento anche d’ovini e caprini in sistemi produttivi caratterizzati da un’intensa integrazione fra agricoltura e pastorizia.

Nel XIX secolo il successo delle piante americane e le pratiche intensive rendono l’agricoltura meno dipendente dall’allevamento, e il bestiame acquista un valore commerciale come vera e propria unità di conto; questo a causa dell’intensificarsi, nelle zone periferiche e di confine, dello scambio con altre popolazioni ed entità economiche.

Continua, tuttavia, ad essere assente o poco rilevante il commercio di lunga distanza, poiché i sistemi produttivi di questi territori non offrono i prodotti richiesti dal mercato – schiavi, avorio, metalli come il rame – né sono dotati di sistemi politici fondati sulla capitalizzazione del tributo.

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RAZZIATORI, CARESTIE, PESTILENZE.

La situazione socioeconomica comincia a degradarsi a partire dagli anni 80 quando si manifestano quasi contemporaneamente tre fattori negativi:

1°. aggressioni dall’esterno;
2°. ondate di siccità, con conseguenti carestìe;
3°. pestilenze che decimano uomini e animali;

1°. Fra le aggressioni si segnalano le scorrerie di Ngoni, temibili guerrieri noti agli esploratori come Batuta o Babwibwi, termini della lingua Kirundi traducibili come “razziatori” o “barbari”.

Gli Ngoni, in diverse occasioni invadono i regni interlacustri e devastano tutto ciò che trovano.

2°. Sempre verso la fine dell’800 si verificano ondate di siccità che determinano il calo del livello delle acque dei laghi, da cui l’agricoltura ricava l’acqua: conseguenza, cattivi raccolti.

come se ciò non bastasse, verso il 1890 dalla Somalia giungono ondate di cavallette, divoratrici di vegetali.

3°. Quanto alle epidemie nel 1870 arriva il vaiolo, poi la peste bovina ed altre malattie portate dagli esploratori che trovano impreparati gli organismi delle popolazioni locali.

Si calcola che tutti questi fattori, abbiano decimato tra il 1880 e il 1920 tra il 20 ed il 40% della popolazione.

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ARRIVANO GLI EUROPEI.

I primi europei ad arrivare nell’area (Abuna, mostri in lingua rundi) sono i britannici Richard Burton e John Hanning Speke nel 1858; segue il missionario scozzese David Livingstone e il giornalista americano d’origine gallese Henry Morton Stanley nel 1871. Essi sono alla ricerca delle sorgenti del Nilo.

dopodiché, toccherà ai missionari, sia protestanti che cattolici: in particolare saranno i “padri bianchi”, membri della Societé des Missionaires d’Afrique, fondata da monsignor Lavigerie, a svolgere un ruolo rilevante durante tutta l’epoca coloniale ed anche dopo.

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LA COLONIZZAZIONE TEDESCA.

La conferenza di Berlino del 1885, convocata dal Cancelliere Otto von Bismarck (1818 – 1898) ha lo scopo di procedere ad una spartizione dell’Africa tra le potenze europee che sono interessate a prenderne possesso.

La germania ottiene il Tanganyika, il Rwanda e il Burundi (Africa orientale), il Camerun ed il Togo (Africa occidentale) e la Namibia (Africa australe).

Nel 1890 Berlino compie i primi passi verso la colonizzazione effettiva dei territori assegnati:

Se i re ruandesi si sottomettono facilmente, il Mwami burundese Mwezi Gisabo si oppone fermamente all’infiltrazione europea, rifiutandosi di vestirsi in foggia occidentale e ostacolando l’insediamento delle missioni sul suo territorio. Berlino contrasta questa resistenza facendo uso della forza, senza tuttavia aver completamente ragione del sovrano e delle sue truppe.

Per questo motivo ordisce una congiura che vede la partecipazione d’uno dei figli che ambisce d’occupare il trono. Macoonco costringe suo padre a trattare coi tedeschi e ad accettarne la tutela.

Berlino, di conseguenza, concede appoggio al legittimo Mwami che doma la rivolta di MacOonco garantendosi la permanenza al potere: anzi, estende il proprio dominio comprendendo alcuni regni minori, sorti intorno al lago vittoria, che si sono resi indipendenti durante la guerra civile.

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LA COLONIZZAZIONE BELGA.

Nel 1916, durante la prima guerra mondiale, le forze belghe, alleate di Francia e Gran Bretagna, occupano i due regni di Rwanda e Burundi ed i successivi accordi di Versailles (1919) sanciscono il passaggio dei due territori all’impero coloniale di Bruxelles in Africa centrale.

Il 20 Luglio 1922, la Società delle Nazioni costituisce lo Stato del Ruanda-Urundi affidandone il mandato al Regno del Belgio: dopo la Seconda Guerra Mondiale, il territorio diviene un protettorato delle Nazioni Unite, sotto amministrazione fiduciaria di Bruxelles. (13 dicembre 1946).

Per il Belgio, il Ruanda-Urundi non è una colonia molto importante perciò preferisce amministrarla in modo indiretto, riconoscendo ai due monarchi ampia autonomia, a meno che non provino ad emanciparsi dal dominatore.

I belgi, come i tedeschi prima di loro, scelgono di privilegiare i capi Ganwa, capi di principati di un regno caratterizzato dalla presenza di un re che ha soprattutto funzioni rituali, ma che non esercita effettivo potere politico sui principati. In un certo senso il ruolo di agenti della colonizzazione esercitato dai principi e capi Ganwa rafforza la legittimità del sovrano presso tutta la popolazione di Tutsi e Hutu che sono vittima delle imposte, del lavoro forzato e dell’abuso dei potenti oltremodo legittimati dalla protezione coloniale.

sotto l’amministrazione belga cresce d’importanza anche la chiesa cattolica che con una fitta rete di religiosi e laici garantisce un buon livello d’istruzione perché istituisce collegi che prepareranno la futura classe dirigente ed organizza la popolazione in movimenti ed associazioni ecclesiali come Scout e molto altro ancora.

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VERSO L’INDIPENDENZA.

Il 10 luglio 1953, con un decreto vengono istituiti i consigli di sous-chefferie, chefferie, territoire e viene creato il Consiglio superiore del paese, embrione del futuro Parlamento: nel ’56, a settembre, sono eletti a suffragio universale maschile i consigli di Chefferies.

Tutto questo però non basta: in tutta l’Africa c’è un grande fermento indipendentista: nell’area dei Grandi laghhi, poi stanno rapidamente emergendo le tensioni tra Tutsi e Hutu: In Rwanda, Paese con caratteristiche simili al burundi gli Hutu sono insorti contro la monarchia e vogliono creare una repubblica in cui saranno loro a governare.

Tra il ’59 ed il ’63 si consuma un dramma nel quale rimangono invischiati centinaia di migliaia di persone: molte muoiono, altre sono costrette a rifugiarsi negli Stati vicini.

Anche in Burundi arrivano i profughi tutsi dal Rwanda portando con sé i racconti delle devastazioni compiute dai miliziani del ParMe-Hutu.

In questo clima già acceso nascono i primi partiti burundesi: il Principe Ganwa Louis Rwagasore (1932 – 1961) fonda l’UPRONA (Unione per il Progresso Nazionale), mentre vengono creati anche un Partito Popolare ed un Democratico Cristiano.

Nel suo primo congresso l’UPRONA chiede a Bruxelles che venga immediatamente concessa l’indipendenza, ma i belgi non vorrebbero che a guidarla fosse il Principe Ganwa di cui non si fidano: il rappresentante belga a Usumbura (Bujumbura) cerca d’impedire a Rwagasore di diventare Primo Ministro, ma le elezioni del 18 settembre 1961 consegnano una schiacciante maggioranza all’UPRONA, 58 seggi su 64: Rwagasore è chiamato a presiedere il governo, ma il 13 ottobre i suoi avversari l’uccidono.

E’ l’inizio d’una spirale di delitti che costelleranno la drammatica storia di un Paese che solo raramente ha conosciuto una vera pace.

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L’INDIPENDENZA E I PRIMI ANNI (1962 – 66).

Il Regno del Burundi consegue, dunque, la piena indipendenza nazionale il 1° luglio 1962, contemporaneamente al Rwanda, confermando quindi che la storia di questi due Paesi è strettamente interconnessa.

Approfittando della debolezza delle istituzioni democratiche appena nate, il Re Mwambutsa IV Bangilicenge (1912 – 1977) impone un regime monarchico nel quale il sovrano svolge un ruolo di primo piano.

In particolare, dopo l’assassinio del Primo Ministro Pierre Ngendandumwe d’origine Hutu (15 gennaio 1965), il monarca scioglie il Parlamento ed indìce le elezioni generali per il 10 maggio.

Dalle urne emerge una schiacciante maggioranza Hutu (23 seggi su 33), ma Mwambutsa IV si rifiuta di nominare un Premier Hutu ed affida la carica al Principe Léopold Biha: gli Hutu insorgono e scatta durissima la repressione dell’esercito.

Nel ’66, prima il re viene detronizzato (8 luglio), poi verrà abbattuta la monarchia ed instaurata la dittatura militare (28 novembre).

E’ il momento in cui in tutta l’Africa gli eserciti depongono i governi nati dopo l’indipendenza e continueranno a farlo fino agli anni Novanta: gli insuccessi e le insoddisfazioni accumulatesi dopo la decolonizzazione mettono le forze armate al centro dell’attenzione perché paiono essere le uniche in grado di por fine alle incessanti lotte di potere che paralizzano gli esecutivi e gli immaturi esperimenti di democrazia rappresentativa.

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LA REPUBBLICA.

IL REGIME MICOMBERO (1966 – 1976).

Autore del Colpo di Stato del novembre ’66 è il Capitano Michel Micombero (1940 – 1983), che in precedenza presiedeva il governo.

Il 10 dicembre la giunta militare che l’affianca lo proclama Presidente della nuova repubblica democratica.

Sebbene all’inizio dichiari che i militari presto riconsegneranno il potere ai civili, in realtà, impone per dieci anni una ferrea dittatura corredata da frequenti purghe all’interno dell’apparato statale e militare, soprattutto ai danni degli Hutu.

Il culmine di quest’ossessione che vede nell’Hutu un nemico semplicemente da eliminare è raggiunto nell’aprile 1972 quando si compie l’Ikiza (catastrofe):un vero e proprio genocidio ai danni dell’élite Hutu.

Il 27 scoppia nelle province meridionali una ribellione Hutu, la reazione del regime è spietata.

Il 29 Micombero scioglie il governo, di cui fanno parte diversi ministri Hutu, il 1° maggio proclama lo stato d’emergenza, dopodiché parte la repressione: In pochi giorni, vengono arrestati ed eliminati studenti, professori, impiegati dello Stato, ministri, militari, direttori d’imprese statali, tutti appartenenti all’etnìa hutu che fanno parte di liste di proscrizione redatte in seno all’élite dominante.

Sono uccise anche donne e bambini, anche molto piccoli: è la prima di tante “dehutuificazioni” che costelleranno la storia del paese ancora per molti anni.

Nell’Ikiza, che assomiglia molto al genocidio messo in atto nel 1994 in Rwanda, perdono la vita anche parecchi tutsi “moderati”, cioè non aderenti alla logica genocidaria.

Secondo stime, nei massacri perdono la vita tra 200 e 300mila persone, mentre 150mila diventano profughi e cercano di sfuggire alla ferocia delle bande criminali, fuggendo nei Paesi vicini.

Il 6 giugno ’72 è pubblicato un libro bianco «Le papier blanc sur les vraies causes et consequences de la tentative de genocide contre les tutsis au Burundi». Bujumbura tenta di giustificare il proprio comportamento accusando gli Hutu di voler sterminare i Tutsi.

Nel ’74, Micombero fa redigere una nuova costituzione e si fa rieleggere alla presidenza della Repubblica da 39 grandi elettori: due anni più tardi, suo cugino Jean-Baptiste Bagaza lo deporrà e lo manderà in esilio a Nairobi, dove morrà nel 1983 in circostanze poco chiare.

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IL REGIME BAGAZA (1976 – 1987).

Il 1° novembre 1976, dunque, nuovo colpo di Stato: il colonnello Jean-Baptiste Bagaza (1946 – 2016) prende il potere senza spargimento di sangue e forma una giunta militare che pochi giorni dopo lo proclama presidente della Repubblica.

Malgrado nel ’72 abbia partecipato attivamente all’Ikiza, nei primi anni del suo regime, introduce una serie di riforme socioeconomiche che consentono una graduale distensione dei rapporti tra tutsi e Hutu: è varata una riforma agraria che cancella antiche proprietà feudali dell’epoca monarchica, sono assegnate terre ai contadini Hutu, nel governo e nell’apparato statale vengono assunti diversi esponenti di quest’etnìa.

Nell’81 è varata una nuova costituzione che assegna all’UPRONA il ruolo di partito unico: nell’84, smessi i panni militari, Bagaza si fa rieleggere Presidente col 99% dei voti.

Dopodiché, la sua politica cambia bruscamente: improvvisamente ricomincia la caccia agli avversari politici e, siccome la chiesa cattolica ha cominciato a criticarne la condotta dispotica, ne prende di mira le istituzioni. I seminari vengono nazionalizzati così come i collegi ed altre istituzioni rette da religiosi.

In pratica, impone di nuovo un regime di terrore.

si arriva così ad una nuova svolta che fa emergere le differenze esistenti all’interno del mondo militare: il 3 settembre 1987 anche Bagaza viene detronizzato da un colpo di stato guidato dal Colonnello Pierre Buyoya (1949): il leader del Comitato di salvezza Nazionale lancia messaggi distensivi sia verso la chiesa che nei confronti degli Hutu.

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IL PRIMO REGIME BUYOYA E LA FASE TRANSITORIA (1987 – 1993).

Preso il potere con la forza, mandato in esilio Jean-Baptiste Bagaza, il maggiore Buyoya proclama la terza repubblica che dovrebbe esser contrassegnata – secondo le sue dichiarazioni – dalla riconciliazione tra le parti in conflitto.

Tuttavia, nell’agosto 1988, nuova fiammata di violenza: gli Hutu nel Nord del Paese insorgono e l’apparato repressivo dello Stato tenta di domare la ribellione: si dice che in questa nuova guerra interna siano morte da 20mila a 150mila persone e molte altre fuggono all’estero per sottrarsi ai pogrom.

buyoya accusa non meglio precisati circoli estremisti d’aver suscitato la ribellione e promette di fare chiarezza sull’accaduto: a tal fine costituisce una commissione che in tre anni di lavoro non riesce a venir a capo di nulla e, soprattutto, nel ’91 e ’92 avvengono altre “dehutuizzazioni”, cioè eccidi di portata relativamente più limitata ai danni degli Hutu.

Si procede, comunque, alla stesura d’una nuova Costituzione che prevede l’elezione d’un Presidente e d’un parlamento, mediante scrutinio con la presenza di più partiti.

Sono gli anni in cui in Africa, in seguito al crollo dei regimi comunisti dell’Europa orientale, su impulso del Presidente francese François Mitterran (1917 – 1996), un po’ dappertutto rifiorisce il multipartitismo. Nascono così stazioni radio,giornali e nuove formazioni politiche.

La costituzione del 1992 impone che i partiti non abbiano una base etnica, tuttavia il Fronte Democratico del burundi (FRODEBU) è quasi completamente monopolizzato da politici Hutu, mentre l’ex partito unico UPRONA è formato tutto da esponenti Tutsi, vicini al regime.

si arriva così alle elezioni del 1° giugno 1993: Pierre Buyoya è convinto di vincere, ma a sorpresa il suo rivale Melchior ndadaye (1953 – 1993) del FRODEBU si aggiudica lo scrutinio col 65% dei voti contro il 31% raccolto dal capo dello stato uscente. Nelle successive elezioni legislative il FRODEBU ottiene il 71% delle preferenze e 65 seggi su 81 nella nuova Assemblea nazionale.

Conseguenza: contro il nuovo presidente e la sua amministrazione fioriscono le congiure per rovesciarlo.

Già il 3 luglio, ancor prima che ndadaye prenda possesso della carica (l’insediamento è fissato per il successivo 10), deve fronteggiare un tentativo di colpo di Stato.

Malgrado, il 12 luglio, i partiti firmino un accordo nazionale di pacificazione, il 21 ottobre un gruppo di ufficiali tutsi attua un colpo di Stato: Ndadaye e sei dei suoi ministri vengono trucidati, mentre per sfuggire alla morte, la Premier Sylvie Kinigi (1953) si rifugia, con quanto resta del suo ministero nell’ambasciata francese che lascerà solo il 6 novembre.

I mesi successivi sono estremamente convulsi e caratterizzati dalla ripresa dei combattimenti tra Hutu e Tutsi.

Questo nuovo conflitto s’inscrive nella più generale instabilità che investe tutta l’Africa dei Grandi laghi: per tutto il decennio ed anche oltre si combatte tra Zaire-Congo, Burundi e Ruanda un conflitto generale di tutti contro tutti. L’obiettivo è il controllo strategico d’un’area importante del continente dove avvengono traffici leciti ed illeciti di materie prime fondamentali come oro,diamanti, coltan e molto altro. Inoltre, è in atto un’importante partita geopolitica tra Stati Uniti e Francia per il controllo della regione. Parigi considera le tre ex colonie belghe facenti parte della francofonia, cioè del proprio “impero coloniale”, Washington vuole spezzare questo predominio francese per inserire gli Stati dell’Africa equatoriale nella sua orbita. Per far questo si servirà dell’Uganda e quando a Kigali si affermerà il Fronte Patriottico ruandese guidato da paul Kagame anche di questi.
dopo la morte di Ndadaye, il parlamento di bujumbura sceglie per la presidenza l’Hutu Cyprien Ntaryamira che si adopera immediatamente per la pacificazione nazionale. Il 6 aprile 1994 firma gli accordi di Arusha che dovrebbero regolare la situazione sia in burundi che nel vicino Ruanda, ma poi perde tragicamente la vita quando l’aereo su cui viaggia è colpito da un missile mentre sta atterrando all’aeroporto di Kanombe a Kigali.

Mentre in Ruanda la tragedia dà avvio al genocidio che provocherà la morte di almeno un milione di persone, in prevalenza Tutsi e Hutu moderati, in Burundi si deve eleggere un nuovo Presidente: la scelta cade su Sylvestre Ntibantunganya (1956), Presidente dell’Assemblea nazionale, che rimarrà alla guida dello stato fin al 1996.

Nel frattempo, nel paese, divampa sanguinoso il conflitto tra le fazioni in campo.

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IL SECONDO REGIME BUYOYA (1996 – 2003).

Per por fine ai combattimenti, il 25 luglio 1996, dunque, Pierre Buyoya torna alla ribalta con un nuovo golpe, ma in realtà l’operazione non riesce, perché la guerra intestina andrà avanti ancora per anni.

Tra il 2000 ed il 2001 si stendono una serie di accordi, con la mediazione di Nelson Mandela e Julius Nyerere: essi prevedono che si formi un governo d’unità nazionale con la presenza di 12 ministri Hutu ed altrettanti Tutsi; che il Presidente Buyoya, Tutsi, ceda il posto al vice Domitien Ndayizeye (1953), appartenente all’etnìa Hutu.

Anche per effetto di sanzioni decretate dall’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA), poi ribattezzata Unione Africana, che ulteriormente fragilizza l’economia burundese, gli accordi vengono applicati ed il 1° maggio 2003 avviene il passaggio dei poteri.

Tra il ’03 ed il ’05 viene stesa ed approvata una nuova costituzione e tra luglio ed agosto si tengono elezioni legislative: se le aggiudica il CNDD-FDD (Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia-Fronte per la Difesa della Democrazia) che porta alla Presidenza Pierre Nkurunziza che si era fatto un nome durante gli anni della guerra civile.

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LA PRESIDENZA NKURUNZIZA (2005 – 2020).

gli ultimi 15 anni della tormentata storia del Burundi sono caratterizzati dalla forte personalità dell’Hutu Pierre Nkurunziza (1964) che, dunque, assume la presidenza il 26 agosto 2005.

Nkurunziza avrebbe il compito di pacificare il Paese e gettare le basi per una sua rinascita, ma preferisce concentrare nelle sue mani un crescente potere: gli avversari politici vengono emarginati o eliminati, il dissenso è messo al bando.

Nel 2015, malgrado l’art. 96 della costituzione proibisca al Presidente di candidarsi per un terzo mandato, Nkurunziza vuole a tutti i costi ricandidarsi: L’8 maggio la Corte costituzionale glielo permette mediante un parere assai controverso, ed il 13 maggio un gruppo di ufficiali dell’esercito tenta un colpo di Stato, approfittando dell’assenza da bujumbura del primo cittadino.

Il tentato putsch fallisce: l’apparato repressivo dello Stato reagisce con spietatezza. Le radio e i giornali avversi al regime vengono chiusi o dati alle fiamme mentre chi riesce, scappa all’estero. a luglio Nkurunziza è rieletto con quasi il 70% dei voti.

Nel 2017, il Parlamento bicamerale rivede la costituzione stabilendo che dalle elezioni del 2020 il mandato presidenziale durerà sette anni: tutti gli osservatori ritengono che Nkurunziza voglia candidarsi ancora per rimanere in sella fino al 2034, ma nel ’19 inaspettatamente dichiara che non si ripresenterà.

Il candidato ufficiale del CNDD-FDD sarà il General Maggiore Evariste Ndayishimiye, segretario generale del partito, mentre Nkurunziza ottiene che gli venga costruita una villa da 540mila dollari e gli venga riconosciuto il ruolo di “padre della patria”.

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LE ELEZIONI DEL 2020.

Così, si arriva alle triplici elezioni del 20 maggio ed il 25, dopo giorni di attesa contrassegnati da indiscrezioni, dati parziali, accuse non infondate di brogli ed irregolarità, la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) pubblica i risultati provvisori dello scrutinio presidenziale e legislativo che dovrà esser avallato dalla Corte costituzionale.

Evariste Ndayishimiye è proclamato presidente della Repubblica avendo ottenuto il 68,72% dei voti, mentre il suo principale rivale, Agathon Rwasa, candidato del Congresso Nazionale per la Libertà (CNL) consegue solo il 24,19%, altri cinque aspiranti alla massima carica raccolgono le briciole.

In Parlamento, il CNDD-FDD conquista 72 dei 100 eletti, mentre il CNL ne raccoglie solo 27.

Integreranno la nuova camera 24 deputati che saranno nominati nei prossimi giorni: a luglio i 119 consigli comunali ed i 18 provinciali eleggeranno il senato, di cui fanno parte di diritto gli ex Capi di stato, quindi anche Buyoya, contro cui però è stato spiccato un mandato di cattura, Ntibantunganya e Nkurunziza.

La partecipazione al voto è stata altissima: quasi l’88% dell’elettorato si è recato alle urne.

Nei giorni successivi alla proclamazione dei risultati qui riassunti da diverse parti son stati sollevati dei dubbi sulla loro autenticità: la Conferenza Episcopale cattolica del Burundi, per esempio, da un lato osserva che le operazioni di voto «si sono svolte generalmente nella calma», dall’altro denuncia «diverse irregolarità per quanto riguarda la libertà e la trasparenza del processo elettorale, nonché l’imparzialità nel trattamento dei candidati e degli elettori, che devono contraddistinguere elezioni veramente democratiche».

«I Vescovi – scrive l’agenzia Fides – ricordano di “aver incaricato 2716 osservatori per il triplo scrutinio del 20 maggio 2020», sebbene il loro numero si sia rivelato inferiore al totale delle sezioni elettorali, sono stati in grado di raggiungere tutti i comuni per essere collocati nei seggi chiave.

«Sulla base del rapporto che ci hanno inviato – prosegue l’episcopato burundese – gli osservatori della Chiesa cattolica hanno riscontrato diverse irregolarità, in particolare: le pressioni esercitate su alcuni presidenti di seggio per firmare i verbali elettorali prima dell’avvio dello spoglio delle urne; il riempimento di alcune urne con schede già compilate; il voto al posto di defunti e di burundesi rifugiati all’estero; in alcuni seggi elettorali si sono riscontrati elettori che hanno votato più di una volta; l’esclusione di funzionari e osservatori dal conteggio dei voti; intimidazioni e impedimenti esercitati sugli elettori da alcuni amministratori che li hanno accompagnati fino alle cabine elettorali; l’intrusione di persone non autorizzate nei luoghi in cui venivano conteggiati i voti; il rispetto della segretezza del voto non è stato sempre garantito. Di fronte a tutte queste irregolarità, e a molte altre, ci chiediamo – concludono i vescovi – se non sia pregiudicato il risultato.»

La CEB, comunque, condanna tanto le illegalità commesse, quanto l’eventuale ricorso alla violenza ed auspica che «coloro che ritengono che i loro diritti siano stati violati», ricorrano «ai tribunali competenti per ottenere giustizia.»

Fin a questo momento, non si hanno notizie di scontri, né di proteste per l’esito del voto, ma non si può escludere che la tensione accumulatasi in queste settimane possa sfociare in un’ondata di violenza come nel 2015 prima e dopo la controversa terza rielezione di Pierre nkurunziza.

PIER LUIGI GIACOMONI

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