BELGIO TEDESCO: ELETTI? NO, SORTEGGIATI!
(11 Maggio 2019)

EUPEN (Belgio).

Eletti? no, sorteggiati! Questo il futuro d’un pool di cittadini della regione germanofona del Belgio che prossimamente faranno farte d’un organismo creato dal legislativo locale a supporto dell’amministrazione di Heupen.

Il Parlamento del Belgio tedesco, uno dei soggetti che compongono lo Stato federale con capitale Bruxelles, abitato da circa 76 mila cittadini, ha stabilito nel marzo scorso l’istituzione, dopo le prossime elezioni regionali che avranno luogo il 26 maggio, un consiglio di cittadini (BürgerRat) che influenzerà le decisioni della camera di Eupen.

La proposta è stata lanciata dallo scrittore fiammingo David van Reybrouck,[1] che nel 2013 pubblicò un libro intitolato «contro le elezioni».

Le tesi di Van Reybrouck hanno conquistato il ministro Presidente della regione del Belgio germanofono, Olivier Paasch, che ha proposto e fatto approvare un disegno di legge, accettato all’unanimità, che segna la nascita di nuovi organi di partecipazione popolare che entreranno in funzione a settembre.

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L’ESPERIMENTO.

Il sistema prevede, anzitutto, la creazione d’un BürgerRat (Consiglio  di cittadini) di 24 membri, scelti per 18 mesi, che stabilirà l’agenda delle priorità che interessano l’opinione pubblica.

Quest’elenco di questioni di massimo interesse sarà preso in esame da diverse Bürgerversammlungen, (assemblee popolari), composte ciascuna da 25-50 persone dai 16 anni insù, estratte a sorte in modo da vedere la presenza di donne e uomini, giovani ed anziani, gente istruita o meno, esponenti delle diverse aree professionali e così via.

Le assemblee popolari si riuniranno per tre fine settimana, una volta al mese, per discutere le questioni sollevate dal BürgerRat. Potranno invitare anche esperti ed elaborare proposte normative da inoltrare al legislativo regionale.  Chi è stato estratto a sorte, potrà rifiutare, ma se accetterà  riceverà  un rimborso spese e una piccola diaria per il lavoro svolto (una quarantina d’euro per mezza giornata). I componenti delle assemblee popolari non dovranno essere obbligatoriamente cittadini belgi  (basterà  essere residenti nella regione) e saranno rinnovati ogni sei mesi. Formalmente si tratta di organi consultivi,  con l’obbligo per il Parlamento regionale d’indire due audizioni con le assemblee cittadine.  In realtà  lo stesso Landtag di Eupen s’è impegnato a rispettare le richieste della Bürgerversammlung, salvo dover fornire precise spiegazioni scritte per motivare un rifiuto.

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IL MODELLO DI RIFERIMENTO.

Il modello è la piattaforma di innovazione democratica  denominata «G1000», di cui Van Reybrouck è co-iniziatore.

Nel 2011, questi  aveva riunito a Bruxelles 704 cittadini belgi ordinari estratti a sorte, che si trovarono a dibattere tematiche selezionate sulla base d’una consultazione online. Il G1000 è ora divenuto permanente e da due anni fa parte di «Democracy R&D», una rete mondiale  che coinvolge 30 organizzazioni in 18 Paesi, tra cui Stati Uniti, Australia, Brasile, Giappone e via elencando.

la tesi di van Reybrouck è che le elezioni non servono più per designare i rappresentanti del popolo nei diversi corpi legislativi, ma solo a confermare un’oligarchia di professionisti, costantemente rieletti, che svolgono ormai un mestiere e che ovviamente fanno di tutto per non rimanere disoccupati,  non esitando quindi a farsi corrompere, ad arricchirsi e a trattare tematiche che interessano solo loro.

Se non vogliamo – ha scritto – che il discredito delle istanze democratiche raggiunga l’apice, occorre creare istituzioni che vedano una maggiore presenza dei cittadini e nei quali ci si possa davvero identificare.

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DEMOCRAZIA DIRETTA O DELEGATA?

Fin dall’inizio della sua breve storia, la democrazia moderna, ossia relativa alle società di massa, è stata interessata dall’incessante dibattito se sia preferibile un sistema di democrazia diretta o delegata. In alcuni casi, come in Svizzera, si è scelto un sistema di democrazia semidiretta: il Parlamento, eletto direttamente dal popolo, fa le leggi che possono essere sottomesse a referendum confermativo o abrogativo. Nella stessa Confederazione esiste il referendum propositivo: un’iniziativa popolare, anche di modifica costituzionale, viene sottoposta al voto di tutto l’elettorato, dopo che le Camere l’hanno presa in esame ed eventualmente vi hanno contrapposto un progetto alternativo.

In altri Paesi, si fa ricorso più o meno frequentemente al voto popolare per decidere con un sì o un no se introdurre una determinata legislazione: molti Stati americani ormai da anni celebrano plebisciti sulle più varie questioni e in California si giunse a revocare il mandato d’un governatore sgradito.

Nella generalità dei casi, però, ha prevalso l’opzione della democrazia delegata o rappresentativa: con una certa frequenza, quattro o cinque anni, l’elettorato viene convocato per scegliere i propri rappresentanti ai diversi livelli, locale, regionale, nazionale, che hanno il compito di scrivere le leggi valide per tutti.

questo modello, che ha le sue origini nelle dottrine costituzionaliste del XVIII secolo, pare oggi in crisi e si cerca, sotto varie latitudini, di affiancare agli organi elettivi anche forme di partecipazione popolare.

L’istituzione d’un consiglio popolare formato da cittadini estratti a sorte, però non è una pratica totalmente inedita: Nelle democrazie antiche (Atene, Roma, i comuni medievali), accanto a cariche elettive, ve n’erano alcune che s’assegnavano a sorte per brevi periodi: certe cariche, non tutte, venivano assegnate a sorte.

L’esperimento del Belgio tedesco è in linea di principio interessante soprattutto per il suo valore pedagogico, ma difficilmente potrà essere introdotto in comunità umane più ampie, come grossi centri urbani o regioni popolate da milioni di abitanti.

La crisi dei sistemi democratici è troppo complessa per essere risolta con queste scorciatoie, tuttavia vanno trovate strade, anche inedite, per aumentare la partecipazione dei cittadini semplici e colmare il divario che separa ormai da decenni le assemblee elettive e l’insieme della popolazione che vive con crescente insoddisfazione le decisioni della politica.

In più, occorre trovare freni alla demagogia ed al populismo che è in grado di coniare slogan di facile consumo, ma che è incapace di trovare soluzioni adeguate a problemi complessi.

PIER LUIGI GIACOMONI
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NOTA:

[1] David van Reybrouck (1971) è autore , appunto, del libro Il volume «CONTRO LE ELEZIONI. Perché votare non è più democratico»: l’opera è edita in Italia da Feltrinelli nella traduzione di Matilde Pinamonti.

Lo stesso autore, che è un intellettuale di punta in Belgio, ha scritto un corposo volume, assai interessante, sulla storia del Congo, ex colonia belga, uscito in traduzione italiana da Feltrinelli nel 2014.

L’opera, tradotta da Franco Paris, ripercorre dettagliatamente la travagliata storia del Congo dai giorni della decolonizzazione alle guerre degli anni Duemila, allargando anche lo sguardo alle vicende dei Paesi confinanti, Ruanda e Burundi.