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ASIA BIBI E’ LIBERA

novembre 2, 2018 • Pierluigi Giacomoni

ASIA BIBI E’ LIBERA
(2 Novembre 2018)

ISLAMABAD. Asia Bibi è libera: la Corte Suprema pakistana l’ha assolta lo scorso 31 ottobre dal gravissimo reato di

blasfemìa.

La donna, 51 anni, sposata e madre di cinque figli, era in carcere dal 2009 quando alcune sue colleghe di lavoro la

denunciarono d’aver offeso il Profeta Maometto durante un diverbio.

Sia il tribunale di prima istanza che l’Alta Corte del Punjab, la provincia d’origine d’Asia, l’avevano

riconosciuta colpevole e condannata all’impiccagione, ma la massima istanza giudiziaria del Paese ha sovvertito i

loro verdetti.

A poche ore dalla diffusione della notizia si sono verificate delle manifestazioni di protesta ed un notevole

aumento della tensione, al punto che il Primo Ministro Imran Khan, in carica da agosto, ha rivolto un appello alla

calma, invitando a non fidarsi della parola degli estremisti.
***
La vicenda. Asia Bibi era stata arrestata nel giugno 2009, dopo un litigio con alcune sue colleghe di lavoro,

braccianti agricole musulmane in Punjab: era stata insultata per aver attinto a una fonte d’acqua ed averla così

«contaminata», secondo le colleghe  perché cristiana. Da quell’avvenimento è nata una querelle religiosa, dapprima

locale, poi nazionale, che ha fatto emergere tutti i foschi risvolti della legge sulla blasfemìa ed il mai sopito

conflitto tra la maggioranza musulmana e la minuscola comunità cristiana.

Le compagne di lavoro d’Asia, assistite da un Imam radicale, l’hanno denunciata alle autorità, provocandone

l’arresto, il processo di primo e secondo grado ed infine la condanna alla pena capitale.

In più occasioni, le udienze sono state rinviate perché molti magistrati, intimiditi dalle minacce di morte

pronunciate dai gruppi estremisti islamici, hanno chiesto ed ottenuto di non occuparsi del caso: a favore della

donna, si espressero l’allora governatore del Punjab, il musulmano Salman Taseer ed il ministro federale per le

minoranze Shahbaz Bhatti, che pagarono con la vita i loro pronunciamenti.

Nel processo d’appello, dopo tre anni di continui rinvii, l’Alta Corte del Punjab, nel 2014, confermò la pena di

morte per impiccagione, suscitando lo sdegno dell’opinione pubblica internazionale.

Nel ricorso davanti alla Corte Suprema, la difesa di Asia è stata affidata alle cure dell’avvocato musulmano Saiful

Malook che, fin dal principio, si era detto convinto dell’innocenza della donna e fiducioso nella piena

assoluzione: alla fine, fortunatamente,  i tre giudici hanno confermato con un verdetto d’assoluzione che le

ragioni sostenute dal difensore avevano un fondamento.

L’avvocato, per sfuggire all’ira dei fondamentalisti islamici, è, dopo la sentenza della corte di Islamabad,

riparato all’estero.

Asia Bibi, però, a causa di quanto accaduto nel 2009 ha trascorso nove anni in prigione, lontana da marito e figli,

col timore d’essere messa a morte da un momento all’altro. Ora sicuramente dovrà espatriare per sfuggire al rischio

d’esser assassinata.
***
La legge sulla blasfemìa. Nella Repubblica Islamica del Pakistan, secondo l’art. 2 della Costituzione del 1956,

l’Islam è la religione di Stato: il successivo art. 31 affida allo Stato l’onere di scoraggiare la diffusione di

pregiudizi relativi all’Islam e d’ostacolare la diffusione d’altri culti a qualunque livello.

L’articolo 295C del Codice Penale introdotto nel 1986, recita che chiunque, attraverso la parola, lo scritto

offenda il nome del Profeta Maometto o altri profeti, direttamente o indirettamente, sia condannato a morte e

multato: chi accusa, sempre secondo questa disposizione, non ha l’onere di provare ciò che afferma.

Il processo per blasfemìa deve tenersi davanti ad una corte presieduta da un giudice di religione musulmana.

Le norme, adottate durante la spietata dittatura militare del generale Muhammad Zia-ul-Haq (1977-1988), colui che

fece impiccare l’ex Premier laico Zulfikar Ali Bhutto, sono, secondo le Nazioni Unite, tra le più dure che esistano

al mondo. In precedenza, durante il governo Bhutto, laico e democratico, il Parlamento aveva esaminato norme

simili, proposte per limitare l’espansione di confessioni non islamiche, come il cristianesimo.

Secondo i dati forniti dalla Commissione nazionale di Giustizia e Pace (Ncjp), un organismo della Chiesa cattolica

pakistana, dal 1986 al 2014, almeno 1300 persone sono state accusate di blasfemìa: di esse 60 sono state

assassinate prima del processo e 72 dopo l’assoluzione.

Spesso accade, infatti, che chi viene rilasciato o prosciolto dalle accuse venga presto eliminato in un agguato da

estremisti islamici, la stessa sorte tocca a chi pubblicamente prende posizione contro le norme in vigore

giudicandole un modo per regolare certi conti o per tener inpiedi un regime oppressivo verso i non islamici, come i

cristiani o gli ahmadi, ma anche per colpire fedeli in allah non allineati con le posizioni ufficiali dei Mullah.

Questa fu la sorte toccata, come già detto, al Governatore del Punjab Salmaan Taseer, musulmano, che definì le

norme sulla blasfemìa una «legge nera» perché si presta alle più diverse strumentalizzazioni ed al Ministro

federale per le minoranze religiose, Shahbaz Bhatti, cattolico, che disse: «La legge sulla blasfemìa è spesso

utilizzata come uno strumento per risolvere questioni personali; l’85% dei casi sono falsi. Molti innocenti sono

stati vittima di casi di blasfemìa. I tribunali emettono verdetti, ma poi i crimini non vengono provati dalle alte

corti.»

Attualmente, secondo gli ultimi dati disponibili, il 96% della popolazione pakistana è di fede islamica, mentre

solo il restante 4% professa altre fedi. Nel Parlamento, rinnovato a Luglio vi sono 10 seggi su 342 riservati alle

minoranze religiose: le confessioni non islamiche più diffuse sono gli Ahmadi, culto di derivazione musulmana, non

riconosciuto dagli islamici, gli indù ed i cristiani, 1,6 milioni d’aderenti su una popolazione che

complessivamente tocca i 200 milioni d’unità.

PIER LUIGI GIACOMONI
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NOTE:

1. Il 26 Ottobre scorso l’Irlanda, uno dei paesi più cattolici al mondo, il popolo, mediante referendum ha

cancellato la norma, presente nella costituzione, che considerava reato comportamenti blasfemi: la disposizione

eliminata col 64,8% dei voti, risaliva al 1885 quando l’isola era sottomessa al dominio britannico.
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2. Secondo le ultime notizie, Asia bibi è ancora in Pakistan: rimasta in carcere anche nei giorni successivi alla

sentenza, è uscita solo mercoledì 7 novembre quando, in aereo, ha lasciato Multan, la città dove ha sede il carcere

femminile in cui è stata rinchiusa per nove anni e quattro mesi.

Giunta in una base militare nei pressi di Islamabad, nella città satellite di Rawalpindi, la donna ha incontrato da

libera il marito.

Nel frattempo sono state smentite le notizie diffuse da alcuni media locali secondo cui Asia era fuggita

all’estero.

Il governo pakistano ha consegnato alla famiglia il passaporto, necessario per l’espatrio, mentre una delegazione

UE ha rilasciato un visto per uno qualunque dei Paesi membri dell’unione che vorrà accogliere Asia ed i suoi.

«Non ci sarebbero ostacoli legali all’espatrio – scrive Avvenire –  anche se formalmente la donna è in attesa del

giudizio di revisione della sentenza di assoluzione della Corte Suprema chiesto dagli avvocati del suo principale

accusatore.»

Già, perché dopo la sentenza del 31 ottobre è stata richiesta alla corte suprema un’ulteriore revisione della

decisione adottata in modo da riportare in carcere la donna in vista d’una sua eventuale esecuzione capitale.

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