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ARGENTINA. LA RABBIA VINCE LE ELEZIONI
(23 Novembre 2023)

BUENOS AIRES. La rabbia vince le elezioni in Argentina e porta alla presidenza della Repubblica un ennesimo avventuriero politico: Javier Gerardo Milei, 52 anni, professore d’economia, ma soprattutto vedette dei talk show televisivi.

Con 14,5 milioni di voti, pari al 55,69%, umilia Sergio Tomás Massa, ministro uscente dell’Economia, unico esponente del ceto dirigente che ha avuto il fegato d’affrontare l’ira popolare, candidandosi alla presidenza e qualificandosi per il ballottaggio: un mese fa aveva vinto il primo round col 36,68%; al secondo turno, nulla ha potuto contro l’alleanza tra la nuova e la vecchia destra.

Sull’esito finale della corsa presidenziale han pesato i dati economici che fan dell’Argentina, paese ricco, popolato da un ceto medio pesantemente immiserito da una politica economica completamente fallimentare.

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LA LIBERTAD AVANZA, CARAJO!

Milei vince in 21 province su 24: gli mancano Santiago del Estéro, Formosa e la Provincia di Buenos Aires.

Anzi, nella PBA, area dove vive il 40% dell’elettorato su cui Massa contava per sovvertire i pronostici, le cose son andate particolarmente male per lui: prevale per un pugno di voti (50,7-49,3%).

In questo modo, non riesce a compensare gli enormi distacchi inflittigli dall’avversario nelle altre province: a Córdoba, provincia industrializzata, governata da Juan Schiaretti, peronista conservatore, nemico del kirchnerismo ottiene solo il 26%, a Mendoza il 30%, a tucumán, storico bastione peronista, il 42%.

A Buenos Aires città, su 135 municipi, ne vince solo 26 lasciandone 109 all’avversario.

Ancora una volta vengon smentiti i sondaggi della vigilia che attribuivano al “loco” un lieve vantaggio, facendo immaginare una battaglia voto a voto.

«Oggi inizia la ricostruzione dell’Argentina», ha detto Milei nella serata elettorale, aggiungendo che «entro 35-40 anni il paese occuperà quel posto che aveva alla fine dell’Ottocento e che non avrebbe mai dovuto perdere.»

In fine ha gridato: «La libertad Avanza, carajo!»

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SENZA MAGGIORANZA NE’ PARTITO

Il nuovo Presidente ha potuto vincere soprattutto grazie all’appoggio della destra tradizionale: dopo il primo turno, infatti, l’ex capo di Stato Mauricio Macri e Patricia Bullrich, candidata di Juntos por el Cambio, arrivata terza in ottobre, gli avevano promesso i loro voti: cosa che è puntualmente avvenuta.

Tuttavia, La Libertad Avanza (LLA), il suo partito, dispone in parlamento di pochi seggi: 30 su 257 alla Camera e 8 su 72 al Senato.

Inoltre, sull’insieme della repubblica argentina, può contare sull’appoggio di sei sindaci su 2119 e nessun governatore provinciale.

Così dovrà formare una coalizione con JxC e già qualcuno dei suoi dirigenti dice con chiarezza che molte delle proposte da lui annunciate in campagna elettorale non hanno alcuna probabilità di vedere la luce.

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RIVOLTA ELETTORALE

Per quali motivi gli argentini si son messi nelle mani d’un uomo che ha una limitatissima esperienza politica, è solo da due anni deputato, ed ha formulato un programma che prevede massicce privatizzazioni in un paese dove è molto forte la presenza dello Stato?

La maggior parte dei commentatori sottolinea che uno dei connotati della “ribellione elettorale” argentina è la rabbia.

143% d’inflazione annuale, 40% di popolazione immiserita, 44 miliardi di dollari di debito che sicuramente non potrà esser pagato, -7 miliardi di riserve custodite nella Banca centrale… Questa la fotografia d’una nazione molto orgogliosa di sé, duramente colpita dalla crisi del 2008 da cui non si è mai risollevata.

In queste condizioni:

• i giovani, che attualmente sono i sostenitori più entusiasti del “Loco”, non possono viaggiare all’estero, studiare in un’università straniera;

• gli anziani percepiscono pensioni sempre più svalutate;

• i ceti produttivi, per sbarcare il lunario, son costretti a fare più d’un lavoro contemporaneamente per salari che non compensano il carovita.

La rabbia, in questo contesto, è comprensibile: ciò che colpisce che ad assumere la leadership della rivolta sia stata la destra.

Lo nota Pablo Stefanoni[1]: «La nuova destra – scrive –
è all’offensiva un po’ ovunque nel mondo: adottando nuovi linguaggi, riferimenti e modalità d’azione, sta creando una controcultura violenta e rumorosa.

Combina nazionalismo e sentimenti antistatali, razzismo e sessismo e accenni alla comunità LGBTQ, scetticismo climatico e preoccupazioni ambientali… I loro avatar più sorprendenti: anarco-capitalismo, libertarismo transumanista, mascolinismo gay, femonazionalismo, ecofascismo… Tutte teorie che hanno una notevole capacità di penetrazione nell’opinione pubblica anche grazie ai nuovi media.»

E’ passato del tutto inosservato che Milei, a parole radicale nemico della “casta”, in poche ore abbia stipulato un’alleanza con la destra tradizionale con cui ha potuto vincere.

Così, nella seconda fase della campagna elettorale, lo slogan “que se vayan todos” è stato soprattutto diretto verso il kirchnerismo, quella corrente politica che dal 2003 domina il peronismo.

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CONTRO L’OFICIALISMO

In questo modo si conferma unaconstatazione che molti osservatori della realtà latinoamericana fanno ogni qualvolta si voti: ad ogni convocatoria elettorale chi perde è l'”oficialismo”.

Con quest’espressione nel gergo politico sudamericano normalmente s’intende il partito o la coalizione al governo al momento del voto.

Senza andare troppo indietro nel tempo, negli ultimi due anni è quanto accaduto in tutto il subcontinente, se si eccettuano le dittature (El Salvador, Cuba, Nicaragua o Venezuela) ed il Paraguay, dove los Colorados mantengono intatto da quasi ottant’anni il loro sistema di potere.

Tuttavia, l’ira suscitata nel popolo dall’incapacità dei governanti, sempre inetti e corrotti, porta talvolta al potere persone prive d’esperienza politica che presto dimostran tutta la loro inadeguatezza.

In questi casi le vie d’uscita al vicolo cieco in cui si cacciano i cittadini in questi paesi sono due: la ricerca d’un nuovo leader che con ricette miracolistiche risolve in fretta mali vecchi di decenni o caudillos che impongono la loro dittatura.

E’ la strada che imboccò il Venezuela nel ’99 eleggendo l’ex militare Hugo Chávez o El Salvador, paese dollarizzato, portando al potere Nayib Bukele (2019).

Milei in questi giorni ha detto che reprimerà col pugno di ferro chiunque si opponga alle sue decisioni: significa che già fin d’ora prevede d’autoproclamarsi caudillo per rimanere alla Casa Rosada quei 35-40 anni che serviranno all’Argentina “per tornare grande”, per citare le sue parole?

PIER LUIGI GIACOMONI

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nota:

[1] Pablo Stefanoni, giornalista e saggista argentino, studioso tra l’altro dei movimenti di destra, è autore d’un libretto intitolato ¿La rebeldía se volvió de derecha? Cómo el antiprogresismo y la anticorrección política están construyendo un nuevo sentido común (y por qué la izquierda debería tomarlos en serio).

Juan Luis González, invece ha scritto una biografia di Javier Milei intitolata “el loco”.

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