AFRICA. PRESIDENTI CONFERMATI, LE PROTESTE SI MOLTIPLICANO
(22 Aprile 2021)

OUADADOUGOU. L’Africa vota, i presidenti uscenti vengon confermati, ma le proteste si moltiplicano.

Le promesse di mutamenti democratici fatte per decenni in tutto il continente si son rivelate col tempo frasi vuote: chi ha il potere se lo tiene e usa tutti i mezzi per assicurare a sé stesso ed al clan che lo sostiene decenni di predominio durante i quali ci si riempie le tasche, usando a fini privati i fondi pubblici, anche quelli in arrivo dall’estero per sostenere economie vacillanti.

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I FATTI.

Negli ultimi sei mesi, in diversi Stati del continente si sono tenute elezioni presidenziali che hanno visto invariabilmente la conferma degli uscenti:
• Roch Marc christian Caboré in Burkina Faso;
• Nana Akuffo-Addo in Ghana;
• Faustin Archange Touadera in Centrafrica;
• Yoweri Museveni in Uganda;
• Denis Sassou-Nguesso nel Congo Brazzaville;
• Patrice talon in Benin;
• Idriss Deby Itno in Ciad.

Alcuni di questi son dei veri recordmen del potere:
• Sassou-Nguesso (77 anni) è alla guida del “piccolo Congo” quasi ininterrottamente dal 1979;
• Museveni egemonizza l’Uganda dal gennaio 1986;
• Deby, ucciso il 18 aprile in circostanze non del tutto chiare, signoreggiava in Ciad dal dicembre 1990.

Quasi ovunque le opposizioni hanno contestato i risltati elettorali denunciando brogli oppure direttamente boicottato gli scrutini ritenendoli in partenza poco trasparenti:

In Ghana, negli stessi giorni in cui a Washington D.C. i seguaci di Donald Trump davano l’assalto al Congresso, durante la cerimonia d’investitura del Presidente, l’esercito è entrato nell’aula del parlamento per stroncare un’insurrezione suscitata dal principale rivale di akuffo-Addo.

Lo sconfitto ritiene infatti il Capo dello Stato un usurpatore ed esige la ripetizione delle elezioni.

In Uganda, Bobi Wine, l’avversario di Museveni alle elezioni del 14 gennaio 2021, è stato posto agli arresti domiciliari dalle autorità di Kampala dopo il voto.

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L’ECCEZIONE NIGER.

in questo quadro, fa eccezione il Niger che al termine d’un lungo processo elettorale ha scelto un nuovo leader: il 2 aprile è entrato in carica Mohamed Bazoum che ha vinto il ballottaggio presidenziale il 21 febbraio contro il candidato appoggiato dall’élite uscente.

a poche ore dal suo insediamento però un’insurrezione in seno alle forze armate ha fatto temere che il passaggio dei poteri non potesse avvenire: i soldati fedeli al governo hanno tuttavia stroncato la rivolta che poteva tramutarsi in un ennesimo golpe.

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LOTTA PER IL TRONO SENZA SCRUPOLI.

La “lotta per il Trono” nei paesi africani, dunque, si svolge senza esclusione di colpi: chi lo occupa non lo vuole cedere e fa di tutto per impedire che altri glielo portino via.

Di qui, il frequente ricorso allo strumento del colpo di Stato come mezzo per sbloccare la situazzione politica e compiere un cambio della guardia al vertice: si calcola che dall’indipendenza siano avvenuti nel continente circa 200 putsch, molti riusciti, altri falliti.

Per spiegare il fenomeno il giurista nigeriano Dan Zaki ha scritto: «I colpi di stato militari come mezzo per deporre i governi sono diventati di moda in Africa e cominciano a rappresentare un elemento inscindibile dalla sua vita politica.
Negli anni del colonialismo africano i movimenti di liberazione concentravano gli sforzi sul raggiungimento dell’indipendenza, loro principale obiettivo. Tuttavia le frontiere della maggior parte degli stati africani sono semplicemente il risultato di decisioni arbitrarie delle grandi potenze coloniali, e in definitiva la composizione di questi stati comprende tribù e culture eterogenee, le cui differenze rappresentano una fonte di tensione politica.
Questo stato di fatto ha dato origine a un malcontento le cui principali cause sono: la nascita di una borghesia nazionale corrotta, spietata e piena di disprezzo per i propri elettori; l’incremento della crisi economica, aggravata dalla cinica insensibilità di una parte dei governanti politici per gli effetti di tale crisi sulla popolazione; la politica degli investimenti di prestigio mascherata da slogan sul bene pubblico, ma in realtà destinata a trasferire i capitali di stato sui conti privati degli uomini politici; la liquidazione o la messa a tacere delle istituzioni democratiche e giudiziarie; gli stravaganti, dispendiosi e inutili viaggi all’estero dei politici e delle loro famiglie a spese dello stato; i brogli elettorali; la crescita e l’emarginazione di un’intellighenzia declassata; l’abbassamento degli stipendi e del livello di vita dei lavoratori; la mancanza di pianificazione economica; i parlamentari delusi ma corrotti; una stampa pavida e disorientata, dedita alla dialettica piuttosto che a un onesto e approfondito commento dei fatti e, infine, la disoccupazione crescente. Ecco i bacilli che minano la salute degli stati indipendenti africani. Quando un popolo si trova davanti un governo brutale, spietato e al tempo stesso incompetente, un governo sordo alle necessità della società e incapace di riforme, un governo che ha creato un sistema che esclude qualsiasi modifica legale dell’equipe al potere, ebbene questo popolo deve ricorrere all’unico modo possibile per liberarsi degli arroganti: il colpo di stato.»

In un quadro dove le strutture statuali sono spesso fatiscenti e dove il conflitto si sviluppa lungo linee etnico-regionali invece che ideologiche, l’unico attore che può cementare unità nazionali molto fragili è l’esercito: così molti leader africani si sono formati nelle accademie militari, anche europee ed impiegano le conoscenze acquisite per assumere in proprio o condizionare la direzione della politica.

In Africa le ideologie nate e sviluppatesi in Europa hanno poco valore e sono spesso poco più d’un paravento per nascondere un dispotismo spietato e corrotto: scrive R. Kapuscinski «Paesi quanto mai reazionari (come il Congo Brazzà) diventano nel giro di un mese quanto di più rivoluzionario esista, mentre paesi rivoluzionari (come il Kenya) precipitano da un mese all’altro nella reazione più nera. Nyerere, simbolo per anni di posizioni filoccidentali, diventa in due settimane il massimo fautore africano della rivoluzione mentre Kenyatta, che per anni è stato l’eroe della lotta anticolonialista, si trasforma in qualche mese nel più accanito reazionario.»

Ciò perché un conto sono i programmi scritti sulla carta, un altro le resistenze che di fatto insabbiano il motore delle riforme: «Tutto sbarra la strada: l’arretratezza secolare, l’economia primitiva, l’analfabetismo, il fanatismo religioso, la cecità tribale, la fame cronica, il passato coloniale con la sua politica di tenere i vinti nell’oppressione e nell’ignoranza, il ricatto degli imperialisti, l’avidità dei corrotti, la disoccupazione, i bilanci passivi. In queste condizioni il progresso diventa un’impresa disperata. L’uomo politico comincia a dibattersi, cerca nella dittatura una via d’uscita. La dittatura suscita l’opposizione e l’opposizione organizza il colpo di stato.
E il ciclo ricomincia.
Possono presentarsi delle varianti – conclude Kapuscinski – ma di solito il meccanismo non si discosta molto da questo schema. In un mondo arretrato le dittature si susseguono con una certa regolarità. Non sempre sono il frutto individuale di despoti patologici: spesso sono la conseguenza di situazioni che rendono impossibile governare un paese secondo il modello suggerito da Platone.»
(DA R. Kapuscinski, LA PRIMA GUERRA DEL FOOTBALL E altre guerre di poveri, Feltrinelli, Milano, 2002)

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GRANDE FRAGILITA’.

Malgrado la riconferma dunque di leader stagionati come quelli dell’Uganda o del Congo Brazzaville o i fin troppo sfacciati soprusi compiuti da chi detiene il potere e fa di tutto per eternar la propria egemonia, l’Africa rivela di giorno in giorno la sua fragilità: il diffondersi della pandemia da coronavirus, le enormi inadeguatezze del sistema sanitario, l’esplodere quasi generalizzato d’una crisi socioeconomica permanente sono gli ingredienti che possono far detonare decine di conflitti che si aggiungono a quelli già in atto (Libia, Centrafrica, Tigray, Somalia, Sahel, Congo orientale…). In questa incertezza s’inseriscono le interferenze dei jihadisti che si muovono tranquillamente tra una frontiera e l’altra e dei mercenari impegnati in diverse aree del continente, soprattutto quelle da cui è possibile ricavare materie prime d’esportazione.

S’inscrive in questo ambito anche il vergognoso traffico di esseri umani tra l’Africa e il resto del mondo: ad esso sono interessate diverse mafie che sfruttano il desiderio di ampi strati delle popolazioni autoctone d’andarsi a cercare una vita migliore nei Paesi sviluppati e l’avidità di chi vuol schiavizzare questa manodopera a basso costo per realizzare facili profitti sulla pelle di persone che nulla sanno dell’europa o dell’America del Nord, ma che assolutamente vogliono cambiar vita, non intravedendo nei territori di cui sono nativi alcuna prospettiva d’emancipazione.

PIER LUIGI GIACOMONI