AFRICA: DUE FOCOLAI DI CRISI
(15 Settembre 2016)

Gli osservatori di cose africane sono in questo momento preoccupati per due focolai di crisi che si sono aperti di
recente in Zambia ed in Gabon.

Due elementi in comune connotano queste crisi:
1. la caparbia volontà di rimanere al potere da parte di chi c’è già;
2. la poca trasparenza dei processi elettorali.

Vediamo le cose con ordine.

Zambia. L’11 agosto scorso si son tenute nello Stato dell’Africa Australe le elezioni presidenziali, legislative,
amministrative, nonché un referendum per l’adozione di alcune modifiche alla costituzione.

Già la campagna elettorale era stata caratterizzata da una certa dose di violenza, inconsueta per questa nazione
africana, al punto che le autorità avevano sospeso la propaganda preelettorale per una decina di giorni nell’area
di Lusaka, la capitale per far calmare le acque.

Si arriva poi al giorno del voto che è caratterizzato da una notevole tranquillità: anzi l’ora della chiusura dei
seggi è spostata in avanti per consentire a tutti di votare.

Poi sulle elezioni cala un preoccupante silenzio, fino a quando il 15 agosto, all’improvviso vengono pubblicati i
risultati: il presidente Edgar Lungu supera d’un soffio l’ostacolo del 50,1% e si aggiudica la presidenza, evitando
il ballottaggio.

Lungu temeva queste elezioni, perché già in occasione delle suplettive presidenziali del gennaio 2015 aveva
raccolto solo il 48% dei voti, percentuale insufficiente a garantirgli l’elezione al primo turno.

Ovviamente, dopo la pubblicazione dei risultati finali della consultazione dell’11 agosto l’opposizione ha
denunciato brogli: in particolare, al centro delle accuse di irregolarità vi sono 300.000 voti che, secondo le
opposizioni sarebbero stati dirottati dalla commissione elettorale verso il partito di governo, risultando di fatto
decisivi per la rielezione di Lungu.
Il Presidente uscente, infatti, ha ottenuto 1.860.000 voti (50,35%) contro 1.760.000 (47,63%) del rivale.

Questi ha inoltrato un ricorso alla corte costituzionale per annullare lo scrutinio, ma i giudici l’hanno respinto:
di qui, l’accusa agli apparati dello Stato d’aver portato a termine un preciso piano politico, mirante a
riconfermare a tutti i costi Edgar Lungu e sbarrare con ogni mezzo ad Hakainde Hichilema la presidenza.

A gettare olio sul fuoco su animi già bollenti, è venuto l’arresto, sabato 10 settembre, di Nevers Mumba, politico
di spicco dell’opposizione, leader del Movimento per la Democrazia Multipartitica (MMD).

Questi, si era in precedenza rivolto ai sostenitori dell’UPND, il partito di Hichilema, invitandoli a lottare per
il loro diritti. Un’esortazione che il governo ha ritenuto fosse un invito alla ribellione contro le autorità
costituite.

Il voto in Zambia ci consegna un paese spaccato a metà, con il nord compatto a sostenere Lungu, mentre il sud unito
attorno a Hichilema.

Una divisione che rende difficile il cammino del nuovo governo, a meno che non s’intavolino concrete trattative per
una pacificazione nazionale.

Sullo sfondo, ma neanche tanto, la grave crisi socioeconomica che colpisce lo Zambia: il crollo del prezzo del
rame, principale materia prima d’esportazione e gli scarsi raccolti in agricoltura, dovuti ad una siccità
inconsueta che ha colpito tutta l’Africa meriidionale fanno temere per il futuro di questo Paese solitamente
tranquillo e contrassegnato da una dialettica politica democratica.

Gabon. Molto simile è la vicenda politica nello Stato centrafricano del Gabon: anche qui c’era una campagna
elettorale, c’erano delle elezioni che si son svolte il 27 agosto, poi, dopo il voto, silenzio per diversi giorni.

solo il 31 la commissione elettorale ha reso noti i risultati dello scrutinio: il presidente Ali bongo Ondimba
vince per una manciata di voti.

Inutili le denunce di brogli, la richiesta avanzata dall’opposizione di un riconteggio dei voti seggio per seggio.
Caduti nel vuoto anche gli appelli della comunità internazionale.

Appena pubblicati i risultati, le città gabonesi, compresa la capitale Libreville, sono devastate da un’ondata di
violenza, con saccheggi, incendi e devastazioni impressionanti.

La gendarmeria arriva ad assaltare il quartier generale del candidato sconfitto Jean Ping ed a rinchiudervi dentro
in condizioni che vengono definite disumane e degradanti 27 suoi suporter.

Da tutto ciò, deriva una tensione interna che non accenna a diminuire e che rischia di deflagrare, anche perché la
famiglia Bongo esercita uno stretto controllo sul Gabon da quasi cinquant’anni.

La situazione è talmente grave che lo stesso papa Francesco, domenica scorsa, ha invitato nel corso dell’Angelus ad
avviare un processo di riconciliazione nazionale.

Sono parecchi i punti di crisi in atto in Africa: ne facciamo un piccolo elenco che potrebbe non esser esauriente:
1. guerra civile in Libia;
2. conflitto tra Saharawi e Marocco;
3. guerra civile nel sudan Meridionale;
4. Tensione al confine tra Etiopia ed Eritrea;
5. bande armate in Uganda;
6. guerra civile in Somalia;
7. tensione postelettorale a Zanzibar;
8. Guerra civile a bassa intensità in burundi;
9. presenza di bande armate nella RD Congo;
10. conflitto interno in Mali;
11. Conflitto tra Boko Haram e autorità di Nigeria, Camerun, Ciad, Niger;

Data questa situazione non c’era davvero bisogno di altri due focolai di crisi che potrebbero trasformarsi in nuove
guerre civili: è assolutamente indispensabile per il progresso del continente meno sviluppato del nostro pianeta
che dovunque si può venga avviato un concreto percorso di pacificazione nazionale e vengano gettate le basi per uno
sviluppo socioeconomico, fondato anche sul pluralismo delle idee e delle opzioni politiche, che faccia decollare
questo continente.

PIER LUIGI GIACOMONI