AFRICA ARABA: MILITARI DI NUOVO AL POTERE
(7 MAGGIO 2019)

KHARTOUM-ALGERI.

Il colpo di Stato che l’11 aprile scorso ha messo fine al regime trentennale di Omar Hassan al-Bashir in Sudan e la quasi contemporanea uscita di sena del Presidente algerino Abdel Aziz Bouteflika dimostrano che nell’africa araba i militari sono di nuovo al potere. Anzi, si può dire che gli uomini in divisa sono decisivi per definire in modo diretto o indiretto gli assetti di vertice.

Se vogliamo allargare il discorso ad altri paesi della regione, in Egitto le forze armate si sono da tempo installate alla guida del Paese e con un referendum farsa, tenutosi tra il 20 e il 22 aprile, hanno imposto che il Presidente Abdul Fatah al-Sisi rimanga capo dello Stato almeno fino al 2030, mentre segnali di instabilità giungono dal Marocco, dove la monarchia di Mohamed VI è sempre più oggetto di contestazioni popolari.

Le forze armate, allora, tornano protagoniste dopo decenni di fragili regimi civili?

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L’AFRICA ARABA E I MILITARI

Da quando si è compiuta negli anni cinquanta la decolonizzazione dei Paesi arabi d’Africa, le forze armate hanno sempre svolto un ruolo di primo piano.

In Egitto, il paese guida della regione, il 23 Luglio 1952 gli uomini in divisa misero fine alla monarchia di Re Farouk e da allora tutti i capi di Stato che giunsero al potere provenivano dai ranghi militari. In Algeria, dopo la sofferta indipendenza, l’esercito attuò un colpo di Stato il 19 giugno 1965 contro il primo presidente ahmed ben Bella. Gli uomini in uniforme gestirono lo Stato per decenni, anche durante la terribile guerra civile degli anni novanta ed oltre.

Re Hassan II del Marocco (1961-1999)  si servì a lungo dei servigi dei generali per governare il Paese e per incrementarne l’estensione territoriale come quando, nel 1975, la Spagna si ritirò dal Sahara, territorio rivendicato da Rabat, nel quale però operava la guerriglia del Frente Polisario. In Libia, Sudan e Mauritania lo scenario è simile: lunghi periodi di dittatura militare e brevi e fragili governi civili.

Perché tutto questo? Perché lo Stato in questa parte del mondo è fragile e come dimostrano le dolorose vicende algerina, libica e somala, quando un regime crolla l’ente statale può fallire creando vuoti di potere difficili da colmare.

E’ quanto accaduto in Somalia dove,dopo la caduta del regime di Siad Barre (1991), il Paese è entrato in una spirale d’anarchìa dalla quale non si è ancora risollevato; l’algeria ha vissuto un decennio di guerra civile sanguinosa negli anni Novanta e lo stesso scenario sta verificandosi in Libia.

Ma c’è un ulteriore aspetto della questione: le forze armate sono da sempre, ossia dalla nascita di questi nuovi Stati, un centro di potere politico ed economico molto importante: diversamente da quanto accade nei Paesi a democrazia matura, dove comunque la spesa per la difesa è una voce importante del bilancio, qui l’esercito è uno Stato dentro lo Stato, una corporazione chiusa che agisce politicamente per difendere i propri interessi.

Così, in Sudan, quando è stato chiaro che Omar al-Bashir non riusciva più a controllare l’ondata di proteste contro il suo regime, i militari l’hanno allontanato dal potere; contemporaneamente in Algeria, le crescenti  proteste popolari dei giovani delle banlieue d’Algeri contro Bouteflika hanno indotto gli alti gradi dell’esercito a spingere il presidente alle dimissioni e ad avviare la corsa alla successione.

Certo, non dobbiamo aspettarci che gli uomini in divisa compiano la rivoluzione: sembra soprattutto una mossa gattopardesca: sostituire un leader con unaltro, affinché il potere rimanga nelle stesse mani di chi l’ha detenuto finora.

Ciò sembra confermato dagli ultimi eventi: le vicende d’Algeria e Sudan appaiono entrate in una fase di stallo e pare serpeggiare una certa frustrazione tra le file di chi in questi mesi, sfidando la ferocia dei servizi di sicurezza, non ha dato tregua ai boccheggianti regimi autoritari di algeri e Khartoum.

Se in Algeria continua lo slancio democratico della popolazione, di nuovo  in piazza, venerdì scorso, dopo la preghiera serale nelle moschee, in Sudan non decolla il processo  di rinnovamento politico e la tensione  rimane alta.

«Non staremo mai zitti» hanno scandito i manifestanti ad Algeri rivendicando una svolta politica: oggetto delle contestazioni sono, in particolare,  il presidente ad interim, Abdelkader  Bensalah – che ha preso l’incarico per 90 giorni per traghettare il Paese verso le elezioni  del 4 luglio – e il premier Noureddine  Bedoui, nominato da Bouteflika stesso poco prima della sua caduta. Nel frattempo,  le Forze armate si sono schierate – ufficialmente  – a sostegno della volontà  popolare  contro il regime, anche se di fatto ne sono ingranaggio imprescindibile.  Allo stesso modo, centinaia di migliaia di sudanesi si sono radunati in questi giorni davanti al ministero della Difesa, a Khartoum, rispondendo  alla chiamata dell’Alleanza per la libertà   e il cambiamento: una <marcia del milione> per chiedere ai militari di farsi da parte. I sudanesi  sono sempre più frustrati per il comportamento  dell’esercito, che non vuole rinunciare  alle sue prerogative. Fra le parti coinvolte nel dialogo, manca un accordo sulla composizione di un Consiglio di transizione  che porti a elezioni democratiche.

Quanto sia difficile cambiare regime lo dimostrano i numerosi fallimenti delle cosiddette «primavere arabe» del 2011 che tante speranze avevan suscitato. In realtà gli assetti di potere sono a volte così cristallizzati e interconnessi alle vicende internazionali da rendereproblematico il successo d’un moto rivoluzionario.

La dissoluzione dello Stato libico, dilaniato da una guerra civile tra fazioni e tribù,  fomentato dal jihadismo e dagli interessi delle potenze globali è motivo sufficiente per giustificare la condotta volta al mantenimento dello status quo da parte dell’élites militari che, dappertutto, sotto qualunque latitudine, hanno sempre mirato a salvaguardare gli assetti di potere, non a mutarli.

Se tuttavia a Khartoum o ad algeri i moti rivoluzionari avranno successo, producendo cambiamenti ai vertici e una maggiore democrazia, dove oggi non c’è, potremo dire che una volta tanto la storia ha preso una strada diversa dal solito.

PIER LUIGI GIACOMONI